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giovedì 26 marzo 2020

Helicopter Money, è giunto il momento di provarlo?

Nel pieno della emergenza sanitaria dovuta all'epidemia del virus SARS-Cov-2 dobbiamo prepararci anche alle conseguenze economiche a seguito dei provvedimenti adottati dai governi per fronteggiare la situazione, conseguenze che saranno decisamente pesanti tanto da prevedere una crisi maggiore di quelle del 2008 e del 2011, in sostanza sarà la più grave dal dopoguerra.

I governi, le banche centrali di tutto il mondo e le istituzioni dell'Unione Europea stanno predisponendo programmi di intervento per fronteggiare le ricadute sull'economia e le cifre sono elevate, di diverse centinaia di miliardi per le maggiori nazioni europee, di 2 mila miliardi di dollari per gli Stati Uniti.
Saranno sufficienti? E' presto per dirlo, fatto sta che occorre anche considerare le modalità con cui questo denaro verrà immesso. Occorre cioè vedere se le consuete modalità di trasmissione saranno adeguate. Ad esempio, l'acquisto di obbligazioni di aziende private e di titoli di Stato da parte delle banche centrali nazionali e della Banca Centrale Europea sono sì efficaci per fornire liquidità alle banche e aziende ma può non essere sufficiente perché questa crisi coinvolgerà lavoratori dipendenti, famiglie, lavoratori autonomi e piccole aziende che in molte occasioni si vedono negare aiuti da parte degli istituti creditizi per carenza di garanzie. Occorre quindi un intervento diretto, magari da parte dello Stato, verso queste categorie più deboli. Come? Ad esempio prendendo in considerazione una ipotesi di politica monetaria straordinaria formulata mezzo secolo fa.

Helicopter Money
Si tratta di uno strumento di politica monetaria teorizzata dall'economista Milton Friedman nel 1969 nell'eventualità che le consuete operazioni ordinarie non fossero sufficienti. L'espressione rendeva l'idea: come lanciare denaro da un elicottero!
In pratica il denaro creato dalle banche centrali giungerebbe direttamente ai cittadini senza intermediari come avviene oggi attraverso il sistema bancario.
Per fare un esempio basta citare il caso europeo in cui l'Eurosistema, ovvero la BCE assieme alle singole BCN (banche centrali nazionali), acquista titoli di Stato in cambio di denaro, denaro che le banche cercheranno di utilizzare attraverso prestiti alla clientela in quanto questo da solo non genera reddito e per le banche è come per una azienda produrre i beni tipici per poi tenerli a magazzino. Altri strumenti poi a disposizione delle banche centrali sono i tassi di interesse e altre operazioni che comunque hanno lo scopo di fornire liquidità ma con il minimo comune denominatore di non giungere direttamente a famiglie e imprese.
Questo strumento ipotizzato da Milton Friedman invece prevederebbe il passaggio diretto, semmai gestito attraverso i governi, a prescindere dalla capacità di restituzione dei destinatari in quanto sarebbe un trasferimento a fondo perduto.

Occorre dire che se da una parte in questi decenni, cioè da quando Friedman fece questa proposta, ad oggi molti economisti si sono mostrati scettici sulla sua utilità preferendo strumenti ortodossi, dall'altra è fondamentale rendersi conto che questa crisi è decisamente non solo diversa perché non derivante dal ciclo economico, ma è anche una crisi dalle dimensioni decisamente elevate, tanto da poterla paragonare a quella di una guerra. Ecco perché è il caso di prendere in considerazione strumenti cosiddetti non convenzionali ed eccezionali.
E' necessario che lavoratori e famiglie non debbano pagare a caro prezzo una crisi che non dipende da loro o comunque da fluttuazioni economiche ma da una crisi esterna di carattere sanitario.

Eventualmente si potrebbe anche prendere in considerazione una prima soluzione intermedia se la creazione di denaro attraverso questa soluzione dovesse far storcere il naso agli economisti, si potrebbe infatti ipotizzare un anticipo ai governi da parte delle banche centrali di quanto da queste dovuto annualmente tra imposte e parte degli utili netti.
Ad esempio la Banca d'Italia dall'esercizio 2018 ha dato al governo italiano quasi 7 miliardi, costituiti da 1,155 miliardi in imposte e 5,710 miliardi di euro in utili netti spettanti a termine di altre destinazioni (fondo rischi, dividendi etc...). Si potrebbe ipotizzare che la Banca d'Italia anticipi alcune annualità al governo italiano e nei prossimi anni questo rinunci ad incassare imposte e utili di sua competenza fino a restituzione dell'ammontare complessivo ottenuto. Supponendo un prestito corrispondente a 5 se non addirittura 10 anni il governo potrebbe disporre rispettivamente di circa 35 o 70 miliardi da utilizzare esclusivamente a favore di famiglie e imprese in difficoltà e che non possono accedere attraverso il normale sistema creditizio.
Questo prestito avrebbe il vantaggio di non dipendere dall'umore o comunque dalla fiducia degli investitori e consisterebbe in qualche modo in una partita di giro differita nel tempo tra governo e banca centrale.

Comunque sia è assolutamente necessario predisporre piani di intervento dalle dimensioni eccezionali oltre che adeguate perché diversamente si rischiano, soprattutto per l'economia italiana, conseguenze a dir poco disastrose tenuto conto che quest'anno il settore turistico subirà un deciso crollo e lo stesso per il commercio estero con conseguenze sugli investimenti privati dato che in queste condizioni ben poche attività intenderanno investire.
Considerando che il PIL medio trimestrale italiano è di circa 440 mld, stimando un calo anche solo di un terzo ne deriverebbe che la cifra annualizzata comporterebbe una recessione attorno al 10% del PIL. Questo ad essere ottimisti ed in assenza di efficaci misure intraprese.

giovedì 2 maggio 2019

Perché il surplus della Germania non viola alcun trattato

Sicuramente avrete ascoltato o letto almeno una volta che mentre a noi viene sempre contestato il deficit del settore pubblico, richiamandolo ad una costante riduzione al fine di ridurre contestualmente anche l'ammontare del debito, alla Germania viene (o verrebbe) concesso di eccedere da tempo il surplus delle partite correnti nel limite del 6% e che nessun richiamo le viene fatto, nessuna procedura di infrazione aperta e tantomeno inflitta una sanzione che, a detta di alcuni, sarebbe prevista.
Ebbene, queste affermazioni sono tutte cattive interpretazioni delle norme, o meglio Regolamenti comunitari, che contemplano questo tema (oltre ad altri).
Vediamo di spiegare in modo possibilmente chiaro come stanno realmente le cose, cosa prevedono le norme ed alla fine perché nonostante il surplus della Germania sia oltre il limite previsto essa non viola alcuna norma e di conseguenza nessuna sanzione le può essere inflitta, fermo restando che una procedura c'è, così come c'è verso tutte le nazioni che non rispettano gli indicatori macroeconomici stabiliti nel 2011 dalla Commissione Europea.

Un passo indietro
Nel novembre del 2011 Parlamento e Consiglio Europeo decisero una serie di Regolamenti e Direttive volti a rafforzare la crescita della zona euro e per contro ridurre gli squilibri macroeconomici. Furono emanati cinque Regolamenti ed una Direttiva chiamati nell'insieme Six-Pack e a seguire altri due Regolamenti chiamati Two-Pack che hanno modificato e rafforzato il Patto di Stabilità e Crescita. Tra questi Regolamenti vi furono il 1174/11 e 1176/11 del 16 Novembre 2011 che rispettivamente erano rivolti (1) a misure esecutive per la correzione degli squilibri macroeconomici eccessivi nella zona euro e (2) alla prevenzione e la correzione degli squilibri macroeconomici.

