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giovedì 26 marzo 2020

Helicopter Money, è giunto il momento di provarlo?

Nel pieno della emergenza sanitaria dovuta all'epidemia del virus SARS-Cov-2 dobbiamo prepararci anche alle conseguenze economiche a seguito dei provvedimenti adottati dai governi per fronteggiare la situazione, conseguenze che saranno decisamente pesanti tanto da prevedere una crisi maggiore di quelle del 2008 e del 2011, in sostanza sarà la più grave dal dopoguerra.

I governi, le banche centrali di tutto il mondo e le istituzioni dell'Unione Europea stanno predisponendo programmi di intervento per fronteggiare le ricadute sull'economia e le cifre sono elevate, di diverse centinaia di miliardi per le maggiori nazioni europee, di 2 mila miliardi di dollari per gli Stati Uniti.
Saranno sufficienti? E' presto per dirlo, fatto sta che occorre anche considerare le modalità con cui questo denaro verrà immesso. Occorre cioè vedere se le consuete modalità di trasmissione saranno adeguate. Ad esempio, l'acquisto di obbligazioni di aziende private e di titoli di Stato da parte delle banche centrali nazionali e della Banca Centrale Europea sono sì efficaci per fornire liquidità alle banche e aziende ma può non essere sufficiente perché questa crisi coinvolgerà lavoratori dipendenti, famiglie, lavoratori autonomi e piccole aziende che in molte occasioni si vedono negare aiuti da parte degli istituti creditizi per carenza di garanzie. Occorre quindi un intervento diretto, magari da parte dello Stato, verso queste categorie più deboli. Come? Ad esempio prendendo in considerazione una ipotesi di politica monetaria straordinaria formulata mezzo secolo fa.

Helicopter Money
Si tratta di uno strumento di politica monetaria teorizzata dall'economista Milton Friedman nel 1969 nell'eventualità che le consuete operazioni ordinarie non fossero sufficienti. L'espressione rendeva l'idea: come lanciare denaro da un elicottero!
In pratica il denaro creato dalle banche centrali giungerebbe direttamente ai cittadini senza intermediari come avviene oggi attraverso il sistema bancario.
Per fare un esempio basta citare il caso europeo in cui l'Eurosistema, ovvero la BCE assieme alle singole BCN (banche centrali nazionali), acquista titoli di Stato in cambio di denaro, denaro che le banche cercheranno di utilizzare attraverso prestiti alla clientela in quanto questo da solo non genera reddito e per le banche è come per una azienda produrre i beni tipici per poi tenerli a magazzino. Altri strumenti poi a disposizione delle banche centrali sono i tassi di interesse e altre operazioni che comunque hanno lo scopo di fornire liquidità ma con il minimo comune denominatore di non giungere direttamente a famiglie e imprese.
Questo strumento ipotizzato da Milton Friedman invece prevederebbe il passaggio diretto, semmai gestito attraverso i governi, a prescindere dalla capacità di restituzione dei destinatari in quanto sarebbe un trasferimento a fondo perduto.

Occorre dire che se da una parte in questi decenni, cioè da quando Friedman fece questa proposta, ad oggi molti economisti si sono mostrati scettici sulla sua utilità preferendo strumenti ortodossi, dall'altra è fondamentale rendersi conto che questa crisi è decisamente non solo diversa perché non derivante dal ciclo economico, ma è anche una crisi dalle dimensioni decisamente elevate, tanto da poterla paragonare a quella di una guerra. Ecco perché è il caso di prendere in considerazione strumenti cosiddetti non convenzionali ed eccezionali.
E' necessario che lavoratori e famiglie non debbano pagare a caro prezzo una crisi che non dipende da loro o comunque da fluttuazioni economiche ma da una crisi esterna di carattere sanitario.

Eventualmente si potrebbe anche prendere in considerazione una prima soluzione intermedia se la creazione di denaro attraverso questa soluzione dovesse far storcere il naso agli economisti, si potrebbe infatti ipotizzare un anticipo ai governi da parte delle banche centrali di quanto da queste dovuto annualmente tra imposte e parte degli utili netti.
Ad esempio la Banca d'Italia dall'esercizio 2018 ha dato al governo italiano quasi 7 miliardi, costituiti da 1,155 miliardi in imposte e 5,710 miliardi di euro in utili netti spettanti a termine di altre destinazioni (fondo rischi, dividendi etc...). Si potrebbe ipotizzare che la Banca d'Italia anticipi alcune annualità al governo italiano e nei prossimi anni questo rinunci ad incassare imposte e utili di sua competenza fino a restituzione dell'ammontare complessivo ottenuto. Supponendo un prestito corrispondente a 5 se non addirittura 10 anni il governo potrebbe disporre rispettivamente di circa 35 o 70 miliardi da utilizzare esclusivamente a favore di famiglie e imprese in difficoltà e che non possono accedere attraverso il normale sistema creditizio.
Questo prestito avrebbe il vantaggio di non dipendere dall'umore o comunque dalla fiducia degli investitori e consisterebbe in qualche modo in una partita di giro differita nel tempo tra governo e banca centrale.

