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giovedì 26 marzo 2020

Helicopter Money, è giunto il momento di provarlo?

Nel pieno della emergenza sanitaria dovuta all'epidemia del virus SARS-Cov-2 dobbiamo prepararci anche alle conseguenze economiche a seguito dei provvedimenti adottati dai governi per fronteggiare la situazione, conseguenze che saranno decisamente pesanti tanto da prevedere una crisi maggiore di quelle del 2008 e del 2011, in sostanza sarà la più grave dal dopoguerra.

I governi, le banche centrali di tutto il mondo e le istituzioni dell'Unione Europea stanno predisponendo programmi di intervento per fronteggiare le ricadute sull'economia e le cifre sono elevate, di diverse centinaia di miliardi per le maggiori nazioni europee, di 2 mila miliardi di dollari per gli Stati Uniti.
Saranno sufficienti? E' presto per dirlo, fatto sta che occorre anche considerare le modalità con cui questo denaro verrà immesso. Occorre cioè vedere se le consuete modalità di trasmissione saranno adeguate. Ad esempio, l'acquisto di obbligazioni di aziende private e di titoli di Stato da parte delle banche centrali nazionali e della Banca Centrale Europea sono sì efficaci per fornire liquidità alle banche e aziende ma può non essere sufficiente perché questa crisi coinvolgerà lavoratori dipendenti, famiglie, lavoratori autonomi e piccole aziende che in molte occasioni si vedono negare aiuti da parte degli istituti creditizi per carenza di garanzie. Occorre quindi un intervento diretto, magari da parte dello Stato, verso queste categorie più deboli. Come? Ad esempio prendendo in considerazione una ipotesi di politica monetaria straordinaria formulata mezzo secolo fa.

Helicopter Money
Si tratta di uno strumento di politica monetaria teorizzata dall'economista Milton Friedman nel 1969 nell'eventualità che le consuete operazioni ordinarie non fossero sufficienti. L'espressione rendeva l'idea: come lanciare denaro da un elicottero!
In pratica il denaro creato dalle banche centrali giungerebbe direttamente ai cittadini senza intermediari come avviene oggi attraverso il sistema bancario.
Per fare un esempio basta citare il caso europeo in cui l'Eurosistema, ovvero la BCE assieme alle singole BCN (banche centrali nazionali), acquista titoli di Stato in cambio di denaro, denaro che le banche cercheranno di utilizzare attraverso prestiti alla clientela in quanto questo da solo non genera reddito e per le banche è come per una azienda produrre i beni tipici per poi tenerli a magazzino. Altri strumenti poi a disposizione delle banche centrali sono i tassi di interesse e altre operazioni che comunque hanno lo scopo di fornire liquidità ma con il minimo comune denominatore di non giungere direttamente a famiglie e imprese.
Questo strumento ipotizzato da Milton Friedman invece prevederebbe il passaggio diretto, semmai gestito attraverso i governi, a prescindere dalla capacità di restituzione dei destinatari in quanto sarebbe un trasferimento a fondo perduto.

Occorre dire che se da una parte in questi decenni, cioè da quando Friedman fece questa proposta, ad oggi molti economisti si sono mostrati scettici sulla sua utilità preferendo strumenti ortodossi, dall'altra è fondamentale rendersi conto che questa crisi è decisamente non solo diversa perché non derivante dal ciclo economico, ma è anche una crisi dalle dimensioni decisamente elevate, tanto da poterla paragonare a quella di una guerra. Ecco perché è il caso di prendere in considerazione strumenti cosiddetti non convenzionali ed eccezionali.
E' necessario che lavoratori e famiglie non debbano pagare a caro prezzo una crisi che non dipende da loro o comunque da fluttuazioni economiche ma da una crisi esterna di carattere sanitario.

Eventualmente si potrebbe anche prendere in considerazione una prima soluzione intermedia se la creazione di denaro attraverso questa soluzione dovesse far storcere il naso agli economisti, si potrebbe infatti ipotizzare un anticipo ai governi da parte delle banche centrali di quanto da queste dovuto annualmente tra imposte e parte degli utili netti.
Ad esempio la Banca d'Italia dall'esercizio 2018 ha dato al governo italiano quasi 7 miliardi, costituiti da 1,155 miliardi in imposte e 5,710 miliardi di euro in utili netti spettanti a termine di altre destinazioni (fondo rischi, dividendi etc...). Si potrebbe ipotizzare che la Banca d'Italia anticipi alcune annualità al governo italiano e nei prossimi anni questo rinunci ad incassare imposte e utili di sua competenza fino a restituzione dell'ammontare complessivo ottenuto. Supponendo un prestito corrispondente a 5 se non addirittura 10 anni il governo potrebbe disporre rispettivamente di circa 35 o 70 miliardi da utilizzare esclusivamente a favore di famiglie e imprese in difficoltà e che non possono accedere attraverso il normale sistema creditizio.
Questo prestito avrebbe il vantaggio di non dipendere dall'umore o comunque dalla fiducia degli investitori e consisterebbe in qualche modo in una partita di giro differita nel tempo tra governo e banca centrale.

Comunque sia è assolutamente necessario predisporre piani di intervento dalle dimensioni eccezionali oltre che adeguate perché diversamente si rischiano, soprattutto per l'economia italiana, conseguenze a dir poco disastrose tenuto conto che quest'anno il settore turistico subirà un deciso crollo e lo stesso per il commercio estero con conseguenze sugli investimenti privati dato che in queste condizioni ben poche attività intenderanno investire.
Considerando che il PIL medio trimestrale italiano è di circa 440 mld, stimando un calo anche solo di un terzo ne deriverebbe che la cifra annualizzata comporterebbe una recessione attorno al 10% del PIL. Questo ad essere ottimisti ed in assenza di efficaci misure intraprese.

domenica 29 aprile 2018

Si può cancellare il debito pubblico? Sì...in un mondo virtuale!

Gira da tempo in rete questa domanda, ripresa tra l'altro anche da qualche economista o su organi di informazione da giornalisti occupandosi di questioni economiche:
"Si può cancellare tutto o parte del debito pubblico?"
La risposta è SI, si potrebbe fare. Tecnicamente è possibile.
E allora perché non lo si fa?
Per le sue implicazioni, in particolare riguardo alle ripercussioni sui prezzi che causerebbero una serie di problematiche che annullerebbero del tutto i vantaggi di una simile operazione.
Ma vediamo di capirne le ragioni.

Facciamo un esempio semplice. Si supponga di avere 100 mila euro risparmiati e investiti in titoli di Stato, titoli che per l'appunto lo Stato, il governo, ha emesso per compensare un eccesso di spesa ed è quindi ricorso a un prestito. Dato che è un prestito questo corrisponde quindi ad un debito e dato che a chiederlo è lo Stato a nome dei suoi cittadini è quindi per definizione "pubblico", ecco perché questo onere si chiama "debito pubblico".
Proseguiamo con il nostro esempio. Supponiamo che le uscite, le nostre spese quotidiane, siano compensate dalle entrate (retribuzione, provvigioni, utili di impresa etc...) quindi non abbiamo al momento necessità di prelevare fondi dal nostro investimento in titoli di Stato (BOT, CCT, BTP...) e nemmeno di acquistarne altri.
Quando questi titoli raggiungono la loro scadenza il governo ci rimborsa il loro controvalore nominale (generalmente 100 euro cadauno). Per semplicità ipotizziamo che tutti abbiano la medesima scadenza, questo implica che quel giorno il governo ci darà 100 mila euro, presumibilmente attraverso un bonifico da parte della Banca d'Italia dove il Ministero del Tesoro ha un proprio conto.
Ma il governo se non ha disponibili quei 100 mila euro deve ricorrere ad un secondo prestito, il quale servirà ad onorare l'impegno con noi. Può quindi emettere altre obbligazioni e aggiudicarle via asta. L'acquirente può essere altro privato cittadino, una banca o altra istituzione finanziaria o anche la banca centrale stessa, sebbene al giorno d'oggi le maggiori banche centrali al mondo non possono o comunque non intervengono per statuto nella fase di collocamento ma semmai solo in un secondo tempo. Quindi il titolo lo può acquistare una banca commerciale, un fondo o ente finanziario oppure un privato cittadino e solo in un secondo tempo può essere acquistato dalla banca centrale. Questo vale per la Banca Centrale Europea, per le banche centrali dell'Unione Europea e dell'eurozona in particolare ma anche per la Federal Reserve statunitense e per la Bank of Japan (sebbene qualche pseudo economista nostrano sostenga che non sia così). Il motivo è che è controproducente che un governo possa ottenere finanziamenti direttamente dalla propria banca centrale e le ragioni sono simili a quelle per le quali qui spiego perché nella nostra realtà è allo stesso modo controproducente pensare di cancellare tutto o parte del debito.

