sabato 6 maggio 2017

Veneti, tra 'fiction' e realtà

Si è conclusa da meno di una settimana la fiction andata in onda su Rai1 "Di Padre in Figlia", ambientata nella città di Bassano del Grappa e dintorni con qualche divagazione nella città di Padova, ed oggi casualmente mi sono imbattuto in un articolo critico (per usare un eufemismo) pubblicato prima che andasse in onda la quarta ed ultima puntata sul quotidiano L'Arena ad opera di un certo Stefano Lorenzetto, giornalista semi-sconosciuto che scrive principalmente per un quotidiano ancora meno conosciuto: "La Verità", fondato e diretto da Maurizio Belpietro (l'unico che è conosciuto).


Quello che ha attirato la mia attenzione e la mia ilarità nel leggere il mucchio di scemenze da lui riportate nell'articolo, non è il giudizio sulla fiction prodotta da Rai Fiction, bensì la visione che lui dà del Veneto, dei veneti e dalla loro Storia. Partiamo appunto dal riportare ciò che ha scritto:


(...) di emancipazione». Ah, ecco, era la festa di Liberazione della donna.
M’è venuta voglia di darci un’occhiata. Dico subito che se il regista Riccardo Milani mi avesse interpellato, da veneto gli avrei suggerito d’intitolare la fiction Di graspa in sgnapa. Purtroppo non è stato ben consigliato dall’ideatrice del soggetto, Cristina Comencini, nonostante costei sia la madre di Carlo Calenda, uno che di imposte sugli spiriti e di bollini dell’Utif dovrebbe intendersi parecchio, essendo il ministro dello Sviluppo economico.
Trattasi infatti di sceneggiato ad alto tasso alcolemico girato a Bassano del Grappa. Tutto ruota attorno alla distilleria della famiglia Franza, o Spagna (avrebbe potuto anche chiamarsi così: Ivana, la cantante, è veronese in fin dei conti), purché se magna. Vi predominano la cultura materialista, bere e mangiare innanzitutto, e il culto delle cose: la villa disegnata dal geometra («’arda che casetta!»), la prima lavastoviglie, il tostapane, il frullatore, la televisione Brionvega e l’ammiraglia da sióri del capofamiglia, una patetica Fiat 130 che usava solo il presidente Sandro Pertini, sostituita a metà sceneggiato da una Mercedes color merdolina di marziano. Per i fortunati lettori che non si sono sorbiti questa brodaglia, riassumo le vicende dei Franza, baciapile da messa ultima. Mi fermo ai tre protagonisti principali, onde non deprimere il loro sensorio.
Giovanni Franza (Alessio Boni) è un prepotente che pensa solo alle vinacce da trasformare in 6.000 bottiglie di graspa per la piena produzione. Sbraita in dialetto. Impreca perché la moglie gli scodella solo femmine e tarda a dargli un erede maschio. Frega il suo socio. Apre un negozio all’amante dopo essersene procurata un’altra più giovane. Si preoccupa delle tendenze sessuali del figlio adolescente («senti un po’, te, sarai mica vergine?») e si dimostra rincuorato dalla diplomatica risposta dell’imbranato: «Braooo Antonio, te devi divertire, no’ pensare a l’amore, a ’sta età, poi». Sprona il rampollo a frequentare i postriboli («non andare dalle vecchie, una brava ed esperta sì, ma vecia no, per carità!»). Progetta d’intestargli l’azienda, mentre il poverino vorrebbe seguire in riva al Gange la sorella gemella, che lo ha avviato alla droga.
La moglie Franca Franza (Stefania Rocca) è un’ignorante mite e sottomessa. Prima di partorire deve andare a recuperare il marito in un bordello dove si sta rilassando con Pina, l’amante preferita. Passa le giornate a consigliarsi con la predetta Pina, divenuta nel frattempo sua amica nonché titolare, ora che ha finito di esercitare il meretricio, di un negozio di modista che il porcaccione le ha aperto a titolo di buonuscita. Non sapendo né leggere né scrivere, dalla medesima si fa anche compilare le lettere d’amore che poi non ha il coraggio di spedire a una vecchia fiamma, Jorge, conosciuto quando da giovanissima era emigrante in Brasile. Infine, al primo viaggio di Jorge in Italia, consuma con lui travolgenti amplessi in un alberghetto di Marostica.
La primogenita Maria Teresa Franza (Cristiana Capotondi) è una ragazza timida e ingenua, ma assai determinata. Contro la volontà del padre padrone va a studiare a Padova e si laurea in chimica con 110 e lode. Ha un problema enorme: biblicamente parlando, non ha mai conosciuto uomo. Ma il genitore non le crede e ordina un’invasiva ispezione corporale alla levatrice che l’ha fatta venire al mondo.
Se negli anni Settanta l’illibatezza non era ancora considerata una colpa inescusabile, lo è invece nell’Italia del terzo millennio, e soprattutto dalle parti di Viale Mazzini, ove è noto che la castità mal si concilia con il casting. Perciò l’immacolata Maria Teresa si risolve infine a chiedere «un favore, una cortesia» a Giuseppe Nunzio (Corrado Fortuna), operaio pugliese immigrato al Nord, abituato a mostrarsi con il creapopoli al vento: «Io non voglio più. Sì, insomma, questa cosa che io non l’ho mai fatto... Mi aiuti?». Vi sembra una gentilezza che un generoso lettore dell’Unità possa rifiutarle? «Ti aiuto», risponde infatti di slancio. Bene, anche questa è fatta, come diceva l’imperatore Giuseppe II in Amadeus.