Comunque sia è assolutamente necessario predisporre piani di intervento dalle dimensioni eccezionali oltre che adeguate perché diversamente si rischiano, soprattutto per l'economia italiana, conseguenze a dir poco disastrose tenuto conto che quest'anno il settore turistico subirà un deciso crollo e lo stesso per il commercio estero con conseguenze sugli investimenti privati dato che in queste condizioni ben poche attività intenderanno investire.
Considerando che il PIL medio trimestrale italiano è di circa 440 mld, stimando un calo anche solo di un terzo ne deriverebbe che la cifra annualizzata comporterebbe una recessione attorno al 10% del PIL. Questo ad essere ottimisti ed in assenza di efficaci misure intraprese.

lunedì 26 agosto 2019

Ma quanto è in crisi l'economia tedesca?

In queste settimane si è parlato molto della non favorevole situazione economica che stanno attraversando un po' tutte le economie mondiali, in particolare quelle dell'Unione Europea tra cui la locomotica tedesca, che nel secondo trimestre 2019 stando alla stima preliminare diffusa lo scorso 14 Agosto da parte dell'ente di statistica federale (Statistisches Bundesamt), i cui dettagli verranno comunicati domani martedì 27 agosto, ha visto un arretramento ufficiale dello 0,1% rispetto al trimestre precedente che fa scendere la crescita tendenziale, ovvero rispetto allo stesso trimestre del 2018, ad un +0,4%.

Questa situazione è in gran parte dovuta al calo della produzione industriale che risente della debolezza degli scambi internazionali e quindi delle esportazioni mentre dall''altra parte la domanda interna è ulteriormente cresciuta, sia riguardo i consumi privati e sia di quelli pubblici, ma anche gli investimenti sono risultati maggiori rispetto al primo trimestre. Oltre alle esportazioni anche il settore delle costruzioni ha registrato un calo nel secondo trimestre.

Se però analizziamo in dettaglio i dati forniti ne risulta a mio avviso una situazione meno critica di quella che alcuni media hanno descritto. Cominciamo con il PIL:


Dai dati tratti dallo Statistisches Bundesamt si possono notare gli andamenti trimestrali rispetto a quello precedente una volta effettuate le dovute correzioni statistiche (dati concatenati a prezzi costanti, destagionalizzati e corretti per gli effetti di calendario) e si vede per l'ultimo trimestre solare l'arretramento dello 0,1%.
Se guardiamo i dati grezzi del PIL realizzato nel secondo trimestre questo ha visto un controvalore di € 844.730 milioni contro € 842.070 milioni del trimestre precedente e € 827.660 del secondo trimestre 2018. In pratica rispetto all'anno precedente si registra una crescita costante a prezzi correnti, poi le correzioni statistiche giungono ai dati riportati in colonna nel rettangolo rosso. Quindi la situazione più che di arretramento vede una economia che ha cessato di crescere e si è stabilizzata. Si consideri che l'inflazione registrata a Giugno era del 1,6%.

Questa situazione può essere vista con preoccupazione per una nazione che registra un alto tasso di disoccupazione (come l'Italia) ma la Germania gode di una situazione che non si aveva da decenni.
A giugno, al termine del secondo trimestre, i disoccupati erano 2.216.243 pari al 4,9% (fonte Bundesagentur für Arbeit).
Per quanto riguarda l'occupazione, che è un dato più indicativo per quanto riguarda l'andamento del mercato del lavoro, a fine dicembre 2018 gli occupati erano 45.083.000 mentre a fine Giugno scorso il numero è giunto a 45.295.000.
Insomma anche sotto il profilo dell'occupazione i dati ci dicono che l'economia tedesca ha frenato la crescita ma in una situazione che rimane sempre del tutto invidiabile.
Questo però non deve essere visto come una sottovalutazione della situazione che vive il settore manifatturiero ed in particolare quello degli autoveicoli che rappresenta quello più importante per la Germania e che sta attraversando una fase difficile sia sul mercato interno ma soprattutto nelle vendite all'estero. I dati dell'associazione di categoria dei costruttori tedeschi (VDA) lo mostrano chiaramente, qui di seguito quelli riferiti alla produzione di autovetture trasporto persone (Pkw) in Germania:


Si vede chiaramente come il trend medio di produzione, indicato con la linea punteggiata, è in calo da fine 2017, ovvero da una media mensile di circa 470 mila unità prodotte si è scesi a 400 mila, pari ad un -15%. Recentemente a fronte di questa situazione le case automobilistiche tedesche hanno annunciato un sensibile ridimensionamento del personale.
Ritengo che sia questa una delle ragioni principali che hanno indotto la Deutsche Bundesbank (la banca centrale tedesca) nella recente relazione mensile a paventare un possibile ulteriore arretramento anche nel terzo trimestre.