Abbiamo quindi nel nostro esempio che il giorno della scadenza il governo attraverso la sua banca, ovvero la Banca d'Italia, ci rimborsa il prestito ricevuto (100 mila euro). In tale ipotesi abbiamo che il saldo di questa operazione è nullo: noi da 100 mila euro in titoli abbiamo ora 100 mila euro in moneta corrente (tralasciamo ulteriori guadagni sulla differenza di prezzo di acquisto e vendita e per i previsti interessi), il governo aveva un debito prima con noi di tale importo e da quel momento in poi lo ha con altro/i soggetto/i.
La quantità di moneta in circolazione rimane la stessa.
Ma cosa accade se il governo potesse cancellare quei 100 mila euro seppur rimborsandoci?

L'operazione può avvenire solo in questo modo (escludendo il default, ovvero detto volgarmente un 'insoluto'): la Banca d'Italia acquista da noi i titoli e ci versa i 100 mila euro, poi quando questi giungono a scadenza anziché farsi pagare dal governo il corrispettivo semplicemente li brucia.
La banca centrale registra una perdita a bilancio di pari valore ma poco importa perché come sappiamo una banca centrale è una entità del tutto particolare, l'unica atta a creare moneta a piacimento (o quasi) quindi a differenza di qualsiasi altra banca non può fallire.

Fotografiamo la situazione attuale: noi abbiamo sul conto 100 mila euro derivanti dalla vendita alla banca centrale dei nostri titoli, il governo ha 100 mila euro in meno da pagare (quelli che dovrebbe alla banca centrale il giorno della scadenza dei titoli acquistati da noi) e la banca centrale ha una perdita di tale ammontare che da un certo punto di vista non implica nulla (in teoria) perché può emettere base monetaria (o moneta per dirla semplicemente) a suo piacimento. E' come se noi potessimo accendere il PC, entrare nella nostra area riservata della nostra banca e accedendo al nostro conto potessimo effettuare un pagamento anche se non disponiamo del denaro sul conto. Sarebbe un sogno, no?
C'è poi un'altra questione, che essendoci 100 mila euro in meno di titoli in circolazione (---> offerta), dato che il governo non ha dovuto emetterli per onorare il debito prima con noi e poi con la Banca d'Italia, e che noi con ogni probabilità intendiamo acquistare comunque dei titoli per mantenere l'investimento onde preservare il potere di acquisto nel tempo del nostro risparmio (---> domanda), abbiamo che la domanda cresce rispetto all'offerta.
Facciamo un rapido esempio giusto per chiarire il tutto con numeri molto piccoli. Ipotizziamo che il totale dei titoli in circolazione (del debito pubblico) sia pari a 1 milione di euro (magari...) e noi quindi ne possedevamo un decimo, ovvero 100 mila euro. Se tale ammontare poi è stato cancellato grazie alla Banca d'Italia che ha bruciato i titoli una volta acquistati da noi, il debito del governo e quindi i titoli in circolazione si riducono a 900 mila euro, però noi non intendiamo tenere i soldi sul conto con il rischio di perdere potere di acquisto e quindi cerchiamo di acquistarne altri. Abbiamo quindi che la domanda rimane di 1 milione di euro ma l'offerta è ora di 900 mila euro, pertanto il prezzo di aggiudicazione aumenta e di conseguenza diminuisce il rendimento e se il rendimento cala il governo ha un minore onere.

Allora dove sta il problema se fin qui è tutto bello?

Ecco che ci arriviamo. Se i titoli in circolazione sono passati da 1 milione di euro in controvalore a 900 mila, anche se il prezzo è aumentato ed il rendimento scende ci sono sempre 100 mila euro (o poco meno) che avanzano, quelli di chi non è riuscito ad acquistarli rimanendone escluso.
Ci sono due tipi di implicazioni, una poco credibile, una invece alquanto verosimile:

  1. Chi non è riuscito ad acquistare titoli (magari noi) si tiene i soldi fermi sul proprio conto corrente (poco credibile).
  2. Visto che non si è riusciti ad acquistare i titoli si decide di concedersi qualche capriccio, magari non spendendo tutti i 100 mila euro ma buona parte.
Bene, se ci limitassimo a 100 mila euro non comporterebbe nulla visto il reale ammontare di debito pubblico in vigore, ma se si cancellassero ad esempio 200 miliardi, ovvero un quarto circa della spesa pubblica annua e nemmeno un decimo del debito complessivo?
Qui le cose cambierebbero perché l'improvviso aumento della domanda di beni e servizi avrebbe come conseguenza l'aumento dei prezzi che vanificherebbe in parte o del tutto la cresciuta disponibilità.
Questo perché è una naturale se non fisiologica risposta degli operatori economici a fronte di un sensibile aumento della domanda in tempi brevi che sollecita loro ad incrementare il profitto non solo sulla quantità di beni e servizi venduti ma anche lucrando sul prezzo.
Se un bar ha 200 avventori al giorno e vende il caffè a € 1,00, è presumibile che se il numero aumentasse in poco tempo a 300 si decida a portare il prezzo ad esempio a € 1,20 almeno, non accontentandosi di guadagnare solo sull'effetto quantità.

Costoro che negano questo sono semplicemente dei ciarlatani, così come sono ciarlatani quelli che sostengono che questa conseguenza (l'aumento dei prezzi) è irrilevante. Intanto l'inflazione vanifica una maggiore disponibilità finanziaria in termini di potere di acquisto ed in secondo luogo (si fa per dire) penalizza una larga porzione di cittadini, in particolare i redditi fissi, perché le aziende di fronte ad un aumento dei costi saranno meno propense ad aumentare il costo del lavoro concedendo aumenti salariali, pertanto quando il o i dipendenti dovessero bussare alla porta saranno meno disponibili a darlo.
Magari il barista di prima può aumentare il prezzo della tazzina da caffè, ma se una parte dei suoi clienti è a reddito fisso e ha perso potere di acquisto non ottenendo l'aumento richiesto è presumibile che qualche volta rinunci a bere da lui il caffè e questo significa che da un lato il barista vede aumentare l'introito sul fattore prezzo ma dall'altra subisce un calo sul fronte quantità. Si tratterà di vedere se alla fine il saldo sarà per lui positivo o negativo.

In ogni caso questa soluzione di cancellare parte o addirittura tutto il debito di un governo non l'ha mai perseguito nessuno e l'esperienza ci ha insegnato che un aumento notevole della massa monetaria in circolazione ha sempre portato alti livelli di inflazione e disastri sociali, da Weimar all'odierno Venezuela. Che poi i cosiddetti monetaristi avessero voluto addirittura giungere a determinare il corretto tasso di crescita della moneta per evitare l'inflazione e perseguire una crescita economica stabile, facendo dipendere quest'ultima dalla sola quantità di moneta, è altro discorso ma comunque sia che un aumento sproporzionato della massa monetaria conduca ad un aumento dei prezzi è un dato di fatto.

Chi detiene i titoli del debito di 5 grandi economie

In conclusione, siamo cresciuti per credere al fantastico Paese dei Balocchi, occorre quantomeno studiare (e capire) le basi dell'economia reale anziché credere a facili ciarlatani vestiti virtualmente come il gatto e la volpe nella nota fiaba di Pinocchio!

Lucignolo e Pinocchio in viaggio verso il Paese dei Balocchi



mercoledì 31 gennaio 2018

Dall'autore di "Sud colonia tedesca. La questione meridionale oggi" una sequela di falsità e imprecisioni

Andrea Del Monaco
Grazie alla segnalazione di un conoscente mi è capitato di vedere il video della presentazione alla Camera dei Deputati a metà gennaio scorso del libro di Andrea Del Monaco "Sud colonia tedesca. La questione meridionale oggi", la cui prefazione è stata firmata da Marcello Minenna. Alla presentazione erano presenti oltre a Minenna anche Renata Polverini (Forza Italia), Adriano Giannola (Presidente Svimez), Francesco Boccia (Partito Democratico e Presidente della Commissione permanente Bilancio e Tesoro) e alcuni altri.
Soprattutto ho ascoltato la sua raffica di imprecisioni e luoghi comuni del tutto infondati quando gli è stata data la parola, fake news che meritano di essere smentite una per una per evitare che si dia credito alle già tante stupidaggini che ci vengono propinate soprattutto nell'attuale periodo di campagna elettorale.