Gli indicatori macroeconomici e le soglie stabilite
In particolare il Regolamento 1176/11 stabilisce che la Commissione Europea fissi dei limiti a specifici indicatori macroeconomici e finanziari entro i quali i Paesi aderenti all'area euro debbano cercare di attenersi ed alla Commissione stessa il compito di sorveglianza.
Cliccando sopra i rispettivi numeri dei due Regolamenti menzionati si può accedere alla pagina istituzionale e scaricare i testi integrali in lingua italiana (così i sovranisti saranno soddisfatti).
Io mi limito a citare alcuni articoli del Regolamento N.1176/11 che prevede di stilare un elenco di indicatori:


Gli indicatori scelti e le relative soglie previste sono i seguenti e rientrano nel Macroeconomic Imbalance Procedure:


Come si può notare il primo indicatore riguarda proprio il surplus/deficit delle partite correnti (current account in inglese) i cui limiti sono stati stabiliti rispettivamente nel +6% e -4% del PIL nominale. Quindi non solo il surplus è oggetto di vincolo, ma anche il deficit. In sostanza le partite correnti rispecchiano in gran parte il saldo dello scambio merci e servizi, quindi un Paese (Germania) che esporta molto più di quanto importa si ritrova un surplus anche delle partite correnti dato che le altre voci che la compongono non modificano sensibilmente quello delle merci. Chi invece (Cipro) importa molto più di quanto esporta registra al contrario un deficit che va oltre il 4% stabilito e di conseguenza non solo ad esempio la Germania ma anche Cipro deve prendere provvedimenti per riequilibrare la situazione.

Cosa accade se un Paese non rispetta i limiti?
Se si guarda a tutti gli indicatori si può notare che non riguardano solamente quelli inerenti la Bilancia dei Pagamenti ma sono anche di altro genere. Abbiamo ad esempio la variazione del costo del lavoro nominale, il tasso di disoccupazione, sia complessivo che giovanile, la variazione del tasso di attività ed altri ancora. In totale sono 14 con una o due soglie previste per ciascuno. Insomma, non c'è solo il surplus delle partite correnti.

Se un Paese non rispetta tali soglie la Commissione Europea lo inserisce in un apposito report, chiamato Alert Mechanism Report (AMR). Come previsto dal Regolamento, in base alla gravità ed al grado di influenza (negativa) verso la stabilità economica degli altri Paesi membri, la Commissione d'accordo con le autorità competenti di quel Paese stabilisce le misure di intervento al fine di ridurre e rientrare nei limiti previsti. Non è prevista una sanzione in questa fase! La sanzione, tanto invocata da alcuni verso (solo?) la Germania per l'eccessivo e prolungato surplus delle partite correnti, può essere presa solamente se il Paese in questione si rifiuta di adottare provvedimenti che riducano lo scompenso e questo comporti per l'appunto effetti negativi alle economie degli altri Paesi membri della zona euro.

Nello specifico la Germania ha superato la soglia del 6% dal 2011 raggiungendo il dato più alto nel 2015 con un +8,5%. Da allora tale surplus è andato via via riducendosi fino a toccare +7,3% nel 2018 (fonte Eurostat) proprio a seguito di alcune misure adottate. Certo, molti economisti hanno chiesto e chiedono che la Germania faccia di più, ma non le si può imporre interventi maggiori. Per quanto riguarda i trattati, o meglio in funzione dei Regolamenti qui esposti, la Germania non viola alcun articolo in quanto ha sempre accettato e concordato misure da intraprendere. Diversamente potevano essere prese sanzioni comminate però dal Consiglio Europeo (capi di Stato e di Governo) e non dalla Commissione Europea che non ha titolo per infliggere alcuna sanzione.

domenica 10 marzo 2019

Peter Bofinger chiede al governo tedesco un programma di investimenti di 60 miliardi.

L'economista tedesco, in questa intervista d'addio quale membro del Consiglio di Esperti economici del governo tedesco, analizza la politica finanziaria del suo governo. "Nessun Paese lascia tanto potenziale inattivo."

Articolo tratto dalla rivista Handelsblatt e pubblicato il 08.02.2019.


Articolo originale di Martin Greive e Donata Riedel dal titolo:

Il consigliere economico Peter Bofinger invita il governo federale a lanciare un grosso programma di investimenti. "Lo Schwarze-Null pensiero (pareggio di bilancio) è un grosso problema. Sarebbe abbastanza se mantenessimo il nostro debito costante in termini di Prodotto Interno Lordo. Con una crescita nominale del 3% potremmo quindi investire circa 60 miliardi di euro in più all'anno. 60 miliardi! " ha affermato Bofinger ad Handelsblatt.
"Con i soldi potremmo sostenere il trasporto ferroviario, il traffico locale, l'espansione della banda larga, l'istruzione o la costruzione di alloggi sociali", ha detto ancora Bofinger.
"Non conosco un paese che ha tanto margine finanziario quanto la Germania ed allo stesso tempo lascia così tante opportunità di sviluppo."
Bofinger non ritiene vi siano problemi nemmeno con il fatto che tali spese significherebbe la rottura del freno all'indebitamento (Schuldenbremse). Ad una precisa domanda su questo aspetto ha risposto: "Sì, e allora?"

Bofinger è invece critico verso la proposta della SPD per aumentare il salario minimo a 12 euro l'ora. "Non suggerirei 12 euro, sarebbe troppo rischioso per me. Ma penso che sarebbe giusto muoversi più velocemente verso 10 euro ".

Bofinger ha anche criticato la sua stessa professione. Il problema dello Schwarze-Null (pareggio di bilancio) e la mancanza di una strategia di politica industriale "è ampiamente trascurato dagli economisti tedeschi, perché non si può incolpare la politica".
Bofinger si ritirerà dal suo incarico di Consigliere Economico del governo alla fine di febbraio (prima di questa pubblicazione), dopo 15 anni.


L'intervista completa

Signor Bofinger, dopo 15 anni Lei lascerà l'incarico di Consigliere economico. Cosa le mancherà di più?
Soprattutto il dialogo stimolante e la buona atmosfera con i colleghi. Anche se spesso non siamo d'accordo in termini di contenuto, ci siamo capiti molto bene nei nostri rapporti personali.

La collaborazione con i colleghi è cambiata molto durante gli anni?
Sì, certo. L'inizio è stato molto gelido. Il primo anno si è concluso con un contrasto, perché il mio collega Wolfgang Wiegard aveva detto ai media poco prima di fine anno che non poteva lavorare con me e si sarebbe quindi dimesso da presidente. Con il senno di poi devo dire che è stata anche colpa mia. All'inizio ero abbastanza irruente e chiedevo una completa riorganizzazione del Consiglio di Esperti. Non è stato particolarmente abile da parte mia.

E il lavoro vero e proprio?
Nei primi tempi non c'erano limitazioni, solo le prime analisi erano estremamente laboriose. Poi è migliorato.

Sono ancora utili queste relazioni annuali? Non avrebbero più senso più brevi e frequenti?
Sì, ovviamente. Tuttavia, per noi, l'attività nel Consiglio di esperti non è un lavoro a tempo pieno, ma un'attività ausiliaria. Se scrivessimo rapporti più spesso dovremmo trovare il tempo necessario durante l'anno, il che non sarebbe facile.

Le relazioni annuali riciclano ripetutamente le stesse posizioni. Uno sguardo a temi attuali non avrebbe più senso?
Abbiamo già provato a raccogliere argomenti attuali. Nell'ultimo rapporto abbiamo esaminato il mercato immobiliare, la digitalizzazione, i saldi delle partite correnti, la Brexit, la migrazione ...

Nel Consiglio degli Esperti economici è stato spesso detto: Bofinger contro gli altri. Quale dei voti da Lei espressi in minoranza si pente?
Nessuno.

Quale ha avuto più successo?
Ho detto chiaramente prima dell'introduzione del salario minimo che funzionava senza innescare effetti negativi sull'occupazione. Contrariamente alle paure degli altri, la mia affermazione è stata convincente. Il salario minimo non era un tuffo nell'acqua fredda. C'erano in precedenza salari minimi in alcuni settori ed esperienze dall'estero.