La situazione non è quindi positiva ma almeno per la Germania nemmeno preoccupante sebbene il ministro federale delle finanze Scholz ha annunciato domenica 18 u.s. la predisposizione di un pacchetto di possibile intervento pubblico a sostegno dell'economia, pacchetto che può arrivare fino a 50 mld di euro senza dover disattendere i parametri di bilancio delle norme UE dato che la Germania può giungere ad un deficit strutturale fino al 1% del PIL, PIL che è di oltre 3.300 mld.

domenica 3 marzo 2019

Economisti tedeschi si interrogano sulla politica del 'freno all'indebitamento' (da Handelsblatt)

Gli economisti tedeschi discutono sulla regola del deficit: mentre alcuni chiedono riforme, altri mettono in guardia contro il ritorno al sentiero del debito.

Articolo tratto dalla rivista Handelsblatt e pubblicato il 26.02.2019.


Articolo originale di Jan Hildebrand e Donata Riedel dal titolo:

Il freno all'indebitamento (Schuldenbremse) è considerato sacrosanto in Germania. Nemmeno il Fondo Monetario Internazionale (FMI) osa mettere in discussione la regola sancita dalla Legge Fondamentale (la Costituzione tedesca). Almeno non pubblicamente.
Gli esperti del FMI, nelle relazioni sulla situazione dei vari Paesi, chiedono regolarmente al governo federale tedesco di spendere più denaro in investimenti e di rinunciare al bilancio in pareggio (schwarze Null), ma nei colloqui diretti con i funzionari governativi questi dubbi su questa politica del Schuldenbremse non sono mai affrontati. Politicamente, il dibattito è semplicemente troppo sensibile. Politicamente è un argomento troppo scomodo.

Oggi non sono degli economisti anglosassoni, che sono sempre stati scettici sull'austerità tedesca, che hanno sollevato la discussione, ma Michael Hüther: "La regola del debito funge da freno per la riduzione delle tasse e degli investimenti. Ci siamo imprigionati." ha affermato ad Handelsblatt il direttore dell'Istituto tedesco di Economia IW (Institut der deutschen Wirtschaft). Ma allo stesso tempo per lui è eccessivo. Ci si deve chiedere, egli dice, se la demonizzazione del debito sia corretta, soprattutto perché oggi non solo i tassi di interesse sono bassi, ma anche i bisogni di investimento del governo sono enormi. "I tempi sono cambiati" ha detto Hüther "Almeno una volta bisogna aprire la finestra".

Altri economisti, come Jens Südekum dell'Università di Düsseldorf, sono d'accordo. Il freno all'indebitamento ha contribuito al risanamento dei conti pubblici, ma: "Nel frattempo ha superato il suo scopo". Ora ostacola la necessaria costante politica di modernizzazione e di crescita. "Ecco perché dovremmo abolirlo di nuovo."

Anche da Marcel Fratzscher, capo dell'Istituto tedesco di Ricerca Economica (DIW - Deutschen Instituts für Wirtschaftsforschung), viene una critica: "Per la Germania il freno all'indebitamento è controproducente perché lascia troppo spazio al governo nei tempi buoni e troppo poco nei momenti difficili".


Gli inizi del Schuldenbremse (freno all'indebitamento)

Il freno all'indebitamento è stato deciso all'inizio del 2009 dalla prima grande coalizione guidata dalla cancelliera Angela Merkel (CDU). Era il momento della grande emergenza di bilancio. L'allora ministro delle finanze Peer Steinbrück (SPD) programmò un disavanzo di 86 miliardi di euro, il debito pubblico totale salì al 80 percento del Prodotto Interno Lordo e quindi ben oltre il limite di Maastricht del 60 percento.

A quel tempo Merkel e Steinbrück decisero di porre un freno al ricorso all'indebitamento modificando la Costituzione. La norma stabilisce ora che al governo federale è consentito prendere in prestito un massimo dello 0,35% del PIL in "normali condizioni di congiuntura economica".
Ai Länder, dal 2020, non sarà consentito il deficit nei normali cicli economici. Il debito dei periodi di calo deve essere ridotto nella fase di ripresa. Quando in seguito a Steinbrück fu chiesto cosa si sarebbe ricordato del suo mandato, disse: "Sarà il freno all'indebitamento. Sono orgoglioso di questo."
Da alcune parti del SPD il freno all'indebitamento era e rimase un argomento controverso. Anche i sindacati considerarono un errore finanziare gli investimenti statali dalle entrate fiscali correnti e non più come in precedenza dall'indebitamento netto.