Questo è il video della presentazione del libro dal sito di Radio Radicale e l'oggetto delle mie considerazioni. L'intervento di Andrea Del Monaco inizia al minuto 44 e dura circa un quarto d'ora:

 Clicca per accedere al video
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Premetto che io il libro non l'ho letto e quindi non so se contenga o meno le affermazioni che qui ho ascoltato e che contesto, ma come si dice se tanto mi da tanto è presumibile che sia così. In ogni caso, ripeto, replico a quanto qui ho ascoltato, ovvero ad una serie di affermazioni completamente inconsistenti seguendo l'ordine temporale con il quale sono state dette.

Mettetevi comodi perché la lista è lunga.

1. "La Banca Centrale Europea dovrebbe essere come la Federal Reserve, ovvero prestatore di ultima istanza"

Questa è una di quelle affermazioni del tutto campate in aria che vengono ripetute spesso da parte di coloro che non sanno proprio di cosa stanno parlando.
Prima di entrare nel merito descriviamo cosa è la Federal Reserve statunitense e quali compiti e limiti abbia, scoprendo che ha più similitudini con la nostra Banca Centrale Europea che differenze.
La Federal Reserve, per esteso Federal Reserve System, è la banca centrale degli Stati Uniti, nata nel 1913 quando si resero conto che affidarsi ad enti privati era controproducente e la nazione doveva avere tra le proprie istituzioni una banca centrale pubblica. Nel 1910 vennero inviati in mandato esplorativo in Europa alcuni funzionari con il compito di studiare la realtà al di quà dell'Atlantico, in particolare i modelli presenti in Gran Bretagna ed in Germania.
La Federal Reserve System è costituita da 12 banche (Federal Reserve Banks) dislocate nel territorio e del quale ne hanno affidate la competenze:


Le singole banche centrali hanno come azionisti banche commerciali pur essendo una istituzione pubblica, difatti lo status giuridico è paragonabile a quello nostro dell'istituto di diritto pubblico, status al quale appartiene la Banca d'Italia sebbene il capitale sia detenuto anche da organismi privati. Finiamola quindi di considerare la nostra banca centtrale una istituzione privata per questo aspetto che non significa nulla, oppure si trovi un solo ente o società privata che oltre alle imposte dovute (1,31 mld di euro nel 2016) versi al fisco l'80% degli utili (oltre 2 mld di euro nel 2016) e che l'ammontare della quota da ripartire tra gli azionisti sia definita per legge e non dall'assemblea dei soci:

(dal bilancio 2016 della Banca d'Italia)

Con l'istituzione della Banca Centrale Europea il ruolo assunto dalle singole banche centrali nazionali dell'eurozona è andato di fatto ridimensionandosi ed è simile a quello delle 12 banche federali negli USA, le quali sono parzialmente indipendenti sebbene siano tenute ad osservare la politica decisa dal board centrale.
Ma veniamo alla affermazione infondata di Del Monaco.

La Federal Reserve è prestatore di ultima istanza, vero. Ma lo è anche la Banca Centrale Europea!
Tutto sta a conoscere cosa si intende con il termine di prestatore di ultima istanza (Lender of last resort in inglese). Questa definizione si riferisce a quelle istituzioni (non solo le banche centrali) che si offrono di prestare denaro a quegli istituti che, comunque solventi, abbiano temporanei problemi di liquidità e riscontrino difficoltà ad ottenerla sul mercato, in particolare durante fasi di instabilità finanziaria.
La Banca Centrale Europea assolve questa funzione attraverso il cosiddetto Emergency Liquidity Assistance (ELA), del quale Del Monaco avrà sicuramente sentito parlare, almeno durante la crisi greca alla vigilia dell'assurdo referendum voluto dal governo Tsipras nel 2015 che ha indotto chi deteneva ingenti somme di denaro a trasferirlo all'estero. Le banche greche si sono così viste ridurre l'ammontare delle attività e sono finite quindi ad avere una crisi di liquidità. Non essendosi trovate in uno stato di bancarotta chiesero aiuto alla loro banca centrale ed ottenuto a più riprese su benestare della BCE con l'attivazione appunto del programma ELA attraverso il quale il sistema bancario greco ottenne liquidità per ben 88,9 mld.

Quello che Del Monaco probabilmente auspica ed al quale facilmente faceva riferimento è la diversa interpretazione - diffusa -  di prestatore di ultima istanza, ovvero di garante delle passività pubbliche (Titoli di Stato) e magari anche di quelle private.
Ebbene, questo la Banca Centrale Europea non lo assolve. Ma nemmeno la Federal Reserve!
Se Del Monaco avesse speso del tempo (nemmeno tanto) per documentarsi avrebbe appurato che i titoli emessi dal Dipartimento del Tesoro USA sono garantiti dallo stesso governo federale e non dalla banca centrale!
Anzi, dal Federal Reserve Act la banca centrale non può nemmeno finanziare il governo statunitense acquistando direttamente i titoli in fase di collocamnento, può farlo solo sul cosiddetto mercato secondario (open market), ovvero verso i titoli già collocati ed in possesso quindi di investitori istituzionali e privati cittadini. Esattamente come è previsto per la BCE e relative BCN dell'eurosistema.
Non serve leggersi l'intero documento sopracitato, basta una semplice letture delle FAQ (Frequently Asked Question) dal sito istituzionale su tale argomento:


"Tra gli Stati il tasso di interesse dovrebbe essere lo stesso e non ci dovrebbe essere lo spread, negli USA la California non attacca il Minnesota sullo spread"

Voglio pensare che questa enorme stupidaggine sia da ricondurre all'emozione del momento! Che significa che uno Stato attacca un altro sullo spread? Lo spread è la differenza tra una variabile e un'altra, in questo contesto la differenza tra quanto paga una nazione in interessi sul debito e quanto paga un'altra presa come riferimento e questa differenza è definita dagli investitori, non certo dai governi. Del Monaco verosimilmente fa riferimento a quanto avvenne nel 2011, in particolare nel secondo semestre dove, come sappiamo, si è registrato un aumento di questo differenziale tra i rendimenti dei titoli italiani rispetto a quelli tedeschi che vengono presi a riferimento (benchmark).
Ma Del Monaco - e molti che la pensano allo stesso modo - dovrebbero allargare la visione su quel periodo e verificare che il differenziale - o spread - aumentò praticamente per tutti i titoli dei vari Paesi, non solo quelli italiani e questo non perché ci fu un attacco, bensì all'epoca vi fu il timore da parte degli investitori che l'euro si dissolvesse e quindi preferirono dirottare gli investimenti verso titoli di quei paesi la cui valuta, in caso di tale ipotesi, si sarebbe rafforzata rispetto all'euro e comunque Paesi che rappresentavano una maggiore sicurezza dal punto di vista della solidità finanziaria. Tale timore è proseguito anche nel 2012 ed è scomparso quando Mario Draghi in una famosa dichiarazione fece intendere che la Banca Centrale Europea da lui presieduta non sarebbe stata a guardare ma invece avrebbe fatto di tutto per salvare l'euro e dato che una banca centrale gode di risorse praticamente illimitate questo ha calmato i mercati, soprattutto la speculazione:



Come ha poi chiarito Marcello Minenna che è intervenuto subito dopo, negli Stati Uniti c'è un differenziale, uno spread, tra i titoli emessi dai vari Stati anche se questo è contenuto in quanto l'ammontare dei deficit e quindi degli importi chiesti in prestito sono decisamente inferiori sia rispetto a quello federale che paragonati a quelli degli Stati dell'eurozona. Se anche noi avessimo un bilancio federale consistente e quello dei singoli governi di gran lunga inferiore stia tranquillo Del Monaco e chi come lui che lo spread risulterebbe minimo come è appunto negli USA.
Ma soprattutto quello che determina questi squilibri è il timore che uno Stato possa uscire dall'euro o che l'intera eurozona possa dissolversi. Se i mercati fossero convinti dell'unità non avrebbero ragione per creare queste differenze, almeno non così nette come abbiamo visto in passato. Negli USA non c'è chi pensa che l'Arizona, il Delaware o altri chiedano l'uscita dal dollaro o dalla federazione stessa! Chi alimenta questi nervosismi e quindi lo spread sono proprio coloro che lanciano proclami contro l'Unione Europea con accuse poi del tutto infondate e ridicole.