Il salario minimo orario può salire a 12 euro, come richiede Olaf Scholz (ministro delle finanze)?
Nella Commissione sul salario minimo c'è un aspetto errato nella sua composizione: che solo i datori di lavoro e i sindacati decidono, entrambi i quali hanno un interesse per un salario minimo piuttosto basso. Perché i sindacati preferiscono sostenere i loro contratti economici collettivi. Ora è appena cresciuto del 2% in due anni. Questo è chiaramente troppo poco. Non consiglierei 12 euro, sarebbe troppo rischioso per me. Penso che sarebbe giusto muoversi più velocemente verso 10 euro.

Quale tema ha principalmente sottovalutato il Consiglio degli esperti durante il Suo mandato?
Il duro crollo durante la crisi finanziaria del 2008. E poi gli effetti sull'occupazione della recessione che abbiamo completamente sovrastimato. Semplicemente non abbiamo visto quanto bene la riduzione di orario poteva risultare efficace in questi tempi di orari di lavoro flessibile. E' stato sensazionale! Secondo la dottrina economica prevalente avremmo dovuto avere un'enorme disoccupazione.

Anche nella ripercussione della crisi finanziaria in quella dell'euro eravate in ritardo ...
Ma lo erano tutti. Nell'autunno del 2009 non abbiamo visto cosa stava accadendo in Grecia. Guardando indietro, si può chiaramente vedere che Grecia, Portogallo e Spagna avevano accumulato enormi disavanzi delle partite correnti. Come quasi tutti gli analisti abbiamo trascurato che i deficit della Grecia non erano mai corretti in tempo reale. La bolla del credito immobiliare in Spagna avrebbe potuto essere diagnosticata anche nel 2007, i numeri erano tutti disponibili. Probabilmente è perché la dimensione monetaria, cioè quella dei mercati finanziari, è sottoesposta nell'economia.

Ancora oggi, nonostante la crisi finanziaria?
Sì, ancora. I libri di testo standard ignorano ancora la capacità delle banche, in linea di principio, di fare soldi illimitatamente. Descrivono le banche come semplici intermediari che trasferiscono il capitale dal risparmiatore all'investitore e utilizzano modelli che dipingono il sistema finanziario per una 'economia del grano'.

Quindi la prossima crisi è inevitabile ...
Beh, ci sono esperti che osservano i cicli del credito molto accuratamente.

Condivide l'impressione che il Consiglio di Esperti abbia perso importanza?
Oh, questo lo sento da 15 anni. Se questo è sempre l'argomento, non può essere così completamente privo di significato.

Se potesse riformare il Consiglio, come lo cambierebbe?
Questo potrebbe sorprenderla ora, ma penso che come è attualmente non sia così male. Un vantaggio è l'indipendenza. Il Consiglio di Esperti economici è quindi una specie di associazione dei consumatori per la politica economica.

Quando si è insediato, è stato descritto "l'ultimo keynesiano della Germania". E' ancora così?
Non era del tutto vero neanche allora. Oggi ci sono alcuni colleghi tra i più giovani come Tom Krebs, Achim Truger o Marcel Fratzscher, per i quali il pensiero keynesiano è molto marcato.

Cos'è il keynesianismo oggi?
Questo può essere spiegato bene con riferimento alla crisi finanziaria. Quello che abbiamo vissuto da allora è stato Keynes puro. Dopo la massiccia recessione economica le banche centrali hanno tagliato i tassi di interesse in maniera massiccia e la politica fiscale è andata a tutto gas. Funzionava come nei libri di testo. Sfortunatamente, la zona euro è stata rallentata troppo presto a causa della crisi dell'euro, quindi c'è stata una seconda recessione. Con l'aiuto di Mario Draghi è stato possibile abbandonare le dure politiche di austerità dal 2014 facendo sì che l'economia riprendesse slancio. Quando gli economisti più giovani chiedono che abbiamo bisogno di nuovi paradigmi, mi sento come un vecchio nonno quando dico: in realtà, alcuni dei vecchi paradigmi non sono poi così male.

La gestione della crisi finanziaria potrebbe non essere stata negativa. Ma è d'accordo che la Germania in seguito non abbia usato la ripresa economica per le riforme?
No. Forse è giusto che non abbiamo fatto tante riforme se gli ultimi anni hanno dimostrato che anche un'economia con una buona sicurezza sociale può avere successo. Il salario minimo ha funzionato, la pensione a 63 anni non ha avuto effetti devastanti, dalla riforma della protezione dal licenziamento illegittimo nessuno ne parla più. Ma ciò che manca è un'idea creativa per un Paese che è dipendente dal mercato globale quasi come nessun altro. Sono molto preoccupato per questo, specialmente per quanto riguarda la Cina.

Perché?
La Cina persegue una strategia molto chiara: la Repubblica Popolare sta promuovendo fortemente le aree in cui la Germania è forte, industria avanzata e alta tecnologia. Anche la Cina sta investendo molto nell'elettromobilità. Allo stesso modo la Cina è molto più avanti nella digitalizzazione. Siemens fa ricerca sull'Intelligenza Artificiale da Pechino. Ci si deve quindi chiedere: cosa si può fare al riguardo?

E cosa si può fare al riguardo?
Non c'è in Germania come in Europa una strategia di politica industriale. Mentre in Europa una fusione tra Siemens e Alstom viene impedita, la Cina ha da tempo unito i suoi produttori di treni in un'unica grande azienda. Proprio come necessita un concetto europeo di mobilità elettrica. E sono necessarie regole chiare per gli investitori cinesi. Se gli investitori cinesi sono autorizzati ad acquistare società tedesche, ciò deve essere possibile allo stesso modo per gli investitori tedeschi in Cina.

Cosa pensa dell'iniziativa di Altmaier (ministro dell'Economia) per una nuova politica industriale?
Questo va nella giusta direzione. Se tuttavia si dovessero mettere le singole imprese sotto la protezione settoriale, dubito. Ma ora è così: facciamo politica industriale per noi stessi, oppure i cinesi la fanno per noi, come è successo nel settore dell'energia solare e per le celle per batterie sarebbe molto preoccupante se non facciamo nulla.

Il modello di esportazione tedesco può ancora essere mantenuto nei periodi di protezionismo di Trump e della politica offensiva della Cina?
Non sono così pessimista riguardo al protezionismo. Credo che Trump ora noti che i suoi dazi agiscano come tasse più alte per i consumatori statunitensi. Ma tuttavia è chiaro, solo l'Europa può negoziare a parità di condizioni con gli Stati Uniti e la Cina. La politica di Trump e della Cina deve essere un campanello d'allarme per rafforzare politicamente l'Europa.

Come?
Abbiamo bisogno di maggiore coordinamento in materia di politica commerciale estera, politica industriale e dell'innovazione, politica ambientale e politica fiscale. Macron ha fatto molte importanti proposte nel suo discorso alla Sorbona, ma sfortunatamente la Germania ha reagito troppo tardi e troppo debolmente.

Ma l'Eurogruppo a dicembre non ha deciso importanti riforme?
Gli argomenti principali non sono cambiati molto. Alla domanda sull'assicurazione europea contro la disoccupazione, non erano nemmeno d'accordo se era necessaria. Su molte questioni, come la creazione di una capacità fiscale o l'istituzione di una regolamentazione in caso di insolvenza per gli Stati membri, le discussioni sono durate a lungo senza successo. L'Italia non sosterrà mai una regolamentazione contro l'insolvenza, che è richiesta principalmente a causa dell'Italia, perché sarebbe la propria tomba.

A differenza dell'Italia, la Germania è finanziariamente solida. La Germania stabilizzerà quindi l'unione monetaria o Berlino dovrà fare debiti per investire di più?
Il pensiero Schwarze-Null (pareggio di bilancio) è un grosso problema. Se manteniamo il freno all'indebitamento e l'economia cresce nominalmente di circa il 3%, il nostro rapporto debito/PIL nel 2030 sarà del 43 percento. Nessun economista può spiegarmi perché questo è significativamente migliore del 60 percento.

Cosa suggerisce?
Sarebbe sufficiente se mantenessimo il nostro debito costante in termini di Prodotto Interno Lordo. Con una crescita nominale del 3% potremmo quindi investire circa 60 miliardi di euro in più all'anno. 60 miliardi! Con i soldi potremmo promuovere le ferrovie, i trasporti pubblici, l'espansione della banda larga, l'istruzione o l'edilizia popolare.