Dal punto di vista di Lars Feld, membro del Consiglio di Esperti Economici del governo federale, il recente dibattito sul freno all'indebitamento come causa degli anni di debolezza degli investimenti della Germania è un déjà vu. "Nell'attuale discussione vi sono gli stessi argomenti che c'erano quando vi fu l'introduzione del freno all'indebitamento", ha detto ad Handelsblatt. "È stato introdotto perché dagli anni '70 al 2008 non era mai stato possibile ridurre il rapporto debito / PIL in modo sostenibile".
Nei periodi di congiuntura economica positiva si registrava sempre troppo poco consolidamento dopo che l'indebitamento era aumentato nelle recessioni per sostenere l'economia. "Abbiamo praticato Keynes con un braccio solo e questo sarebbe stato il caso senza il freno all'indebitamento" ha detto Feld.


Nessun freno agli investimenti

Lars Feld dissente con veemenza che il freno all'indebitamento sia un freno agli investimenti. "Con le giuste priorità il governo può finanziare anche gli investimenti. La modernizzazione va con tutte le spese ministeriali, se si vuole. Il freno all'indebitamento è più un freno alla riduzione delle tasse ", ha affermato Feld.
Le entrate fiscali, che confluiscono nelle casse dello Stato durante una fase economica positiva, devono essere utilizzate dal governo per ridurre il debito derivante dalla precedente recessione. Se la crescita è superiore alla crescita potenziale, il governo federale deve generare eccedenze nel bilancio corrente.
E le spese finanziate dalle riserve, come quella per i rifugiati, fanno parte del deficit strutturale. Così ha fatto il governo federale nel 2017 sotto la linea del pareggio di bilancio. Tuttavia, secondo le regole del freno all'indebitamento, ha conseguito un deficit strutturale. Ma solo pochi se ne sono accorti al di fuori del Ministero delle Finanze.

Secondo Feld il freno all'indebitamento soddisfa pienamente il suo scopo. "Un tempo le associazioni imprenditoriali chiedevano tagli alle tasse ed i politici maggiori spese sociali. Questo ora si deve bilanciare perché il ricorso a nuovo debito è limitato ", ha dichiarato Feld.


Spesa sociale prima degli investimenti nell'economia

Ma Hüther ed altri economisti ora pongono la domanda se la politica possa efficacemente bilanciare spesa sociale ed investimenti. Tanto più che la politica ha promesso allo stesso tempo di porre un limite ai contributi previdenziali al 40 percento. Ciò dovrebbe portare a un maggiore sussidio dal bilancio federale che già oggi spende circa la metà della spesa Sociale.

Nella realtà della politica bilancio, negli ultimi anni è stato molto più facile per i governi rinviare gli investimenti piuttosto che tagliare i benefici sociali. Di fatto, quindi, gli scettici del freno del debito sostengono che questo ha ritardato gli investimenti pubblici troppo a lungo ed eccessivamente, con la conseguenza che strade e binari ferroviari fatiscenti oggi hanno bisogno di enormi investimenti per il loro ripristino in condizioni di efficienza.

"Il freno all'indebitamento aggrava anche la debolezza dell'investimento pubblico, perché in tempi difficili di solito vengono tagliati prima gli investimenti", ha detto il CEO di DIW Fratzscher. E questo nonostante i tassi di interesse siano ai minimi storici e molti economisti prevedono che rimarranno tali ancora per qualche tempo. Sarebbe quindi conveniente per lo Stato finanziare investimenti attraverso il credito.

Già da lungo tempo il Fondo Monetario Internazionale ha mostrato al governo federale che in queste circostanze gli investimenti finanziati a debito si ripagano perché aumentano la crescita potenziale. Al contrario, la Germania negli ultimi anni ha ecceduto nel freno all'indebitamento: dal 2014 il governo federale non ha emesso nuovi debiti.

Il capo dell'istituto IW Hüther non vuole comunque tornare alla vecchia regola, secondo la quale il deficit non dovrebbe essere più alto dell'investimento. Ha in mente un budget speciale statale per gli investimenti. Questa spesa dovrebbe quindi essere finanziata dal debito.

Anche il capo dell'istituto DIW Fratzscher è favorevole ad una riforma.
"Il freno all'indebitamento dovrebbe essere sostituito da una saggia regola di spesa nominale che leghi strettamente la spesa statale alla performance economica", ha affermato Fratzscher. "Inoltre, il governo federale dovrebbe introdurre una regola per gli investimenti che garantisca che lo Stato non sprechi risorse pubbliche, ma investa adeguatamente in infrastrutture pubbliche".