"60 miliardi pagati ai fondi salvastati per salvare le banche tedesche e francesi"

Del Monaco ha fatto riferimento ad un unico fondo salvastati al quale, secondo lui, avremmo versato 60 miliardi e che ha visto l'obiezione dell'allora ministro Tremonti all'atto del conferimento della nostra quota in denaro, ma credo che sia una gaffe anche qui dovuta all'emozione dato che ritengo che egli sia informato che i fondi salvastati sono stati due: EFSF prima e l'attuale ESM.
In ogni caso gira spesso questa informazione errata che l'Italia abbia versato tale cifra, addirittura per salvare le banche francesi e tedesche, e questa è poi una colossale stupidaggine!
Innanzi tutto rivediamo i conteggi e poi passiamo all'uso fatto degli aiuti.
I miliardi raccolti tramite emissione di titoli di Stato sono ben inferiori ai 60 millantati, sono infatti circa 24,32:
  • 10 miliardi concessi alla Grecia con un accordo bilaterale quando il loro governo non fu più in grado di accedere ai mercati a tassi accettabili per finanziarsi. Dato che la UE non disponeva di una misura per intervenire fu chiesto ai singoli Stati di aiutare la Grecia raccogliendo loro il denaro e noi facemmo la nostra parte per tale ammontare che è da considerarsi un prestito, non una regalia.
  • 14,32 miliardi sono la nostra quota di competenza versata all'attuale fondo ESM per la costituzione di complessivi 80 mld quale capitale iniziale, capitale necessario per consentire al fondo di emettere obbligazioni attraverso le quali raccogliere sul mercato il denaro per finanziare i Paesi in difficoltà.
Gli altri miliardi sono quelli riferiti all'ormai ex fondo salvastati EFSF, il quale raccoglieva denaro emettendo obbligazioni garantite dagli Stati dell'eurozona. Eurostat chiese che l'ammontare di queste garanzie fossero incluse a bilancio sebbene non avesse comportato una effettiva uscita di denaro, da qui anche la ragione di non includere nei conteggi del debito tale ammontare quando si fa riferimento ai parametri di bilancio - deficit e debito - da osservare (Maastricht prima e Fiscal Compact ora). Insomma questa quota - la maggiore - riguarda una mera garanzia, una fidejussione, non un effettivo esporso.
L'inganno nasce da una approssimativa quanto errata interpretazione di questo grafico pubblicato in più occasioni, sebbene aggiornato, dalla Banca d'Italia:


Del Monaco - e non solo - può tranquillamente chiedere conferma alla nostra banca centrale se l'area di colore viola e corrispondente alla quota riferita al nostro contributo di competenza al fondo EFSF riguardi un effettivo esborso oppure come sto affermando una semplice garanzia.

Per quanto riguarda l'introduzione dei fondi salvastati è opportuno ricordare che si è giunti a questo su richiesta dei Paesi in crisi, quelli debitori, non dei creditori (in primis Francia e Germania).
La tesi che attraverso questi si siano salvate le banche di questi due Paesi è una semplice fesseria. Basta confrontare gli importi ai quali le banche dei due Paesi erano esposte, ad esempio in Grecia, con quanto hanno poi i rispettivi governi (i loro contribuenti per la precisione) versato sia con accordi bilaterali che poi al fondo ESM (21,6 mld per la Germania e 16,2 per la Francia) e verificare che il saldo netto ammonta ad una cifra del tutto irrilevante rispetto a quanto messo in campo complessivamente tra esporsi veri e propri e garanzie per sostenere i rispettivi sistemi bancari di fronte alla crisi finanziaria. Basti pensare che il governo tedesco ha impegnato oltre 250 mld, vogliamo dire che le banche tedesche sarebbero saltate per qualche decina in più che il governo non avrebbe potuto mettere (rammento che all'epoca era possibile in casi eccezionali come quello l'intervento pubblico)?
Una interessante analisi sull'esposizione in Grecia delle banche straniere è stata condotta dalla dott.ssa Silvia Merler e pubblicata sul sito LaVoce.info dal titolo: "Chi è (ancora) esposto al rischio greco" (cliccare per leggere l'articolo).
C'è da aggiungere anche gli aiuti alla Spagna e ad altri Paesi, vero, ma la domanda è: nel caso non si fosse provveduto ad aiutare in questo modo le nazioni in crisi siamo sicuri che sarebbero saltati i Paesi con maggiore solidità? E quale conseguenza avrebbero subito i Paesi debitori, la loro economia? Del Monaco ha idea di cosa significhi un crollo del sistema bancario di una nazione? O fa parte di quelli che pensano che l'indomani sia sufficiente creare una banca centrale che con un click rispristini conti correnti di famiglie e imprese?

"Tremonti voleva impegnarsi con i fondi salvastati sulla base della quota di partecipazione alla Banca Centrale Europea (o dell'effetiva esposizione ai Paesi in crisi - non si capisce bene)"

Non si capisce bene cosa Del Monaco addebiti all'allora ministro Tremonti, perché prima dice che egli si oppose alle quote di partecipazione ai fondi salvastati proposte perché voleva le stesse di quelle alla BCE, ma poi prosegue che lui voleva assegnare quote in proporzione al livello di esposizione di ciascun sistema bancario sottolineando che noi eravamo ad esempio esposti un decimo dei tedeschi.
In ogni caso le quote di partecipazione ai fondi EFSF prima e ESM poi sono quelle verso la BCE, si tratta di quote rimodulate per via che partecipano al capitale della BCE anche banche centrali di Paesi che non fanno parte dell'eurozona e che insieme rappresentano il 30% circa del capitale, pertanto quella detenuta da quelle dell'eurozona ammonta al restante 70%. Come conseguenza la quota di ciascun Paese nella costituzione del fondo salvastati viene aumentata del 43% circa (100/70). L'Italia passa da un 12,5% di quota verso la BCE ad un 17,9% ai fondi EFSF e ESM e la Germania da 18,9% a 27% rispettivamente.

Sulla seconda considerazione, detta o meno da Tremonti, calo un velo pietoso. La mia opinione personale è che questa affermazione se davvero l'ha detta Tremonti è successiva, facilmente l'ha espressa per dire che a conti fatti potevamo chiamarci fuori dal partecipare ai fondi salvastati dato che non ne abbiamo avuto bisogno.

"Mario Draghi a maggio 2011 disse che i nostri conti pubblici erano in ordine, ad agosto arrivò la lettera della BCE che ci imponeva misure come quella della legge Fornero (in seguito approvata dal governo tecnico)"

Non so dove Del Monaco abbia letto o sentito tale affermazione, perché riguardando quello che fu l'ultimo intervento ufficiale di Mario Draghi nella veste di governatore della Banca d'Italia le sue valutazioni in merito allo stato di solidità dei nostri conti pubblici erano ben diverse:

(da Considerazioni finali del governatore della Banca d'Italia - 31.05.2011)
e ancora più riguardante la situazione italiana:


E' vero, non ha lanciato alcun allarme sui conti pubblici, d'altronde non c'era necessità a maggio 2011, ma ha fatto ben chiaramente capire che era assolutamente necessario procedere ad una politica fiscale più virtuosa.
Da luglio 2011 più che sui conti pubblici ci fu l'emergenza di calmierare i mercati e questo lo poteva fare solo la BCE dietro un impegno da parte del nostro governo di attuare proprio quanto Draghi espresse pochi mesi prima e solo dopo questo la BCE stessa procedette all'acquisto di oltre 100 mld di nostri titoli per contrastare la speculazione. La nostra Banca d'Italia avrebbe avuto da sola la medesima capacità?