E interromperebbe il freno all'indebitamento (Schuldenbremse).
Sì, e allora? Non conosco nessun Paese che abbia la stessa flessibilità finanziaria della Germania e allo stesso tempo lasci perdere così tante opportunità di sviluppo. E inoltre, i tedeschi amanti della sicurezza avrebbero nuovamente delle obbligazioni più sicure su cui investire.

Lei ha consigliato la politica per molti anni. Ritiene che ci sia sufficiente conoscenza economica nei ministeri se qualcosa va storto?
Sì. Perché il problema dello schwarze Null (pareggio di bilancio) e la mancanza di una strategia di politica industriale sono stati gravemente trascurati, soprattutto dalla scena degli economisti tedeschi, non si può incolpare la politica. Nel frattempo politici come il ministro dell'Economia Peter Altmaier e il capo della CDU, Annegret Kramp-Karrenbauer, affermano che  dobbiamo occuparci del contenzioso con la Cina e con la politica industriale di Trump. Questi temi sono arrivati prima alla politica che nella cerchia degli economisti.

domenica 3 marzo 2019

Economisti tedeschi si interrogano sulla politica del 'freno all'indebitamento' (da Handelsblatt)

Gli economisti tedeschi discutono sulla regola del deficit: mentre alcuni chiedono riforme, altri mettono in guardia contro il ritorno al sentiero del debito.

Articolo tratto dalla rivista Handelsblatt e pubblicato il 26.02.2019.


Articolo originale di Jan Hildebrand e Donata Riedel dal titolo:

Il freno all'indebitamento (Schuldenbremse) è considerato sacrosanto in Germania. Nemmeno il Fondo Monetario Internazionale (FMI) osa mettere in discussione la regola sancita dalla Legge Fondamentale (la Costituzione tedesca). Almeno non pubblicamente.
Gli esperti del FMI, nelle relazioni sulla situazione dei vari Paesi, chiedono regolarmente al governo federale tedesco di spendere più denaro in investimenti e di rinunciare al bilancio in pareggio (schwarze Null), ma nei colloqui diretti con i funzionari governativi questi dubbi su questa politica del Schuldenbremse non sono mai affrontati. Politicamente, il dibattito è semplicemente troppo sensibile. Politicamente è un argomento troppo scomodo.

Oggi non sono degli economisti anglosassoni, che sono sempre stati scettici sull'austerità tedesca, che hanno sollevato la discussione, ma Michael Hüther: "La regola del debito funge da freno per la riduzione delle tasse e degli investimenti. Ci siamo imprigionati." ha affermato ad Handelsblatt il direttore dell'Istituto tedesco di Economia IW (Institut der deutschen Wirtschaft). Ma allo stesso tempo per lui è eccessivo. Ci si deve chiedere, egli dice, se la demonizzazione del debito sia corretta, soprattutto perché oggi non solo i tassi di interesse sono bassi, ma anche i bisogni di investimento del governo sono enormi. "I tempi sono cambiati" ha detto Hüther "Almeno una volta bisogna aprire la finestra".

Altri economisti, come Jens Südekum dell'Università di Düsseldorf, sono d'accordo. Il freno all'indebitamento ha contribuito al risanamento dei conti pubblici, ma: "Nel frattempo ha superato il suo scopo". Ora ostacola la necessaria costante politica di modernizzazione e di crescita. "Ecco perché dovremmo abolirlo di nuovo."

Anche da Marcel Fratzscher, capo dell'Istituto tedesco di Ricerca Economica (DIW - Deutschen Instituts für Wirtschaftsforschung), viene una critica: "Per la Germania il freno all'indebitamento è controproducente perché lascia troppo spazio al governo nei tempi buoni e troppo poco nei momenti difficili".


Gli inizi del Schuldenbremse (freno all'indebitamento)

Il freno all'indebitamento è stato deciso all'inizio del 2009 dalla prima grande coalizione guidata dalla cancelliera Angela Merkel (CDU). Era il momento della grande emergenza di bilancio. L'allora ministro delle finanze Peer Steinbrück (SPD) programmò un disavanzo di 86 miliardi di euro, il debito pubblico totale salì al 80 percento del Prodotto Interno Lordo e quindi ben oltre il limite di Maastricht del 60 percento.

A quel tempo Merkel e Steinbrück decisero di porre un freno al ricorso all'indebitamento modificando la Costituzione. La norma stabilisce ora che al governo federale è consentito prendere in prestito un massimo dello 0,35% del PIL in "normali condizioni di congiuntura economica".
Ai Länder, dal 2020, non sarà consentito il deficit nei normali cicli economici. Il debito dei periodi di calo deve essere ridotto nella fase di ripresa. Quando in seguito a Steinbrück fu chiesto cosa si sarebbe ricordato del suo mandato, disse: "Sarà il freno all'indebitamento. Sono orgoglioso di questo."
Da alcune parti del SPD il freno all'indebitamento era e rimase un argomento controverso. Anche i sindacati considerarono un errore finanziare gli investimenti statali dalle entrate fiscali correnti e non più come in precedenza dall'indebitamento netto.

Dal punto di vista di Lars Feld, membro del Consiglio di Esperti Economici del governo federale, il recente dibattito sul freno all'indebitamento come causa degli anni di debolezza degli investimenti della Germania è un déjà vu. "Nell'attuale discussione vi sono gli stessi argomenti che c'erano quando vi fu l'introduzione del freno all'indebitamento", ha detto ad Handelsblatt. "È stato introdotto perché dagli anni '70 al 2008 non era mai stato possibile ridurre il rapporto debito / PIL in modo sostenibile".
Nei periodi di congiuntura economica positiva si registrava sempre troppo poco consolidamento dopo che l'indebitamento era aumentato nelle recessioni per sostenere l'economia. "Abbiamo praticato Keynes con un braccio solo e questo sarebbe stato il caso senza il freno all'indebitamento" ha detto Feld.


Nessun freno agli investimenti

Lars Feld dissente con veemenza che il freno all'indebitamento sia un freno agli investimenti. "Con le giuste priorità il governo può finanziare anche gli investimenti. La modernizzazione va con tutte le spese ministeriali, se si vuole. Il freno all'indebitamento è più un freno alla riduzione delle tasse ", ha affermato Feld.
Le entrate fiscali, che confluiscono nelle casse dello Stato durante una fase economica positiva, devono essere utilizzate dal governo per ridurre il debito derivante dalla precedente recessione. Se la crescita è superiore alla crescita potenziale, il governo federale deve generare eccedenze nel bilancio corrente.
E le spese finanziate dalle riserve, come quella per i rifugiati, fanno parte del deficit strutturale. Così ha fatto il governo federale nel 2017 sotto la linea del pareggio di bilancio. Tuttavia, secondo le regole del freno all'indebitamento, ha conseguito un deficit strutturale. Ma solo pochi se ne sono accorti al di fuori del Ministero delle Finanze.

Secondo Feld il freno all'indebitamento soddisfa pienamente il suo scopo. "Un tempo le associazioni imprenditoriali chiedevano tagli alle tasse ed i politici maggiori spese sociali. Questo ora si deve bilanciare perché il ricorso a nuovo debito è limitato ", ha dichiarato Feld.


Spesa sociale prima degli investimenti nell'economia

Ma Hüther ed altri economisti ora pongono la domanda se la politica possa efficacemente bilanciare spesa sociale ed investimenti. Tanto più che la politica ha promesso allo stesso tempo di porre un limite ai contributi previdenziali al 40 percento. Ciò dovrebbe portare a un maggiore sussidio dal bilancio federale che già oggi spende circa la metà della spesa Sociale.

Nella realtà della politica bilancio, negli ultimi anni è stato molto più facile per i governi rinviare gli investimenti piuttosto che tagliare i benefici sociali. Di fatto, quindi, gli scettici del freno del debito sostengono che questo ha ritardato gli investimenti pubblici troppo a lungo ed eccessivamente, con la conseguenza che strade e binari ferroviari fatiscenti oggi hanno bisogno di enormi investimenti per il loro ripristino in condizioni di efficienza.