Sgangheratezze a parte, non si capisce perché Di padre in figlia si apra con il logo della Regione Lazio e i titoli di coda comincino con la scritta «Si ringrazia Regione Veneto assessorato alla Cultura e assessorato al Turismo». Esorto il governatore leghista Luca Zaia a visionare ciò che ha approvato. Le assicuro, presidente, che raramente mi è capitato di veder spargere sui suoi corregionali, in 103 minuti, un quantitativo così massiccio di guano: i piccioni di piazza San Marco non ci riuscirebbero, tutti insieme, manco nell’arco di un anno. Moltiplicando per quattro puntate, fanno quasi sette ore di televisione, con un’audience altissima (si sa che quella roba là piace a miliardi di mosche).
Io vivo in questa regione da 12 anni prima che lei nascesse, caro Zaia, e ne conservo un ricordo assai diverso rispetto a quello offertoci dalla Rai con l’incauto patrocinio della Regione Veneto. L’epoca narrata da questa fiction è stata, per quelli della mia generazione, un’età dell’oro, seppur segnata da una povertà decorosa. Ci si allenava alla disciplina dei desideri. Si frequentava la parrocchia per imparare a stare nel mondo. Si discuteva in modo appassionato su tutto. Ci si divertiva con poco. Si trovava la morosa guardandola in viso anziché in foto su Facce e bocche. Si faceva apprendistato. Si mettevano a frutto i talenti. Si trovava lavoro a 18 anni. Si conquistava l’indipendenza economica a 22 e ci si sposava a 25. Nella vita si celebrava un solo matrimonio e con una sola moglie e i figli nascevano tutti dalla stessa madre, non si ordinavano per corrispondenza.
Sia chiaro, io non ce l’ho con la Rai, che continua a fare il suo mestiere come l’ha sempre fatto, cioè male, alimentando il più vieto luogocomunismo e replicando all’infinito la fola dei veneti ignoranti, ubriaconi, disonesti, ebeti, bigotti, ipocriti, retrivi, razzisti, evasori fiscali. Ormai ci ho fatto il callo e mi annoia commentare la nuova grossolana mistificazione, scaturita stavolta dall’esile ingegno della Comencini, una signora che di me e dei miei fratelli di sangue non sa niente e alla quale non si attaglia neppure un po’ il titolo dello sceneggiato che ha partorito, Di padre in figlia, visto che nulla, ma proprio nulla, ha preso dal babbo Luigi, un regista di capacità introspettive e di sottigliezze psicologiche a lei ignote.
No, io ce l’ho con la Nardini, «la prima grappa d’Italia» stando al claim degli stacchi pubblicitari, che ha abiurato la sua storia, cominciata nel 1779, sponsorizzando uno sceneggiato nel quale sono stati distillati poca testa, molta coda e zero cuore, lo stesso che a me si stringe perché fu la graspa del primo cicinin fattomi assaggiare da mio nonno.
Io ce l’ho con i Poli, che hanno prestato la distilleria affinché vi si officiasse questo spregevole sacrilegio, ammainando per due settimane la loro insegna per inalberare quella fasulla della ditta Franza & figlio, e se credono che io possa tornare a bere anche un solo sorso della loro Sarpa, beh, se lo possono scordare.
Io ce l’ho con la stolidità del sindaco di Bassano che ha autorizzato l’uso del Ponte degli alpini, pari solo a quella del segretario locale del suo stesso partito, il Pd, il quale è arrivato a dire che Di padre in figlia «è un veicolo promozionale unico per la città e per il nostro territorio, un volano per il turismo, per i prodotti tipici», e anche, aggiungerei, il modo migliore per dare ragione a chi vi tratta da bifolchi asserviti agli schei.
Io ce l’ho con la Vicenza film commission, afflitta da un autolesionismo così infantile da essersi inventata la movie map della miniserie tv, e che ora vuole conferire la cittadinanza onoraria al regista.
Io ce l’ho con la curia di Vicenza e con il parroco della chiesa di San Giovanni Battista, che hanno lasciato ambientare nella casa di Dio varie scene della pagliacciata, inclusa quella in cui la signora Franza, durante la messa di capodanno, si mette al collo un foulard rosso, il segnale convenuto per confermare all’amante brasiliano che sarebbe disposta a scappare con lui in Sudamerica.
Io ce l’ho con l’Università di Padova per aver posto l’aula magna di Palazzo del Bo e la cattedra che fu di Galileo Galilei al servizio di un’impresa artistica così miserabile.
Che poi questa banalissima sagra degli sfasciafamiglie si rivela pure poco originale: la distilleria Sorelle Franza, che sarà magnificata come simbolo di riscatto nell’ultima puntata martedì prossimo, esiste nel Nordest già da mezzo secolo, ed è quella che Benito Nonino ha lasciato costruire alla moglie Giannola e alle tre eredi, Cristina, Antonella ed Elisabetta.
In tutto lo sceneggiato c’è una sola scena autoironica, ancorché involontaria. È quella in cui una troupe del telegiornale ferma i fedeli che escono dalla chiesa dopo la messa domenicale per interrogarli sulla legge che ha introdotto il divorzio in Italia. «Ma siete della Rai?», chiede tutta eccitata la sposina, pronta a lasciare il marito nella puntata successiva. Ma perché, non si vede? Davvero tonte, queste venete.
(di Stefano Lorenzetto e tratto dal sito L'Arena)