"Dietro il debito privato c'è il credito all'esportazione, in questo caso da parte della Germania che presta il denaro ai vari Paesi per l'acquisto dei propri prodotti"

Premesso che le banche chiedono ed ottengono prestiti da altre banche così come i cittadini lo ottengono dalle banche stesse, è pacifico che a prestare siano istituti di credito di quei Paesi la cui economia sia florida e quindi anche la situazione finanziaria.
Del Monaco cita l'esempio della Grecia che ha letteralmente del ridicolo: le banche tedesche (lui cita quale esempio la Deutsche Bank) prestavano denaro a quelle greche affinchè i greci acquistassero le automobili tedesche (citando quale esempio Volkswagen).
Allora, che il debito privato greco sia aumentato considerevolmente tra l'ingresso nell'eurozona (2001) e l'avvento della crisi (2008) è vero:



ma pensare che sia servito ad acquistare automobili o altri generi dalla Germania è del tutto ridicolo. Nel 2008, anno di massimo livello raggiunto dall'economia greca, le esportazioni tedesche in Grecia di autoveicoli per il trasporto di persone (Personenkraftwagen) e di veicoli commerciali (Lastkraftwagen) sono ammontate rispettivamente a 978 milioni e 131 milioni di euro:



Insomma 1,1 mld di euro complessivi, un po' pochi - sebbene riferiti ad un solo anno - per giustificare l'incremento di oltre 182 miliardi di debito privato tra il 2001 e il 2008, no? Non è che con i prestiti i greci abbiano acquistato altro, magari immobili ad esempio anziché BMW, würstel e crauti?
Per fare un raffronto basta dire che quell'anno noi importammo autoveicoli dalla Germania per 12,3 mld ed i Paesi Bassi per 3,3 mld, Paesi Bassi che non avevano nè hanno tutt'ora necessità di un cosiddetto vendor financing per acquistare prodotti dall'estero e dalla Germania in particolare visto che registrano un surplus delle partite correnti ancora maggiore dei tedeschi rispetto al proprio PIL.

A seguire Del Monaco afferma che la crisi greca sarebbe iniziata dall'impossibilità dei cittadini greci di pagare le rate sui prestiti contratti. Ecco, farebbe bene a ripassare gli eventi perché la crisi in quel Paese nacque dall'ammissione del governo appena insediato e per bocca del presidente George Papandreou che a fine 2009 dichiarò che i precedenti governi greci avevano falsificato i dati di bilancio dei conti pubblici per permettere alla Grecia di entrare nell'euro e denunciò il rischio di bancarotta del Paese. A seguito di questo le banche straniere decisero di non esporsi e di far rientrare i capitali prestati, o meglio di non rinnovarne.

"Il debito pubblico è aumentato dal 116% del 2011, ultimo anno del governo Berlusconi, al 129% nel 2013 a seguito della 'cura' Monti"

I dati sono corretti, ma Del Monaco però commette l'errore diffuso di addebitare al governo tecnico di Mario Monti le manovre di politica fiscale. Sorvolando sul fatto che è il Parlamento che approva le leggi e quindi le misure che il governo Monti potè solo proporre, la maggior parte delle misure furono decise proprio dal governo Berlusconi nell'estate del 2011 con efficacia finanziaria nel biennio 2012-2013. Il governo Berlusconi IV poi, dal 2008 al 2011, vide aumentare il peso del debito dal 102% al 116% del PIL. Fu dovuto alla crisi che fece scendere il PIL, vero, però Monti si trovò nella condizione di difficoltà nell'ottenere denaro sul mercato a tassi sostenibili, questo fattore spesso non viene tenuto in debita considerazione. Nell'invocare deficit si dovrebbe tenere conto che dall'altra parte ci deve essere chi ti presta il fabbisogno a costi accettabili, tassi che non puoi imporre ma solo concordare presentandoti con i conti di casa in ordine.

"La Banca d'Italia dovrebbe tornare sotto il controllo del governo"

Tralascio la ragione di politica economica neoliberista vs keynesiana dove, secondo Del Monaco, alla base della quale ci sarebbe stata la separazione della nostra banca centrale dal (ministero del) Tesoro e quindi dal governo che è una fesseria bella e buona (Keynes non ha mai sostenuto che la banca centrale dovessere essere controllata dal governo, né ha mai sostenuto che il governo debba sostenere costantemente deficit per pagare le proprie spese incrementando il debito rispetto al PIL), mi farebbe piacere sapere da Andrea Del Monaco quali Paesi al mondo hanno ancora una banca centrale dipendente dal governo.

Le altre affermazioni essendo valutazioni di carattere politico o comunque opinionistico non le commento, benchè condite con farneticazioni antitedesche, ciascuno è libero di esprimere la propria opinione. Altra cosa però sono le sciocchezze belle e buone.

mercoledì 14 giugno 2017

Elementi basilari di Economia monetaria in versione semplificata

In un periodo come quello attuale dove i temi di carattere economico occupano uno spazio rilevante nei dibattiti è utile conoscere gli aspetti basilari in maniera da poter smascherare più facilmente i ciarlatani e raccontafavole. E purtroppo in giro per il web, nei social forum come tra i politicanti costoro abbondano facendo leva proprio su coloro che non dispongono della sufficiente competenza presentando argomenti di facile leva emotiva oltre al fatto di possedere in qualche modo una certa logica, sebbene fallace.
Un esempio eclatante è quello di chi sostiene che riprendendo la cosiddetta sovranità monetaria (senza però spiegare bene a cosa ci si riferisca con questo termine) il nostro Paese sarà finalmente in grado di uscire dalla condizione asfittica della sua economia, dare lavoro ai disoccupati, incrementare i salari, inserire finalmente un welfare e chissà che altro ancora.
Per dimostrare però quanto questo assomigli più alla rappresentazione del Paese dei Balocchi di Pinocchio rispetto alla realtà in cui viviamo occorre che si posseggano le corrette basi, cioè una seppur minima conoscenza delle dinamiche economiche e monetarie. Qui provo a descrivere in forma alquanto semplificata la parte che riguarda la moneta, i suoi aggregati e le principali politiche monetarie che sono utilizzate dalle autorità competenti (le banche centrali) seguendo un ordine diverso rispetto a quello dei testi ufficiali di macroeconomia ma che ritengo essere di più facile comprensione.

La moneta
Saltando le definizioni formali in base alle quali la moneta è il mezzo di pagamento che regola i rapporti economici, che è anche una riserva di valore, eccetera... eccetera... eccetera... che è sì importante ma non fondamentale, almeno per chi per obbligo non deve studiarlo, vediamo in cosa consiste e come poi questa viene classificata formalmente.
Proviamo a partire da noi come cittadini. Tutti o quasi abbiamo un conto corrente presso un istituto di credito (oppure presso le Poste). Supponiamo di avere ad oggi 10 mila euro su tale conto e che nel portafoglio si abbiano altri 100 euro tra banconote e monete. In economia per moneta si intende genericamente ciò che è utilizzato come normale mezzo di pagamento per una transazione (di beni e/o servizi) quindi la nostra disponibilità complessiva di moneta non è limitata a ciò che abbiamo nel portafoglio né tantomeno alle vere e proprie monete metalliche, bensì alla somma tra questo ed il deposito in conto corrente, quindi nel nostro esempio il totale corrisponde a 10.100 euro. Questa disponibilità la potremo utilizzare per i nostri acquisti attraverso le varie forme di pagamento che conosciamo:
  • Contanti
  • Carte di debito (bancomat) o di credito
  • Assegni circolari
  • Bonifici
Ce ne sono poi altre ma usualmente queste sono quelle che vengono utilizzate dalla maggior parte di noi come normali consumatori.

Curiosità: perché il bancomat è chiamato carta di debito a differenza di quelle che sono chiamate invece carte di credito?
Perché ad ogni pagamento effettuato con il bancomat viene generato direttamente un ordine di addebito per l'importo corrispondente sul conto corrente al quale la carta è associata, mentre nel caso della carta di credito in realtà viene sottratto solo l'importo dell'operazione da quello totale (o quello netto rimanente) che l'ente emittente della stessa ci ha concesso ad inizio periodo e l'addebito complessivo di quanto utilizzato sul nostro conto corrente avviene solo in un secondo tempo, alla scadenza di un determinato periodo di tempo (in genere il mese di calendario).