"Il freno all'indebitamento aggrava anche la debolezza dell'investimento pubblico, perché in tempi difficili di solito vengono tagliati prima gli investimenti", ha detto il CEO di DIW Fratzscher. E questo nonostante i tassi di interesse siano ai minimi storici e molti economisti prevedono che rimarranno tali ancora per qualche tempo. Sarebbe quindi conveniente per lo Stato finanziare investimenti attraverso il credito.

Già da lungo tempo il Fondo Monetario Internazionale ha mostrato al governo federale che in queste circostanze gli investimenti finanziati a debito si ripagano perché aumentano la crescita potenziale. Al contrario, la Germania negli ultimi anni ha ecceduto nel freno all'indebitamento: dal 2014 il governo federale non ha emesso nuovi debiti.

Il capo dell'istituto IW Hüther non vuole comunque tornare alla vecchia regola, secondo la quale il deficit non dovrebbe essere più alto dell'investimento. Ha in mente un budget speciale statale per gli investimenti. Questa spesa dovrebbe quindi essere finanziata dal debito.

Anche il capo dell'istituto DIW Fratzscher è favorevole ad una riforma.
"Il freno all'indebitamento dovrebbe essere sostituito da una saggia regola di spesa nominale che leghi strettamente la spesa statale alla performance economica", ha affermato Fratzscher. "Inoltre, il governo federale dovrebbe introdurre una regola per gli investimenti che garantisca che lo Stato non sprechi risorse pubbliche, ma investa adeguatamente in infrastrutture pubbliche".

Lars Feld, che dirige l'Istituto di Friburgo Walter Eucken orientato alla politica ordoliberale, è al contrario convinto che i progetti di investimento non sono implementati soprattutto perché la resistenza di singoli gruppi di popolazione è spesso molto alta. Egli suggerisce di guardare per ciascun progetto da cosa è bloccato o rallentato.
In ogni caso, un ritorno alla vecchia via del ricorso al debito è considerato pericoloso da Feld. "Nel contesto dell'invecchiamento della società, la Germania non può permettersi un debito nazionale in crescita dinamica. Questo cambiamento demografico inizierà a verificarsi dal 2020 con l'ondata di pensionamento di coloro nati all'epoca del baby boom" ha detto.

mercoledì 20 settembre 2017

Bagnai, gli ingegneri e...la Volkswagen!

Mi sono divertito a leggere alcuni articoli che il prof.Alberto Bagnai ha dedicato nel suo blog ad un certo Michele Corvo, ingegnere, reo di aver esposto in un primo commento alcune osservazioni in merito ad un articolo dello stesso Bagnai riguardante i dati sulla disoccupazione. Nello specifico, in questo articolo vengono evidenziate le categorie dei lavoratori part-time, gli inattivi e tra di essi gli scoraggiati, dati che poi Bagnai ha raccolto e messo a confronto tra Paesi diversi. In questo affronto commento l'ing.Corvo (se davvero si chiama così) sottopone alcune considerazioni da un punto di vista prettamente razionale, da ingegnere insomma.
Questa la sequenza della simpatica querelle:

  1. L'articolo da cui tutto scaturì (nei commenti, quello di Michele Corvo)
  2. La replica di Bagnai all'onta subita (con uno dei suoi QED* autoprodotti)
  3. A sostegno di Bagnai arriva Schulz (non Martin, candidato per la SPD alla cancelleria della Repubblica Federale di Germania, ma Charles, con il suo più famoso personaggio: Charlie Brown)
  4. Bagnai replica ad un nuovo villipendio commento di Michele Corvo
  5. Bagnai racconta la sua versione sulla concorrenza Fiat-Volkswagen (ai tempi dell'Italia da bere - non della sola Milano)
*QED = Quod Erat Demonstrandum

A me ora interessa soltanto muovere qualche affronto considerazione circa l'ultima analisi, quella sulla tesi di Bagnai secondo la quale le vendite a livello internazionale delle autovetture Fiat e Volkswagen durante i 'favolosi anni della lira' erano condizionate prevalentemente dall'andamento del tasso di cambio Deutsche Mark - Lira.
Personalmente non nego di certo che il cambio possa aver influito sull'andamento delle vendite, ma mi limito a far notare all'esimio economista dell'Università di Pescara che ridurre il tutto ad un grafico che pone questo aspetto come determinante lo ritengo un po' eccessivo. Questo sulla base di un - oramai vago - ricordo dei tempi degli studi universitari (di economia, non di ingegneria) in cui ci fu assegnato da un docente un case study proprio sulla Volkswagen, prima come esercizio di ricerca e raccolta dati e informazioni da svolgersi singolarmente e poi proseguito in aula. L'obiettivo era ricostruire le vicende che attraversò la casa di Wolfsburg analizzando le cause della crisi dei primi anni '70 ed il come essa sia riuscita ad uscirne attraverso un profondo cambiamento sul finire di quel decennio.

Non ho comunque intenzione di riassumere gli eventi, voglio infatti parlare della Volkswagen (e non solo) attuale e di come l'andamento delle valute incida meno oggi rispetto al passato a causa di quel fenomeno che abbiamo sentito menzionare spesso ma che non sempre viene compreso bene: la globalizzazione.

Il gruppo Volkswagen
Sappiamo che Volkswagen non è solo il nome di una casa automobilistica, la capostipite con sede a Wolfsburg nella Bassa Sassonia, ma rappresenta un gruppo di aziende:


Nel 2016 il gruppo ha realizzato un fatturato complessivo di 217.267 milioni di euro (+1,9% sul 2015) con un profitto netto pari a 5.379 milioni di euro, questo a fronte di un volume totale di vendite di oltre 10 milioni di veicoli, per la precisione 10.391.113 (10.405.092 quelle prodotte), segnando un +3,8% rispetto all'anno precedente.
Tanto per avere un termine di paragone il gruppo Volkswagen fattura più del PIL della Grecia o del Portogallo ed è simile a quello della Finlandia.

A titolo di curiosità, questi i dati di vendita 2016 dei marchi principali:


E questa la ripartizione geografica delle vendite conseguite:


Ma il dato che desidero sottolineare è questo, il numero di stabilimenti dell'intero gruppo per area geografica:



120 stabilimenti produttivi, di cui 68 per le autovetture:


Queste due cartine ci suggeriscono quanto sia cambiata la geografia del gruppo dal punto di vista della produzione, produzione che solo alcuni decenni or sono era concentrata in Europa. Oggi il gruppo ha stabilimenti in 20 Paesi in Europa ed in 11 tra Asia, America e Africa occupando complessivamente 626.715 dipendenti.

Ma per riagganciarmi agli articoli del prof.Bagnai ed alle argomentazioni espresse occorre considerare ancora un aspetto, anzi due.

Economia di scala e di scopo (o di gamma)
Il primo concetto è abbastanza conosciuto: ad un aumento del volume di produzione - generalmente - i costi unitari si riducono per effetto di una maggiore distribuzione di quelli fissi, ma anche in parte di quelli variabili. Se ciò non avviene ne deriva una economia di scala decrescente e questo è dovuto a fattori terzi che comportano una inefficienza.
Va comunque precisato che non bisogna confondere con l'economia di scala una riduzione dei costi unitari dovuta al semplice maggiore utilizzo della capacità produttiva verso il livello ottimale oppure di una maggiore produttività dovuta ad un migliore utilizzo degli impianti riducendo sprechi di vario genere. Questa, l'economia di scala, la si otttiene aumentando sì, il volume di produzione, ma a parità di livello di efficienza.
Ad esempio, se ho 10 macchinari e ne uso 7, non è che se aumenta la produzione e ne utilizzo 9 i costi unitari diminuiscono per effetto di una economia di scala, questa semmai la si ottiene se da 10 macchinari ne aggiungo uno (o più) e li utilizzo tutti.
Parlando in questo caso di Volkswagen, questa ha potuto ridurre i costi unitari di produzione grazie (anche) all'aumento dei volumi di vendita e quindi di produzione che si sono raggiunti nel tempo.