Lars Feld, che dirige l'Istituto di Friburgo Walter Eucken orientato alla politica ordoliberale, è al contrario convinto che i progetti di investimento non sono implementati soprattutto perché la resistenza di singoli gruppi di popolazione è spesso molto alta. Egli suggerisce di guardare per ciascun progetto da cosa è bloccato o rallentato.
In ogni caso, un ritorno alla vecchia via del ricorso al debito è considerato pericoloso da Feld. "Nel contesto dell'invecchiamento della società, la Germania non può permettersi un debito nazionale in crescita dinamica. Questo cambiamento demografico inizierà a verificarsi dal 2020 con l'ondata di pensionamento di coloro nati all'epoca del baby boom" ha detto.

domenica 24 giugno 2018

Quelle 'curiose imprecisioni' di Vladimiro Giacché in Anschluss

Nel 2013 Vladimiro Giacché ha pubblicato questo libro dal titolo "Anschluss" che in tedesco significa "annessione" e narra a suo modo di vedere la realtà (?) riguardante la riunificazione tedesca del 1989 che sarebbe, sempre secondo l'autore, più riferibile ad una 'annessione' che ad una riunificazione (democratica) tra la Repubblica Federale di Germania (RFT) e la Repubblica Democratica Tedesca (DDR).
Io non ho mai acquistato questo libro, intanto perché già il titolo mi suonava 'stonato', poi perché da alcune anticipazioni ed indiscrezioni ho avuto modo di avvertire diverse imprecisioni.

Questo libro è però diventato un 'testo sacro' tra gli euroscettici e soprattutto tra i germanoscettici (per usare un eufemismo) e non solo tra i lettori ma anche in alcuni ambiti accademici primo tra tutti nel prof.Alberto Bagnai, oggi senatore della Repubblica della Lega, il quale in occasione di un convegno da lui organizzato nel 2014 (Goofy3) lo ha addirittura citato come "testo da divulgare in tutti i licei".
Io già volevo esprimere le mie considerazioni al riguardo all'epoca, ma poi l'ho ritenuto superfluo fin quando pochi giorni fa proprio al Senato lo stesso senatore Bagnai, relatore del DEF 2018 (Documento di Economia e Finanza), lo ha citato come riferimento per affermare che la politica economica della Germania non è da imitare, soprattutto per quanto riguarda lo sviluppo dei Länder ex DDR, in tedesco chiamati "Neue Länder":


A questo punto esprimo al riguardo quelle che sono le mie personali (e non solo) osservazioni.
Dato che come ho scritto prima il libro non l'ho acquistato, ma ho solo letto qualche stralcio, mi affido alla presentazione che l'autore ha fatto in occasione appunto del "Goofy3" del 2014, ovvero di quel convegno organizzato dalla associazione A/Simmetrie di Alberto Bagnai della quale Giacché è membro del comitato scientifico:


Per semplicità io seguirò cronologicamente le varie affermazioni espresse indicando in quale punto egli le ha fatte ed esprimerò le mie osservazioni al riguardo .

Giacché inizia menzionando, in maniera un po' confusa a dire la verità, il cambio della moneta in vigore nella oramai già allora ex DDR in quella della Repubblica Federale, ovvero il Deutsche Mark (DM) e genericamente lascia intendere che questo sia stato 1:1. In realtà questo rapporto ha riguardato casistiche specifiche, ad esempio un determinato limite dei saldi di conto corrente a seconda della età anagrafica di ciscun correntista privato:

- Fino a 2.000 Ostmark per i cittadini sotto i 14 anni;
- Fino a 4.000 Ostmark per i cittadini fino a 60 anni;
- Fino a 6.000 Ostmark per i cittadini da 60 anni di età;

Gli importi a saldo del conto corrente superiori a questi limiti venivano cambiati al tasso 2:1, ovvero due Ostmark per un Deutsche Mark, tranne i conti correnti aperti dopo il 31.12.1989 i cui saldi sono stati cambiati al tasso 3:1.

Salari, pensioni, affitti, vennero anch'essi cambiati 1:1.

I depositi bancari delle aziende o comunque delle persone giuridiche vennero cambiati al tasso 2:1 se aperti prima del 31.12.1989 e 3:1 se dopo quella data.

La Deutsche Bundesbank ha stimato in una ricerca che il tasso medio di cambio fu rispettivamente di 1,8:1 per i conti privati e di 2:1 per i depositi delle persone giuridiche.

Per dare un'idea dei valori in lire dell'epoca, il cambio DM/Lira il 01.07.1990, ovvero il giorno in cui ebbe inizio l'operazione di cambio, benché fosse domenica, era di 734 lire per un marco tedesco (fonte: dati storici Banca d'Italia), quindi per comprendere l'entità degli importi di cui sopra occorre moltiplicarli per 734.