E' importante capire che la quantità di contanti che abbiamo in portafoglio non cambia la nostra disponibilità di moneta in senso lato, questo perché se prelevassimo con il bancomat o allo sportello ad esempio altri 100 euro in banconote, il saldo in conto corrente verrebbe ridotto di pari ammontare (9.900 euro nel nostro esempio) e la nostra disponibilità complessiva rimarrebbe esattamente la stessa. Diciamo che l'ammontare in contanti che ciascuno di noi decide di detenere dipende in gran parte dalla necessità prevista che si stima per l'uso di questa forma di pagamento rispetto ad altre.
Se la quantità di contanti (o circolante, il termine adoperato formalmente) che decidiamo di detenere non cambia la nostra disponibilità complessiva e che possiamo definire come la nostra quantità di moneta, allo stesso modo anche le banche detengono un certo ammontare di banconote e monete sufficiente a soddisfare le richieste della clientela ma che questo non altera in alcun modo la quantità di moneta di cui dispone la banca.

Gli aggregati monetari
Per comprendere facilmente cosa sono gli aggregati monetari che vengono contraddistinti formalmente con le sigle M1, M2 e M3 partiamo da dove si è appena giunti. Se nell'esempio fatto in precedenza mettiamo insieme gli importi di quello che si è ipotizzato avere sul conto corrente (10 mila euro) e nel portafoglio (100 euro), cioè complessivamente 10.100 euro che rappresentano la nostra disponibilità di moneta, possiamo assegnare una sigla che la contraddistingua: M1.
M1 è quindi la nostra capacità di spesa immediatamente utilizzabile.

Però tutti noi possediamo anche dei beni materiali che hanno un valore intrinseco di mercato, cioè possono essere commercializzati. Ad esempio la nostra auto, un motorino, un quadro, dei mobili di arredo (specialmente se antichi) etc... Possediamo quindi dei beni che generalmente non possono essere utilizzati come mezzo di pagamento diretto ma che avendo un valore di mercato possono essere ceduti in cambio di circolante (banconote e monete) e quindi monetizzati. Non andremo quindi a pagare un pieno di benzina con un comò del '700 per poi farci dare il resto ma possiamo cederlo in diversa occasione e pagare il carburante con parte del contante ricevuto in cambio.
Possiamo quindi considerare anche questi beni come moneta in quanto possono essere scambiati con circolante (monetizzati) anche se questo richiede del tempo. Se riusciamo a stimare il suo controvalore possiamo assegnare a questo importo una sigla specifica, ad esempio dM1 e sommando questo a quello precedente (M1) possiamo assegnare una sigla, M2, che rappresenta l'insieme di M1 e dM1. M2 quindi è la nostra capacità di spesa costituita da quella immediatamente utilizzabile (deposito in conto corrente, banconote e monete) e quella che può esserlo in tempi brevi.

Molti posseggono anche beni immobili come una casa, un appartamento, anche questo è un bene che può essere liquidato, cioè venduto in cambio di circolante o più verosimilmente di un assegno o accredito sul nostro conto corrente mediante bonifico. Ci vorrà del tempo però, non è così veloce la vendita di un immobile, sicuramente più di quanto necessario per i beni descritti precedentemente. In ogni caso anche questa tipologia rappresenta una nostra capacità di spesa e quindi di moneta. Se riusciamo a stimarne l'ammontare ed assegniamo ad esso ad esempio la sigla dM2 possiamo poi assegnare anche una sigla, M3, alla somma di M2 e dM2. Avremo quindi con M3 il totale della nostra ricchezza, della nostra capacità di spesa e quindi in un certo senso della quantità di moneta che possediamo.

Praticamente abbiamo compreso come le sigle M1, M2 e M3 rappresentino in economia diversi aggregati monetari il cui passaggio è legato alla capacità di essere convertiti, più o meno velocemente, in mezzo di pagamento usuale. Ogni banca centrale definisce i diversi livelli di aggregati monetari M1, M2 e M3. Per la Banca Centrale Europea sono questi:
  • M1 - somma di circolante (banconote e monete) e dei depositi cosiddetti overnight (quelli delle banche commerciali verso la banca centrale e che riguarda la liquidità in eccesso);
  • M2 - somma di M1 con i depositi con un grado di maturità fino a 2 anni e depositi riscattabili con un avviso fino a 3 mesi;
  • M3 - somma di M2 con attività finanziarie che possono fungere da riserva di valore e liquidabili in un tempo più lungo rispetto a quelli inclusi in M2 (esempio pronti contro termine, le obbligazioni di aziende e dei governi - Titoli di Stato - con maturità fino a 2 anni).
Ogni banca centrale determina sia l'ammontare che la variazione dei vari aggregati monetari nel tempo in quanto è essenziale al fine di determinare quali misure di politica monetaria adottare in funzione del contesto economico. Normalmente vengono considerati gli aggregati M1 (narrow money) e M3 (broad money) in quanto l'intermedio M2 è meno determinante:


Nota: la U.S. Federal Reserve ha cessato qualche anno fa di pubblicare i dati relativi all'aggregato M3 e si ferma a quello di M2.

La velocità di circolazione della moneta
Sappiamo che vi è un legame tra quantità di moneta ed inflazione, se la prima cresce eccessivamente determina facilmente un aumento dei prezzi che può essere anche alquanto rilevante. La storia economica ha numerosi esempi in tal senso, dalla iperinflazione della Repubblica di Weimar a quella attuale del Venezuela.
Ma la sola quantità di moneta non è sufficiente a spiegare o a causare un aumento dei prezzi, occorre anche che vi sia un livello elevato di circolazione della stessa.

Cosa si intende per velocità di circolazione della moneta?

Un esempio semplice può chiarire il concetto. Supponiamo che in un ipotetico sistema chiuso vi siano pochi operatori tra cui noi, e che solo noi si possegga moneta per un ammontare pari a 1.000 euro. Se spendiamo questa somma a favore di un secondo operatore, ad esempio un negoziante, è facile intuire che si avrebbe una differenza tra il caso in cui il negoziante depositi in banca la somma ricevuta, non procedendo a scambi di alcun tipo per un certo periodo (esempio 1 mese), ed il caso invece in cui egli effettui a sua volta una spesa trattenendo solo 100 euro, cioè un acquisto pari a 900 euro e che questo si ripeta con un terzo operatore che riceve i 900 euro e a sua volta trattenga 100 euro e ne spenda il rimanente verso un quarto e così via per un altro passaggio.
Avremmo quindi i seguenti casi:
  1. Scambio di soli 1.000 euro da noi al primo operatore;
  2. Scambio di complessivi 3.400 euro (1.000+900+800+700) da noi al secondo operatore, da costui al terzo, dal terzo al quarto e infine da questo al quinto.
I 1.000 euro, che come detto rappresentano l'ammontare complessivo di moneta che detenevamo solo noi, hanno visto un passaggio di pari valore nel primo caso e di 3.400 euro nella seconda ipotesi.
La velocità di circolazione della moneta è rappresentata dal rapporto tra l'ammontare degli scambi avvenuti e la quantità di moneta complessiva, rispettivamente quindi 1 nel primo caso e 3,4 nel secondo.

E' logico intuire come a parità di quantità di moneta una maggiore velocità di circolazione influisca sui prezzi e che il combinato di incremento della quantità con una sua maggiore velocità di circolazione abbia effetti ancora più incisivi sui prezzi,
E' intuibile anche pensando a coloro che, nonostante abbiano capacità di spesa, preferiscono tenere i risparmi sul conto rinunciando a spendere determinando così una ridotta domanda di beni e servizi e quindi una minore sollecitazione verso un loro aumento.
E' questa una delle cause per le quali l'aumento di massa monetaria decisa dalla Banca Centrale Europea attraverso il noto Quantitative Easing ha avuto scarso successo. Le condizioni di domanda debole da parte dei consumatori, ma anche del settore pubblico, non ha incentivato i privati (le aziende) ad investire nonostante il settore creditizio (le banche) avesse abbandonato la stretta creditizia (credit crunch) a seguito della crisi finanziaria avvenuta nel 2008 e fossero finalmente disponibili a concedere prestiti senza troppi vincoli. La massa monetaria da una parte è cresciuta ma dall'altra non è circolata a sufficienza nell'economia e ancora oggi, dopo due anni dall'inizio di questa cosiddetta misura di politica monetaria non convenzionale, il livello dei prezzi non ha raggiunto gli obiettivi stabiliti, ovvero di crescita prossimi al 2%. Recentemente infatti questo livello lo si è quasi raggiunto ma non con l'indice core dei prezzi, cioè scorporando l'influenza data dai prezzi di quei beni che presentano una notevole volatilità come energia e alimentari. Infatti se questo è l'indice generale:


se scindiamo le componenti vediamo come quella dell'energia abbia influito molto e come escludendo questa, quella che riguarda i generi alimentari ed il tabacco, più soggetti a variazioni rilevanti di prezzo, questi siano cresciuti sensibilmente meno (+0,9% contro l'indice complessivo di +1,4%):