L'economia di scopo, il cui termine - infelice - è la traduzione letterale del concetto espresso in lingua inglese economies of scope (o anche scope economies), rappresenta quella particolare riduzione dei costi derivante dalla produzione congiunta di beni diversi anziché separatamente, utilizzando i medesimi fattori produttivi (personale, impianti).
Questa forma di 'economia' è diventata sempre più importante, soprattutto in campo automobilistico per la quantità di risorse finanziarie impiegate. Basti pensare che le aziende tedesche (Opel esclusa), o sarebbe meglio dire i gruppi automobilistici tedeschi, nel loro insieme fatturano complessivamente poco più del nostro export totale: nel 2016 circa 450 mld di euro.
Chi è appassionato di motori, o se è un ingegnere (categoria a quanto pare non tanto gradita al prof.Bagnai), avrà sentito parlare delle piattaforme in campo automobilistico, che semplificando sono la definizione tecnica di quello che noi chiamiamo comunemente linee di assemblaggio. Le piattaforme quindi sono quell'insieme di attrezzature che vengono usate per assemblare le varie parti di un veicolo.
Se inizialmente associamo ad ogni modello di autoveicolo una specifica piattaforma di assemblaggio, è intuibile quanto utile possa essere avere una singola piattaforma con la quale si possano assemblare modelli diversi. Negli anni tutte le case automobilistiche hanno investito ingenti somme di denaro per piattaforme sempre più universali. Chi ha seguito anni or sono l'interesse della FCA di Marchionne per la Opel, avrà probabilmente letto che una delle ragioni era proprio quella che la casa di Rüsselsheim am Main aveva delle piattaforme compatibili con molti modelli Fiat e questo poteva permettere all'azienda ex torinese di poter usare gli stabilimenti per i propri modelli, oltre che per quelli Opel, senza la necessità di dover costruire nuove linee o stabilimenti. Personalmente ritengo infatti che questa fosse la ragione principale, cioè una questione diciamo tecnica più che economica dato che Opel non ha mai brillato per profittabilità.

Ebbene, di recente il gruppo Volkswagen ha investito alcune decine di miliardi (ho letto addirittura una sessantina) per una piattaforma all'avanguardia ed estremamente versatile in grado di produrre una gamma diversificata di autovetture Volkswagen, Audi, Škoda e Seat: la MQB-Plattoform, dove MQB sta per Modularer Querbaukasten:

MQB-Plattform

MQB-Plattform

Questi i risultati stimati ottenibili dall'utilizzo della piattaforma MQB della Volkswagen:


Una nota, tratta dal bilancio 2016 del gruppo, riporta che alla fine del 2016 sono state prodotte attraverso questa piattaforma ben 8 milioni di autovetture!

Un esempio dello sfruttamento di questa versatilità conseguita dall'uso di innovative piattaforme è lo stabilimento di Bratislava della Volkswagen Slovakia dove lavorano ben 11.542 dipendenti che assemblano le Volkswagen Touareg, Up! ed E-up!, l'Audi Q7, la Porsche Cayenne, la Škoda Citigo e la Seat Mii. Nel 2016 sono state prodotte circa 388.000 vetture, per la maggior parte vendute al di fuori della Slovacchia, con un fatturato di 7,6 miliardi di euro.

Un altro stabilimento di dimensioni del tutto simili e che occupa 11.631 dipendenti è a Győr (Ungheria), dove viene prodotta la serie Audi A3.

Ora, si capisce perché quando sorrido quando sento parlare taluni personaggi di quanto potrebbe perdere il gruppo Volkswagen (come le altre case automobilistiche tedesche) e viceversa guadagnarne FCA se uscissimo dall'euro e si tornasse tutti alle singole valute? E poi, FCA nel suo complesso o la sola produzione in territorio nazionale (oramai in minoranza) di un gruppo oramai formalmente straniero?
Sorrido anche quando sento affermare di una presunta competitività conquistata dal gruppo Volkswagen grazie ad una fantomatica deflazione salariale avvenuta in Germania e che avrebbe comportato un dumping competitivo, soprattuto quando poi leggo dal bilancio del gruppo 2016 che le spese per i salari del personale sono ammontate a quasi 30 miliardi di euro, ai quali si aggiungono 7 miliardi di oneri sociali e contributivi:


a fronte di quasi 620.000 dipendenti:


Il che comporta un salario medio lordo annuale di 48.000 euro e considerando che molti dipendenti sono distribuiti in vari Paesi dal basso costo della vita e quindi del salario rispetto a quello tedesco, è difficile pensare che in Germania quello sia il compenso medio.
Rimango poi perplesso quando sento menzionare a vanvera la moderazione salariale in Germania, avvenuta a partire dagli inizi di questo decennio non per pagare poco il lavoro ma per frenarne la crescita considerando che ad oggi il costo orario del lavoro nel settore manifatturiero in Germania si aggira sui 38 euro, valore da sempre più alto tra i principali Paesi esportatori, che si riduce a 33 euro includendo i servizi. Per l'Italia, tanto per fare un confronto, sono entrambi attorno ai 27 euro:

Costo unitario del lavoro (fonte Statistisches Bundesamt su dati Eurostat)

Insomma, quando leggo che si invoca l'uscita dall'euro per recuperare competitività grazie al deprezzamento della lira rispetto all'euro, o all'eventuale neo marco tedesco, rimango basito e sorrido al pensiero che facilmente il giorno dopo (il deprezzamento) è invece probabile che il prezzo di una auto tedesca addirittura scenda!

Come può essere possibile?

Diciamo che chi ha riflettuto leggendo quanto sopra riportato facile che lo abbia già intuito. Se l'auto è stata assemblata ad esempio in Ungheria, con componenti anch'essi prodotti per la maggior parte non in Germania, Ungheria che al momento ha il fiorino e non l'euro e se la lira dovesse sì, deprezzarsi nei confronti dell'euro (o del neo marco tedesco), ma apprezzarsi rispetto alla valuta ungherese, beh...la Audi A3 prodotta a Győr costerebbe paradossalmente meno!


Ma la realtà è che qualsiasi azienda che abbia stabilimenti in vari Paesi non ha un listino per ciascuno di essi, semmai ha in qualche modo prezzi che tengono conto del potere di acquisto nei Paesi dove è presente come vendite, ma la differenza non corrisponde a quella sui costi di produzione. Questo significa che in caso di uscita dall'euro dell'Italia, la Volkswagen potrà anche mantenere i listini inalterati. Ad esempio un'auto che oggi costa 20 mila euro, in caso di ritorno alla lira verrebbe inizialmente 20 mila lire dato che la conversione euro-lira avverrebbe alla pari, e a fronte di un deprezzamento ad esempio della neo lira del 20% rispetto all'euro la casa di Wolfsburg può decidere di mantenere quel prezzo e non portarlo a 24 mila lire come l'effetto cambio suggerirebbe.

Un esempio lo si può fare con la Nuova Polo 1.0 MPI Comfortline BMT 55kW/75CV benzina, che in Italia di listino è pari a € 12.670,67 (IVA esclusa) mentre in Slovacchia costa (o parte da) € 10.990,00.
Come si nota la differenza ammonta a circa il 15%, nulla esclude che questo possa essere anche lo 'sconto' che la casa tedesca decida di applicare per mantenere la stessa competitività in Italia in caso di ritorno alla  lira.
La morale è che io non mi affiderei più a queste soluzioni legate ai cambi della valuta, in passato avevano una loro indiscutibile influenza, ma oggi l'hanno meno ed ancora meno in futuro a fronte di una sempre più diffusa globalizzazione.
E il prof.Bagnai dovrebbe ascoltare anche le argomentazioni tecniche, oltre che prettamente economiche, potrebbe così apprendere che in molti casi, come quello della Volkswagen, la riduzione del costo unitario di prodotto si ottiene più attraverso incrementi di produttività via economie di scala e di scopo, oppure delocalizzando la produzione dove il costo del lavoro (e non solo quello) è decisamente inferiore, rispetto nel comprimere i salari in casa, il cui scopo semmai è di indurre meno delocalizzazioni piuttosto che realizzare fantomatici dumping.

lunedì 14 agosto 2017

Come sta la Spagna?