Quel giorno ci fu effettivamente una lunga coda presso gli sportelli delle banche che aprirono tra le 8:00 e le 9:00 del mattino (alcune addirittura già dalla mezzanotte) e la ragione era semplice: il cambio al mercato nero era notevolmente superiore, arrivando anche alle due cifre! 


Forse nel libro Giacché lo spiega meglio di quanto fatto in maniera del tutto generica (e confusionaria) qui nel video, in ogni caso ho ritenuto utile fare un riepilogo più dettagliato.

Giacché poi passa a narrare uno scenario catastrofico in ogni ambito, da quello sociale a quello demografico ed economico. Cercherò di essere sintetico per non dilungarmi troppo nelle mie osservazioni verso le sue affermazioni che reputo non corrispondenti con i dati ufficiali.


Migrazione interna (18'00")
Giacché afferma che dopo la riunificazione sono migrati dai 6 Länder orientali (o se si preferisce 5 più o senza Berlino est) ben 4 milioni di cittadini! Dove lui abbia preso questo dato non lo so perché quello ufficiale riporta la metà circa e sostanzialmente pari a quanti migrarono (o sarebbe più opportuno dire 'fuggirono'!) dalla DDR (fonte dati: Statistisches Bundesamt):


Legenda:
- Deutschland ingesamt = totale Germania
- früheres Bundesgebiet = Länder occidentali (RFT) +Berlino ovest
- ehemalige DDR = 5 Länder orientali (ex DDR) + Berlino est
- neue Länder ohne Berlin est = 5 Länder orientali senza Berlino est
- Ost Deutschland = i 5 Länder orientali più l'intera Berlino

"La città di Erfurt (Thüringen) ha subito una riduzione della popolazione del 30%, Wittenberge (Brandenburg) del 50%" sostiene Giacché (25'00"). Curioso, perché i dati ufficiali dei rispettivi comuni riportano un calo massimo del 12% per Erfurt e del 38% per Wittenberge, inoltre occorre tenere conto che per quest'ultima stiamo parlando di un piccolo centro che contava nell'anno della riunificazione circa 30 mila abitanti.


Ora, non si nega questa migrazione interna ma sovrastimare (e non di poco) i dati per rappresentare una sorta di disastro sociale mi sembra poco opportuno tenendo conto che questo spostamento ha riguardato un periodo che si è praticamente concluso a differenza del nostro meridione dove l'emigrazione è iniziata non molto tempo dopo l'Unità d'Italia e non si è praticamente mai fermata!


Dati economici
Per quanto riguarda i vari dati economici che Giacché ha esposto, spesso in maniera tendenziosa per raffigurare un quasi fallimento delle politiche di sviluppo, mi affido alla più recente pubblicazione sulla situazione della riunificazione pubblicata dal governo tedesco:


Da questo documento estraggo alcuni dati, per alcuni confrontandoli con quelli del nostro meridione, e lascio giudicare a chi legge se lo sviluppo dei Länder ex DDR sia stato così negativo come Giacché lascia intendere.

Livello di benessere sociale: questa è una statistica condotta dall'Istituto di Ricerca Economica di Berlino DIW, ente autorevole citato anche da Giacché, che mette a confronto il livello medio di soddisfazione espresso dai cittadini dei Länder occidentali e orientali con all'interno alcuni richiami ad episodi storici mondiali:


Come si può notare le due curve tendono nel tempo ad avvicinarsi e mentre nelle regioni (o Stati federati) occidentali l'andamento è pressoché costante, per quelle orientali è costantemente in crescita. Sarebbe interessante fare una statistica simile per quanto riguarda l'Italia, tra settentrione e meridione.

Gap tra Est ed Ovest del PIL pro capite: lo stesso istituto DIW fornisce il dato tra la differenza di PIL pro capite delle regioni orientali rispetto a quelle occidentali. Come si può notare nel grafico seguente vi è stata una rapida ascesa subito dopo l'unificazione per poi rallentare ma proseguire costantemente in fase crescente. Lasciamo perdere la 'stravagante' spiegazione di Giacché sul fatto che le statistiche sarebbero 'taroccate' a dovere perché fatte partire dal 1991: la crescita c'è e non si discute, punto!


In pratica nel 2016 il PIL pro capite nella ex DDR è stato di poco sotto il 75% di quello dell'ovest.
Vogliamo fare un paragone con la situazione italiana? Eccola (fonte ISTAT):


Si è parlato di differenziale tra regioni in termini percentuali, dato che l'ISTAT ha citato anche i valori assoluti in euro del settentrione, del centro e del meridione, vogliamo guardare ai dati tedeschi così da fare un confronto? Eccoli:


La colonna in verde rappresenta il PIL pro capite in euro nei 5 Länder orientali senza Berlino e la colonna in rosso includendo la capitale.
Prendendo i dati dei soli 5 Länder orientali, escludendo quindi Berlino, osserviamo come il PIL pro capite nel 2015 sia stato di 26.829 euro contro 18.200 del nostro meridione, valore già raggiunto dai Länder orientali tedeschi tra il 2000 ed il 2005!