La politica monetaria
La politica monetaria è l'insieme degli strumenti utilizzati da una banca centrale al fine di raggiungere gli obiettivi prefissati di politica economica in generale. Alla Banca Centrale Europea come sappiamo l'obiettivo è uno solo: la stabilità dei prezzi che è definita da una crescita moderata dei prezzi ad un tasso inferiore ma prossimo al 2%. Per conseguire questo obiettivo la BCE, come le altre banche centrali, ha diversi strumenti, i principali sono:
  • Variazione del livello di riserve presso la banca centrale chieste al sistema bancario
  • Variazione dei tassi di interesse per i depositi e per la concessione di liquidità overnight
  • Operazioni di mercato aperto
RISERVE MINIME
Le riserve minime richieste dalla banca centrale alle banche commerciali influiscono sulla quantità di moneta in quanto ad un incremento del livello richiesto diminuisce la capacità da parte degli istituti di credito di concedere prestiti e quindi si avrà una riduzione dell'offerta di moneta.
In passato il livello di riserva era determinato da una percentuale sui depositi che la banca aveva dalla propria clientela, oggi tale livello è determinato in relazione a precisi e periodici elementi di bilancio delle banche stesse.
Ad essere precisi, il controllo dell'offerta di moneta da parte della banca centrale in questo caso avviene attraverso il moltiplicatore monetario ma preferisco non addentrarmi troppo su argomenti tecnici. Ad ogni modo questo è rappresentato dal rapporto tra la somma dei depositi della clientela privata presso le banche commerciali più il circolante, con la base monetaria, che è la somma di circolante e depositi delle banche commerciali presso la banca centrale stessa. La banca centrale controllando la base monetaria (cioè il volume di circolante ed i depositi delle banche presso di lei) e conoscendo il valore approssimativo in quel momento del moltiplicatore è in grado di controllare, seppur indirettamente, l'offerta di moneta.

VARIAZIONE DEI TASSI DI INTERESSE
Ogni banca può a fine giornata aver necessità di un prestito temporaneo a breve termine oppure depositare un eccesso di liquidità anche in questo caso per un breve periodo (un giorno, o meglio una notte), entrambi vengono chiamati rispettivamente prestiti e depositi overnight. Variando i tassi di interesse (rispettivamente a debito e a credito) influiscono sull'offerta di moneta. Incrementando il tasso di interesse per la concessione di un prestito oppure quello sui depositi, quindi l'eccesso di liquidità, si disincentiva la banca dal chiedere liquidità nel primo caso oppure si spinge la stessa a lasciare la liquidità in eccesso presso la propria banca centrale piuttosto che darla in prestito. Naturalmente questo strumento basato sui tassi non ha efficacia di breve termine ma necessita di tempi mediamente lunghi affinché abbia effetto.
Attualmente la BCE ha fissato il tasso di interesse sui prestiti overnight allo 0,25% e quello sui depositi ad un tasso negativo dello 0,40%, cioè invece che concedere la banca centrale un interesse sui depositi in eccesso è la banca stessa a dover pagare.

OPERAZIONI DI MERCATO APERTO
A dispetto della terminologia tecnica, questo genere di interventi è di facile intuizione oltre ad essere di maggiore efficacia rispetto ai precedenti. Si tratta infatti della compravendita di obbligazioni (inclusi titoli di Stato) e asset vari sul mercato secondario, cioè già collocati, con lo scopo di variare direttamente l'offerta di moneta. Se la banca centrale intende aumentare la quantità di moneta (come sta facendo in questo periodo) acquisterà asset (obbligazioni di aziende private, titoli del debito dei governi etc...) ed il contrario se intende ridurre la massa monetaria.
Generalmente i Titoli di Stato acquistati sono quelli a breve scadenza, così da influire direttamente sui tassi di interesse di questi - a breve termine - ed indirettamente sui rendimenti dei titoli a scadenza più lunga. Gli investitori infatti trovando i rendimenti in calo sulle scadenze a breve si rivolgeranno verso quelli di durata più lunga aumentandone il prezzo e riducendo parimenti così i rendimenti.

Il Quantitative Easing (alleggerimento quantitativo) non è altro che una operazione di mercato aperto di grandi dimensioni e caratterizzato dal fatto che è una misura di politica monetaria comunicata preventivamente agli investitori, a differenza della usuale operazione di mercato aperto. Vengono comunicati ai mercati la quantità, la durata e gli obiettivi. Ad esempio per quello in corso della BCE:

  • Obiettivo di portare l'inflazione nuovamente prossima ma sotto il 2%
  • Quantità di acquisto pari a 60 mld di euro al mese
  • Durata prevista almeno fino a fine 2017 con possibilità di essere protratta se gli obiettivi non fossero conseguiti
Il fatto di informare preventivamente gli investitori ha l'obiettivo di aumentare la sua efficacia perché gli stessi agiranno di conseguenza.
Le banche vendendo i propri asset ad un prezzo leggermente superiore a quello in corso conseguiranno un primo vantaggio, in seguito saranno incentivate a prestare il denaro ricevuto agli operatori economici (imprese e famiglie) dato che se lasciato allo stato di liquidità e depositato presso la banca centrale non produrrà ricavi, ma anzi con un attuale tasso negativo rappresenta addirittura un costo.

Vincoli della banca centrale
Abbiamo visto quali sono gli strumenti che ha a disposizione una banca centrale per controllare e modificare l'offerta di moneta, vediamo ora cosa invece la maggior parte di esse - BCE inclusa - non può fare.

Sappiamo che la BCE, come anche quasi tutte le altre banche centrali dei Paesi avanzati economicamente, non può finanziare direttamente i governi acquistando i titoli di Stato in fase di collocamento ma solo in un secondo momento dai privati sul mercato cosiddetto secondario.
Non può altresì finanziare aziende private, anche in questo caso può acquistare solo in seconda battuta le loro obbligazioni quando sono già collocate.
Questo per evitare il cosiddetto azzardo morale (moral hazard), cioè il facile tentativo da parte dei governi a lasciarsi andare ad una finanza  allegra, a rispettare cioè meno i principi base dei vincoli di bilancio spendendo molto di più di quanto sono le entrate. Gli effetti di questo atteggiamento poco disciplinato lo si è sperimentato negli anni '70 dove l'inflazione è arrivata a superare il 20% annuo nel 1980. In molti se lo sono già dimenticato. Livelli di inflazione del genere con gli attuali tassi di crescita della ricchezza prodotta (il PIL), ben inferiori a quelli di allora, avrebbero un effetto devastante. 

Una stupidaggine che circola in rete è la possibilità che una banca centrale acquisti Titoli di Stato e rinunci a ricevere il controvalore dal governo una volta giunti a scadenza così da ridurre l'ammontare di debito pubblico. Questa è una soluzione che è attuabile solo nella fantasia di qualche perditempo che di politica monetaria ne sa ben poco. Per dire, il nostro Paese rinnova ogni anno circa 300 mld di euro di Titoli di Stato vari, pensare che la Banca d'Italia possa - nell'eventualità le sia data facoltà - acquistare una sola annualità per poi rinunciare a farseli pagare alla scadenza, comporterebbe una perdita a bilancio secca di tale ammontare (300 mld di euro) per Bankitalia ed un corrispondente aumento di massa monetaria che a quel livello ed in un così limitato periodo di tempo causerebbe un innalzamento considerevole dei prezzi. Basti dire che una stupidaggine del genere non l'ha mai praticata nessuna banca centrale.

venerdì 17 febbraio 2017

Target2 e euroexit

"Ma che ce 'mporta, 'a bicciè, noi nun te pagamo!"
Ad un mese dalla lettera (qui il testo in italiano) con cui Mario Draghi, presidente della Banca Centrale Europea, ha risposto ad una interrogazione presentata da due europarlamentari italiani del Movimento 5 Stelle, Marco Valli e Marco Zanni (il quale recentemente ha lasciato il M5S per passare alla Lega di Salvini), ne ho lette e sentite di fesserie su questo tanto citato Target2. Il punto, oggetto di tanta polemica, riguarda per la precisione la frase finale della lettera in cui è scritto:
"Se un paese lasciasse l’Eurosistema, i crediti e le passività della sua BCN nei confronti della BCE dovrebbero essere regolati integralmente."
Apriti cielo! A questa dichiarazione del tutto ovvia, sono seguiti (e seguono) dibattiti circa la veridicità o meno di tale affermazione e quello che da un lato ho trovato anche divertente per le polemiche attorno ad una questione di pura lana caprina oltre che scarsamente rilevante (più avanti spiego il perché di questa considerazione), dall'altra avverto una certa dose di amarezza quando le fesserie inesattezze provengono non dall'uomo della strada ma da giornalisti economici o da qualcheduno che si definisce economista o comunque soggetti che dovrebbero essere a conoscenza di cosa si sta parlando.