La Spagna viene spesso tirata in ballo da parte sia di chi vuole sottolineare l'efficacia sull'economia delle riforme strutturali che vengono caldamente sollecitate dall'Unione Europea (ma non solo) oppure, viceversa, dai detrattori di queste nonché delle politiche economiche e monerie della UE stessa cercando tra i dati elementi a sostegno della tesi di come queste siano controproducenti.
Ma ad oggi, senza schierarsi da una parte o dall'altra, quale è lo stato di salute dell'economia spagnola nel suo complesso?
Come sappiamo l'economia mondiale ha subito recentemente vistosi cambiamenti ed analizzare l'andamento di una nazione considerando un orizzonte temporale di lungo termine (oltre 5 anni) è a mio avviso controproducente. In questo arco di tempo troviamo quasi per tutti andamenti altalenanti con una situazione peggiorativa che segue la crisi del 2008 ed una seconda dopo il 2011. Ritengo quindi più esemplificativo analizzare un periodo di medio termine, ovvero degli ultimi tre anni: dal 2014 al 2016.

Prodotto Interno Lordo e suoi principali aggregati
Il Prodotto Interno Lordo a prezzi costanti della Spagna è cresciuto sensibilmente negli ultimi 3 anni:

- 2014..... +1,4%
- 2015..... +3,2%
- 2016..... +3,2%

Fare considerazioni senza entrare nel dettaglio può portare facilmente ad errate valutazioni, pertando partendo dalla famosa identità macroeconomica:

Y = C + I + G + (X -M)

dove:
Y è il Prodotto Interno Lordo
C sono i consumi delle famiglie
I sono i consumi delle imprese (investimenti)
G la spesa delle amministrazioni pubbliche
X le esportazioni
M le importazioni

vediamo l'andamento di ciascuna variabile durante questo triennio. I dati qui sotto rappresentati sono di fonte Banca Centrale Spagnola (Banco de España) e, attenzione, a prezzi di mercato:


Dai dati così esposti in dettaglio possiamo ora formulare delle valutazioni voce per voce.
  • Consumi delle famiglie: anche al netto dell'aumento dei prezzi che qui può essere valutato considerando il deflatore del PIL (ultima riga), emerge un progressivo incremento dei consumi interni da parte delle famiglie e molto meno da parte delle amministrazioni pubbliche. Infatti l'incremento in termini reali, cioè al netto del deflatore implicito, è stato rispettivamente del 2% nel 2014 (la spesa per consumi delle famiglie nel 2013, non riportata in tabella, è stata pari a 587.697 milioni di euro), del 2,1% nel 2015 e del 2,7% nel 2016.
  • Spesa delle amministrazioni pubbliche: l'incremento di spesa del settore pubblico in termini reali è stato rispettivamente  dello 0,4% nel 2014 (la spesa nel 2013 è stata complessivamente di 201.840 milioni di euro), del 2,7% nel 2015 e dello 0,6% nel 2016.
  • Investimenti: questa voce vede incrementi sensibili, pari rispettivamente al 3,4% nel 2014 (la spesa nel 2013 è stata in valore di 192.371 milioni di euro), del 6,4% nel 2015 e del 4,4% nel 2016.
  • Saldo commerciale con l'estero: nel 2014 la Spagna ha realizzato un avanzo commerciale in beni e servizi pari a 25.071 milioni di euro, nel 2015 per 26.346 mln e nel 2016 per 32.414 mln. Da notare comunque come lo scambio di beni sia in passivo, sebbene in riduzione, mentre risulta in attivo quello dei servizi, ed in incremento, che arriva più che a compensare il deficit precedente.
Riassumendo, si nota come tutte le voci siano in crescita, a livelli accettabili la spesa per consumi delle famiglie, moderata o contenuta quella delle amministrazion pubbliche, sostenuti invece - come dovrebbe essere - gli investimenti e buono anche l'avanzo commerciale sebbene non rilevante (2,9% del PIL nel 2016).

Mercato del lavoro
Insomma l'economia spagnola è in salute e questo si ripercuote anche sul mercato del lavoro con i dati di occupazione:


e disoccupazione:



La disoccupazione è scesa dal 25,93% di inizio 2014 al 17,22% del II trimestre di quest'anno, complessivamente i disoccupati si sono ridotti di poco più di 2 milioni di unità in due anni e mezzo e che si sono trasformati quasi tutti in occupati: 1.863 migliaia.
C'è chi fa notare - a ragione - che guardando le forme contrattuali la maggior parte di questi incrementi ha interessato quelli a tempo determinato su quelli a tempo indeterminato, in ogni caso il progressivo aumento degli occupati fa ritenere che questi poi si siano trasformati come stabili una volta che le aziende hanno potuto vedere che la crescita economica è solida e non temporanea. Inoltre è da notare che il 90% dei contratti è a tempo pieno e solo il resto part-time:


Costo del lavoro e retribuzioni
Guardiamo ora l'andamento delle retribuzioni e del costo del lavoro da una tabella recente pubblicata sempre dalla Banca Centrale di Spagna:


E' evidente come i salari (wages) non abbiano visto una sostanziale crescita, ma questo è del tutto spiegabile dal fatto che l'economia spagnola si è venuta a trovare in una crisi pesante che ha portato la disoccupazione a livelli elevati quindi è comprensibile come nella fase di ripresa i salari rimangano pressoché allo stesso livello oppure in alcuni casi, come in quello delle costruzioni, subiscano un calo dovuto al ridimensionamento del settore dopo la bolla immobiliare di alcuni anni fa.
Ritengo che questa situazione, se il trend di crescita economica e quindi anche dell'occupazione rimane costante, durerà ancora poco ed a breve si assisteràad una crescita anche dei salari.
Si noti come il costo sia del lavoro che dei salari per ora lavorata veda un calo sostanziale in questa prima fase del 2017 (oltre il 4% rispetto al trimestre dell'anno precedente) e questo è determinato da un aumento della produttività, non da un calo dei salari che invece vedono un incremento dello 0,8% rispetto allo stesso trimestre dell'anno precedente nell'industria a fronte di riduzioni del 1% nelle costruzioni e dello 0,3% nei servizi.

Conti pubblici
Una delle critiche che vengono talvolta mosse alla Spagna è che usufruisce su concessione delle autorità europee (la Commissione UE) della possibilità di effettuare deficit di bilancio rilevanti grazie ai quali può sostenere la ripresa. Allora, è vero che la Spagna ha avuto deficit più alti di altri Paesi, Italia in primis, ma occorre fare alcune osservazioni nel merito e non fermarsi grossolanamente ai dati finali.
Intanto il deficit è in progressivo e sensibile riduzione e così il livello del debito complessivo rispetto al Prodotto Interno Lordo, poi va fatto notare ai fautori dell'utilità della spesa pubblica che la Spagna ha un livello di questa rispetto al PIL notevolmente inferiore al nostro quindi se fosse vero che a maggiore spesa pubblica corrisponde una maggior crescita dovremmo essere a noi ad andare meglio.

Vediamo comunque l'andamento di entrate ed uscite del bilancio spagnolo negli ultimi due anni:


Risulta ben visibile come il disavanzo pubblico abbia visto una riduzione dai 30,4 mld di euro del 2015 ai 29,3 mld del 2016 grazie soprattutto ad un calo della spesa (Total current and capital uses), riduzione che è molto più accentuata confrontando i semestri Gennaio-Giugno (j-j) 2016-2017 dove si è passati da un deficit conseguito nel periodo Gennaio-Giugno del 2016 di € 21,5 mld a € 13,2 mld nel primo semestre di quest'anno, questo risultato dovuto in egual misura da un aumento delle entrate e da una riduzione della spesa.