Ripeto, lungi da me contestare l'opinione sua personale della fiction, che può essere piaciuta o meno, ma per gli argomenti da lui utilizzati per le pesanti critiche e la sua visione dei veneti e della loro Storia qualche replica mi sento di muoverla.
A suo avviso questa fiction rappresenterebbe i veneti come (cito testualmente): "ignoranti, ubriaconi, disonesti, ebeti, bigotti, ipocriti, retrivi, razzisti, evasori fiscali".
Innanzi tutto una premessa: la fiction narra la vicenda di una famiglia che risiede in una località che oggi conta circa 43.000 abitanti ma che all'epoca in cui è ambientata ne contava poco più della metà:


Dato che le vicende si svolgono praticamente sempre li, tranne qualche divagazione a Marostica e a Padova, e coinvolgono si e no tre famiglie (i Franza, quella del sindaco e quella del concorrente Sartori) non capisco perché le stesse dovrebbero coinvolgere una intera regione. Cioè non capisco perché un cittadino di Rovigo o di Verona si dovrebbero sentire chiamato in causa dalla sceneggiatura più di un bresciano o di un bergamasco come lo è l'interprete maschile principale, l'attore Alessio Boni.
Ma tralasciamo questo punto. Andiamo sulle presunte rappresentazioni che caratterizzerebbero la maggior parte dei veneti.

Ubriaconi
Chi ha visto l'intera fiction senza prima darci dentro con la grappa può testimoniare che di alcolizzati ce n'è uno solo: Filippo (interpretato da Domenico Diele) e figlio del sindaco, ma delle famiglie Franza e Sartori che producono distillati e contano insieme 8 componenti neppure uno. Gli unici altri che vengono rappresentati sono il gruppo ristretto di partecipanti agli incontri degli alcolisti anonimi.
Francamente non vedo come la sceneggiatura possa dare ad intendere che i veneti siano un popolo di alcolizzati, considerando che sono semmai i dati ufficiali che dicono che il Veneto è la regione ai primi posti per consumo di alcolici e, ahimé, per il suo abuso:


Questo non lo dice Cristina Comencini, lo dice l'ISTAT!