Cosa è il Target
Il sistema Target (acronimo di Trans-European Automated Real-Time Gross Settlement Express Transfer) è una piattaforma europea per regolare (in inglese settlement) pagamenti di importo rilevante in euro in tempo reale (Real-Time) e al lordo (Gross). Insomma, sebbene per far capire il funzionamento si ricorre spesso all'esempio dell'acquirente privato che acquista un bene di importo non elevato all'estero all'interno di un Paese dell'eurosistema, in realtà il sistema Target è usato per i pagamenti di importi rilevanti effettuati da istituzioni creditizie tra loro.
Quando eseguiamo un bonifico, a noi può sembrare una operazione semplice sia che venga fatta allo sportello oppure on-line, ma in realtà questa è relativamente complessa soprattutto quando occorre effettuare un pagamento all'estero. Se l'esecutore ed il beneficiario hanno il conto presso la stessa banca l'operazione risulta semplice ed il tutto viene svolto dalla stessa che addebita la somma al primo e la accredita al secondo.
Un po' più complicato quando i due soggetti coinvolti hanno conti presso banche differenti. In questo caso se le operazioni fossero una o poche si potrebbe anche pensare a semplici passaggi di denaro, ma come si può immaginare le operazioni finanziarie sono numerose e riguardano una moltitudine di banche coinvolte, figuriamoci poi se prendiamo in considerazione le banche di tutto il mondo.
Ecco quindi che occorre affidarsi a strumenti che siano in grado di eseguire il tutto in (relativamente) semplicità e sicurezza. In queste procedure occorre considerare la fase di compensazione (in inglese clearing), che è quel processo in  cui le banche ed altre istituzioni finanziarie regolano tra loro i rapporti di dare e avere in un determinato momento. Segue poi la fase di regolamento (in inglese settlement), che è il processo in cui viene data esecuzione delle operazioni di dare e avere.
Per comprendere il meccanismo si immagini di trascorrere una giornata con un collega e che durante la stessa ciascuno a turno paghi per entrambi una qualsiasi voce di spesa. A fine giornata ci si sieda poi in una stanza (in finanza è chiamata tecnicamente camera di compensazione - in inglese clearing house) per fare i conti di chi si trova a credito e chi a debito. Questa è la fase appunto di clearing. Poi una volta stabilite le posizioni, chi si trova a debito effettua il pagamento dell'importo conseguente. Questa fase - tecnicamente di regolamento - è quella di settlement.
In questo caso è descritta la procedura di regolamento netto (net settlement), cioè confrontando tra loro una serie di operazioni di dare e avere per giungere ad una posizione finale, netta. Se invece ad ogni spesa effettuata da noi o dal collega si fosse proceduto di volta in volta ad un pagamento da parte del debitore verso il creditore, allora saremmo di fronte ad un regolamento lordo (gross settlement).
Il sistema Target è un sistema di regolamento lordo in tempo reale (Real Time Gross Settlement - RTGS).

Pagare o no il passivo sul Target2?
Quando si effettua un trasferimento di denaro da una banca di un Paese ad un'altra a seguito di un pagamento (es. bonifico), l'operazione non avviene direttamente tra i due istituti ma interviene un soggetto intermedio, in questo caso le banche centrali. Se una banca italiana deve pagare una somma per conto di un proprio cliente ad un soggetto residente in Brasile e che ha il conto presso una banca brasiliana, l'operazione transiterà attraverso le banche centrali dei due Paesi i quali non agiranno direttamente tra loro, ma si affideranno ad un soggetto terzo: la Banca dei Regolamenti Internazionali (Bank of International Settlements - BIS) con sede a Basilea.
Nel caso dell'eurozona, il regolamento all'interno della stessa tra banche centrali avviene attraverso la piattaforma Target che da luogo ad una posizione creditizia e una debitoria, che però sono registrate solo contabilmente senza dare luogo ad un pagamento effettivo. E' come il caso in cui una banca concede un fido ad un cliente, costui può effettuare un pagamento utilizzandolo e nel caso dell'eurozona questo fido è illimitato, ovvero non ci sono limiti alla posizione creditoria o debitoria raggiunta. Però, come nel caso in cui il cliente che decidesse di chiudere il conto per aprirlo presso altro istituto sarebbe chiamato a saldare una posizione debitoria, ovvero di fido utilizzato, anche in quello dell'eurozona la banca centrale del Paese che decidesse di uscirne sarebbe chiamata a saldare tale posizione e, nel caso sia debitoria, a pagare alla banca Centrale Europea il 'fido ottenuto'.

Perché il saldo Target2 è un non problema
La posizione sul Target2 di ciascun Paese membro è registrata contabilmente nello stato patrimoniale della sua banca centrale, tra le passività se negativa, tra le attività se positiva. Prendendo ad esempio gli ultimi bilanci della Banca d'Italia e della Deutsche Bundesbank rileviamo:

Banca d'Italia (dal bilancio 2015 - passivo)


Deutsche Bundesbank (dal bilancio 2015 - attivo)

Come si può verificare, sia nel caso della Banca d'Italia che in quello della Deutsche Bundesbank, le diverse posizioni a bilancio nello stato patrimoniale, rispettivamente debitoria e creditoria, sono quelle registrate nel saldo Target2 a fine 2015 e diffuse dalla BCE:


Questo ci dice due cose fondamentali:
  1. La posizione a credito o a debito è della sola banca centrale, quindi in caso di situazione a debito lo stesso non riguarda il governo, i cittadini o altri, ma solo la banca centrale.
  2. Essendo una voce a bilancio occorre guardare al medesimo per comprendere se una situazione debitoria comporti una posizione a rischio oppure no. Nel caso della Banca d'Italia è vero che ad oggi questa voce ha raggiunto i 359 mld di euro ma fino a quando il bilancio, come è stato per il 2015, è in attivo, ovvero le attività sono maggiori delle passività - incluso la posizione all'interno dell'eurosistema - questo non rappresenta un problema!
Nel 2015 avevamo una passività all'interno dell'eurozona di 248 mld di euro ma complessivamente il bilancio si è concluso con un attivo di 6 mld di euro. Se a fine 2016 si conseguisse un risultato positivo questo significherebbe che nonostante una posizione debitoria verso l'eurosistema di 359 mld la banca d'Italia avrebbe comunque all'attivo voci in grado di compensarla. Il problema sorgerebbe se una o più voci in attivo dovessero subire un deprezzamento riducendo così la situazione nello stato patrimoniale portando ad una perdita, quindi non in grado di coprire parte della voce in questione.

In conclusione Mario Draghi ha affermato una cosa ovvia nel dire che un Paese che intende lasciare l'eurozona deve regolare la posizione verso l'eurosistema e nello specifico verso la Banca Centrale Europea, sebbene le modalità non sono al momento contemplate e quindi occorrerebbe definirle nel caso si presentasse questa eventualità.
Poi che questa operazione riguarda solamente la banca centrale e non i cittadini o il governo, operazione che non rappresenta di per sé alcun dramma fin quando il bilancio è in attivo come allo stato attuale o anche in pareggio. Infine serve rammentare che questa compensazione è stata svolta quotidianamente in passato tra le banche centrali dell'attuale eurosistema ed avviene tutt'oggi con quelle che non ne fanno parte, una cosa quindi di normale amministrazione, insomma nulla di cui sorprenderci.