Il debito pubblico spagnolo ha già cominciato a calare dal 100% del PIL del 2014 al 99% del 2016 contro quello italiano che invece è passato dal 131 al 132% nello stesso periodo.
Va infine rammentato, a chi guarda ai diversi livelli di deficit concessi, che Spagna e Italia hanno diversi livelli di output gap. Secondo stime del Fondo monetario internazionale la Spagna aveva nel triennio 2014-2016 i seguenti livelli di output gap rispetto al PIL: -6,8%, -4,5% e -2,3% mentre l'Italia rispettivamente: -4,1%, -3,3% e -2,4%. Da qui corrisponde una correzione più accentuata nei conti pubblici da parte della Spagna, come in effetti è avvenuto e sta avvenendo, rispetto all'Italia alla quale è stato appunto sempre richiesto una riduzione del deficit inferiore a quanto chiesto agli spagnoli.

Conclusione
Da quanto visto è innegabile che la situazione dell'economia spagnola sia migliore quanto a performance di crescita e vitalità rispetto a quella italiana, sebbene loro abbiano un livello di disoccupazione ancora sensibilmente maggiore, ma al momento sono sulla giusta strada, contrariamente alla situazione italiana che da un punto di vista migliore vede invece un andamento decisamente fiacco anche se registrando lievi incrementi. Questa valutazione è riscontrabile anche nella fiducia dei mercati che si ripercuote sui rendimenti dei titoli di Stato, al momento inferiori a quelli italiani.
Ciascuno faccia pure le sue personali considerazioni sulle ragioni di questo migliore andamento, lo attribuisca al maggior deficit pubblico di cui ha goduto la Spagna oppure ad una non tanto chiaramente dimostrata riduzione dei salari.
La mia è quella di chi ritiene determinate un peso inferiore del settore pubblico e soprattutto di una sua migliore allocazione delle risorse. Una classe dirigente quindi più consapevole, responsabile e reattiva di fronte alle difficoltà che eventi recenti hanno determinato.


martedì 16 maggio 2017

Anti-euro, game over!

Quello che fatti recenti hanno sentenziato è che l'Unione Europea e l'eurozona, seppur con i propri problemi da risolvere, non si disgregherà e potrà proseguire il suo cammino. Chi l'accusa(va) di essere la causa della situazione di bassa crescita e disoccupazione invocando la sua dissoluzione (in particolare l'eurozona) dovrà farsene una ragione.
L'elezione di Emmanuel Macron alla presidenza francese la dice lunga, dato che il suo programma era esplicitamente europeista e dove lui chiede una modifica dei trattati o comunque della politica sia economica che sociale dell'Unione Europea. Più attenzione alla gente, all'occupazione, alla crescita, ma senza chiedere semplicemente più facoltà di spesa, soprattutto a deficit. Al contrario, lui ha scritto chiaramente che intende procedere a riforme dell'assetto pubblico per giungere a risparmi, o meglio ad una ottimizzazione della spesa. Insomma: spendere sì, ma con giudizio.
E' favorevole ad un ministero superpartes all'interno dell'Unione Europea che abbia poteri di veto sui bilanci dei singoli Stati, in cambio egli propone di dotare uno specifico Parlamento dell'eurozona di un bilancio dedicato e più cospicuo per attuare investimenti mirati.
E' favorevole ad una politica fiscale uniforme ed una condivisione dei rischi riguardanti i debiti dei vari governi.
Al momento è solo, vero, ma c'è da aspettarsi che alle prossime elezioni per il Parlamento riuscirà ad avere attorno a sé il consenso necessario per l'attuazione del programma.

Dall'altra parte abbiamo la cancelliera Merkel, che forte della recente vittoria nel Land più popoloso della Germania, è sempre più lanciata verso il quarto mandato. Assieme a lei vi sarà con ogni probabilità l'attuale Ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, contestato all'estero ma molto stimato in Patria.
La politica tedesca sull'Europa quindi non cambierà, ma sbagliano coloro che pensano che sia divergente da quella prospettata dal neo Presidente francese. Anzi, sia Angela Merkel che Schäuble hanno accolto con entusiasmo l'elezione di Macron e hanno espresso desiderio di instaurare subito tavoli di trattative per proporre riforme all'attuale assetto dell'Unione.

Qui da noi, ma non è diverso da quanto accade anche in altri Paesi, le critiche sia all'Europa che all'euro sono andate via via affievolendosi tanto che i consensi stanno lentamente aumentando. Questo di certo non implica che non vi siano problemi da risolvere, anzi, solo uno sprovveduto può pensare che vada bene così, ma altra cosa è pensare che la soluzione sia la disgregazione dell'eurozona se non dell'intera Unione Europea. Anche chi propone il solo abbandono dell'euro non sa di cosa sta parlando, perché ciò - ammesso che sia possibile - non implicherebbe liberarsi dai vincoli di bilancio che valgono non perché si è adottato l'euro, ma in quanto si sono sottoscritti dei trattati. Abbandonare l'euro ed i vincoli di bilancio significa in sostanza abbandonare l'Unione Europea, chi afferma che desidera solo la prima parte mente, sapendo di mentire, agli elettori.
L'Italia ora deve approfittare subito della situazione e partecipare ai dibattiti per migliorare la governance europea, senza limitarsi a chiedere semplicemente più deficit.

La Germania, tanto per essere chiari, non è contraria né lo è mai stata ad un allentamento dei vincoli di bilancio, ma vuole però essere sicura che i vari governi non ne approfittino. Le rigidità chieste ed ottenute con i vari trattati, per ultimo il Fiscal Compact, hanno avuto questo significato: se da una parte vuoi essere padrone della tua spesa, ebbene allora la fai con le tue sole risorse!
Se invece sei disposto ad accettare una supervisione di un organismo sovranazionale che possa impedire spese inopportune, allora siamo favorevoli a concedere margini di manovra (leggi spesa a deficit) e trasferimenti attraverso il bilancio comune.
Chi ha letto alcuni interventi dello stesso Schäuble sa che egli addirittura non è contrario in linea di principio ad una condivisione dei rischi, ad una messa in comune del debito di ciascuno Stato, ma vuole prima di tutto essere sicuro che vengano messe in atto delle regole che impediscano ad un governo di approfittarne per farne cattivo uso, ad esempio per scopi elettorali. Schäuble ha affermato che prima occorre ridurre il livello di alcuni debiti (tra cui il nostro) per metterli in sicurezza, poi predisporre regole che tutti siano tenuti a rispettare e solo a quel punto si può parlare di condivisione. Condivisione che comunque potrà avvenire attraverso ad esempio un meccanismo come il fondo salvastati ESM, questo perché la Costituzione tedesca al momento impedisce di garantire debiti esteri ed una sua modifica richiederebbe un iter complesso e consensi ben difficili da ottenere.

Altra ragione per cui l'Unione Europea sta vincendo sui populismi è rappresentata dai dati macroeconomici recenti, che vedono il PIL dell'eurozona a 19, e della UE nel suo complesso a 28, crescere nel primo trimestre di quest'anno dello 0,5% rispetto al trimestre precedente, più di Gran Bretagna (+0,3%) e Stati Uniti (+0,2%):


Il tasso di disoccupazione è in continua discesa, sebbene non in tutti i Paesi:


mentre quello dell'occupazione continua a salire, puntando a raggiungere l'obiettivo stabilito per il 2020:


La crisi è oramai superata e se in alcuni Paesi, come Francia e Italia, l'economia ancora non ha raggiunto ritmi sufficienti a ridurre l'alto livello di disoccupazione, questo non dipende né dalla moneta unica né tantomeno dalla appartenenza all'Unione Europea. Le cause vanno quindi cercate al proprio interno, questo Macron per la Francia lo ha capito e scritto, da noi invece si è ancora legati alla cultura che per crescere occorre aumentare la spesa pubblica, soprattutto a deficit.
Saprà il governo Gentiloni oggi e chi verrà l'anno prossimo cogliere l'opportunità del momento ed aggiungersi all'asse franco-tedesco per dire la nostra sul futuro della UE contribuendo a dare una svolta o si limiteranno, come fatto in passato, a proposte spot e quasi sempre dedicate alle regole di bilancio, puntualmente bocciate, per poi andare a Bruxelles per firmare quelle altrui?