Analfabeti
Nella fiction c'è un solo personaggio che è del tutto analfabeta: Franca Franza, interpretata da Stefania Rocca. Il cattivo marito, interpretato da Alessio Boni, i loro quattro figli, i componenti delle famiglie Sartori (i concorrenti) e Biasolin (quella del sindaco) sono tutti alfabetizzati. Lo è persino la ex prostituta, la "Pina", interpretata dalla bassanese Francesca Cavallin. Non mi sembra una proporzione tale da portare ad una generalizzazione, tenuto conto che storicamente nel periodo in cui è ambientata la fiction (dai primi anni '50 a metà degli '80 del secolo scorso) non erano pochi gli analfabeti:


Razzisti
Nella fiction si ascolta solo una volta un termine usato in maniera dispregiativa verso i cittadini meridionali e pronunciata da un veneto doc e prontamente chiamato a scusarsi dall'amata Maria Teresa, sufficiente questo per generalizzare? Non certo più della realtà rammentando i "Forza Etna" o "Forza Vesuvio" scritti ed urlati spesso nei decenni passati. Ma anche recentemente non si è da meno:


La sceneggiatura poi rappresenta l'unico esponente 'terrone' positivamente, tant'è che alla fine sposa la protagonista principale femminile Maria Teresa, interpretata dalla brava Cristiana Capotondi.

Evasori
Forse a Lorenzetto è sfuggito che l'unica vicenda in cui si svolge un reato di evasione fiscale riguarda il figlio di Giovanni Franza, Antonio e interpretato da Roberto Gudese, dove la ragione non risiede nel fare più schei bensì nel non ammettere al padre che l'affare con il cliente inglese è andato perso e quindi per non sentirsi un fallito ai suoi occhi ha pensato di affidarsi ad un personaggio poco raccomandabile rappresentato da un cittadino campano. Ecco, forse qui c'è l'unico luogo comune della fiction a mio parere!
Comunque che nel Veneto vi sia evasione fiscale non lo dice questo episodio della famiglia Franza all'interno della fiction (l'unico!), lo dicono i dati della Guardia di Finanza e la cronaca stessa che a Lorenzetto forse sfugge. Però al bar a Lorenzetto sarà capitato almeno una volta di ascoltare questa vicenda, non fosse altro perché riguarda un famoso imprenditore che risiede nella sua stessa provincia:


Lorenzetto comunque prosegue prendendosela con coloro che sono a suo dire il vero oggetto delle sue critiche: la regione Veneto perché ha patrocinato la fiction, la curia, l'Università di Padova, il sindaco di Bassano del Grappa e altri. Insomma ce n'è per tutti.
Ma per cosa? Per aver realizzato, o contribuito a farlo, una fiction, cioè in italiano una finzione?
Perché nella sceneggiatura c'è un po' di tutto quello che ha caratterizzato e caratterizza la nostra società?
Perché è ambientata in una cittadina del Veneto? Che se l'attività scelta dalle (brave) sceneggiatrici è quella della distilleria di Grappa non è che hai tanta scelta.
Perché si vede un ponte storico simbolo della città che potrebbe portare molti forestieri a venire a Bassano per visitarlo lasciando (finalmente) per una volta i centri commerciali?
Oppure perché la fiction è piaciuta commuovendo alcuni tra gli oltre 6 milioni e mezzo di telespettatori? Praticamente un numero che Lorenzetto non ha raccolto in tutta la tua carriera tra i suoi lettori.

Caro Lorenzetto, qui di fiction, cioè di finzione vera, autentica, di irreale, c'è solo la tua lettura del Veneto che tu pretendi di conoscere meglio del governatore Zaia, regione sicuramente virtuosa grazie ai suoi abitanti ma comunque caratterizzata anche dai vizi che è la realtà stessa ad affermarlo, non la serie televisiva diretta da Riccardo Milani.

Nessun commento:

Posta un commento