Produttività: Giacché ha menzionato la produttività. Francamente a me interessa relativamente poco il suo andamento 25 anni fa, qualcosa di più negli anni recenti, ad esempio nell'ultima decade:


I valori esprimono il PIL pro capite a prezzi correnti per ora lavorata.

Con un rapido conto con la calcolatrice si può verificare come la produttività del lavoro sia cresciuta più ad est che all'ovest della Germania! Infatti è visibile anche confrontando l'andamento rispettivamente della capitale Berlino, delle 5 regioni ex DDR (neue Länder) e di queste ultime includendo Berlino stessa (Ostdeutschland) con quella media delle regioni occidentali espressa con indice 100:


Magari il nostro meridione avesse conseguito anche solo nell'ultimo decennio lo stesso andamento!


Esportazioni: le esportazioni sono cresciute sensibilmente non solo per le regioni occidentali ma anche per le produzioni manifatturiere realizzate ad est, smentendo ciò che lascia intendere Giacché. Qui il dato espresso in percentuale sul PIL:



Disoccupazione: ci sarebbero altri dati da mostrare ma concludo con quello che può interessare sicuramente, ovvero quello relativo al tasso di disoccupazione per confrontarlo mentalmente con le nostre tre principali aree geografiche:


Nei Länder orientali sicuramente si è assistito ad un aumento notevole dei disoccupati dopo la riunificazione ma oramai appartiene al passato. Come si vede la quota è costantemente diminuita dal 2005, ovvero dalle riforme del governo Schröder, che poco hanno a che vedere con i tanto vituperati minijob dato che la loro diffusione è avvenuta in particolare nei Länder occidentali oltre a tenere conto che sono presenti, contrariamente a quanto molti credono, dal 1977. Nel 2003 sono state apportate solo alcune modifiche normative. Oppure si può pensare che tutto questo beneficio sia avvenuto grazie all'euro. Francamente ritengo che solo in parte, e per giunta alquanto minoritaria, possa essere imputata alla moneta unica (voluta poi dalla Francia di Mitterand).

Non so se questo libro verrà dato agli studenti dei licei come ha invocato il senatore Alberto Bagnai, io alla luce di quanto riportato ed espresso dall'autore nel video come questo ed in altri, propenderei per il no. Di imprecisioni ne abbiamo già troppe.


PS. Io via social Twitter feci notare queste incongruenze all'autore ma egli dopo alcuni scambi ha preferito sottrarsi dal confronto e bloccarmi così da impedirmi dal proseguire. D'altronde non l'ho mai visto confrontarsi apertamente con chi dissente dalle sue opinioni, as usual tra gli euroscettici.

lunedì 14 agosto 2017

Come sta la Spagna?

La Spagna viene spesso tirata in ballo da parte sia di chi vuole sottolineare l'efficacia sull'economia delle riforme strutturali che vengono caldamente sollecitate dall'Unione Europea (ma non solo) oppure, viceversa, dai detrattori di queste nonché delle politiche economiche e monerie della UE stessa cercando tra i dati elementi a sostegno della tesi di come queste siano controproducenti.
Ma ad oggi, senza schierarsi da una parte o dall'altra, quale è lo stato di salute dell'economia spagnola nel suo complesso?
Come sappiamo l'economia mondiale ha subito recentemente vistosi cambiamenti ed analizzare l'andamento di una nazione considerando un orizzonte temporale di lungo termine (oltre 5 anni) è a mio avviso controproducente. In questo arco di tempo troviamo quasi per tutti andamenti altalenanti con una situazione peggiorativa che segue la crisi del 2008 ed una seconda dopo il 2011. Ritengo quindi più esemplificativo analizzare un periodo di medio termine, ovvero degli ultimi tre anni: dal 2014 al 2016.

Prodotto Interno Lordo e suoi principali aggregati
Il Prodotto Interno Lordo a prezzi costanti della Spagna è cresciuto sensibilmente negli ultimi 3 anni:

- 2014..... +1,4%
- 2015..... +3,2%
- 2016..... +3,2%

Fare considerazioni senza entrare nel dettaglio può portare facilmente ad errate valutazioni, pertando partendo dalla famosa identità macroeconomica:

Y = C + I + G + (X -M)

dove:
Y è il Prodotto Interno Lordo
C sono i consumi delle famiglie
I sono i consumi delle imprese (investimenti)
G la spesa delle amministrazioni pubbliche
X le esportazioni
M le importazioni

vediamo l'andamento di ciascuna variabile durante questo triennio. I dati qui sotto rappresentati sono di fonte Banca Centrale Spagnola (Banco de España) e, attenzione, a prezzi di mercato:


Dai dati così esposti in dettaglio possiamo ora formulare delle valutazioni voce per voce.
  • Consumi delle famiglie: anche al netto dell'aumento dei prezzi che qui può essere valutato considerando il deflatore del PIL (ultima riga), emerge un progressivo incremento dei consumi interni da parte delle famiglie e molto meno da parte delle amministrazioni pubbliche. Infatti l'incremento in termini reali, cioè al netto del deflatore implicito, è stato rispettivamente del 2% nel 2014 (la spesa per consumi delle famiglie nel 2013, non riportata in tabella, è stata pari a 587.697 milioni di euro), del 2,1% nel 2015 e del 2,7% nel 2016.
  • Spesa delle amministrazioni pubbliche: l'incremento di spesa del settore pubblico in termini reali è stato rispettivamente  dello 0,4% nel 2014 (la spesa nel 2013 è stata complessivamente di 201.840 milioni di euro), del 2,7% nel 2015 e dello 0,6% nel 2016.
  • Investimenti: questa voce vede incrementi sensibili, pari rispettivamente al 3,4% nel 2014 (la spesa nel 2013 è stata in valore di 192.371 milioni di euro), del 6,4% nel 2015 e del 4,4% nel 2016.
  • Saldo commerciale con l'estero: nel 2014 la Spagna ha realizzato un avanzo commerciale in beni e servizi pari a 25.071 milioni di euro, nel 2015 per 26.346 mln e nel 2016 per 32.414 mln. Da notare comunque come lo scambio di beni sia in passivo, sebbene in riduzione, mentre risulta in attivo quello dei servizi, ed in incremento, che arriva più che a compensare il deficit precedente.
Riassumendo, si nota come tutte le voci siano in crescita, a livelli accettabili la spesa per consumi delle famiglie, moderata o contenuta quella delle amministrazion pubbliche, sostenuti invece - come dovrebbe essere - gli investimenti e buono anche l'avanzo commerciale sebbene non rilevante (2,9% del PIL nel 2016).

Mercato del lavoro
Insomma l'economia spagnola è in salute e questo si ripercuote anche sul mercato del lavoro con i dati di occupazione:


e disoccupazione:



La disoccupazione è scesa dal 25,93% di inizio 2014 al 17,22% del II trimestre di quest'anno, complessivamente i disoccupati si sono ridotti di poco più di 2 milioni di unità in due anni e mezzo e che si sono trasformati quasi tutti in occupati: 1.863 migliaia.
C'è chi fa notare - a ragione - che guardando le forme contrattuali la maggior parte di questi incrementi ha interessato quelli a tempo determinato su quelli a tempo indeterminato, in ogni caso il progressivo aumento degli occupati fa ritenere che questi poi si siano trasformati come stabili una volta che le aziende hanno potuto vedere che la crescita economica è solida e non temporanea. Inoltre è da notare che il 90% dei contratti è a tempo pieno e solo il resto part-time:


Costo del lavoro e retribuzioni
Guardiamo ora l'andamento delle retribuzioni e del costo del lavoro da una tabella recente pubblicata sempre dalla Banca Centrale di Spagna:


E' evidente come i salari (wages) non abbiano visto una sostanziale crescita, ma questo è del tutto spiegabile dal fatto che l'economia spagnola si è venuta a trovare in una crisi pesante che ha portato la disoccupazione a livelli elevati quindi è comprensibile come nella fase di ripresa i salari rimangano pressoché allo stesso livello oppure in alcuni casi, come in quello delle costruzioni, subiscano un calo dovuto al ridimensionamento del settore dopo la bolla immobiliare di alcuni anni fa.
Ritengo che questa situazione, se il trend di crescita economica e quindi anche dell'occupazione rimane costante, durerà ancora poco ed a breve si assisteràad una crescita anche dei salari.
Si noti come il costo sia del lavoro che dei salari per ora lavorata veda un calo sostanziale in questa prima fase del 2017 (oltre il 4% rispetto al trimestre dell'anno precedente) e questo è determinato da un aumento della produttività, non da un calo dei salari che invece vedono un incremento dello 0,8% rispetto allo stesso trimestre dell'anno precedente nell'industria a fronte di riduzioni del 1% nelle costruzioni e dello 0,3% nei servizi.

Conti pubblici
Una delle critiche che vengono talvolta mosse alla Spagna è che usufruisce su concessione delle autorità europee (la Commissione UE) della possibilità di effettuare deficit di bilancio rilevanti grazie ai quali può sostenere la ripresa. Allora, è vero che la Spagna ha avuto deficit più alti di altri Paesi, Italia in primis, ma occorre fare alcune osservazioni nel merito e non fermarsi grossolanamente ai dati finali.
Intanto il deficit è in progressivo e sensibile riduzione e così il livello del debito complessivo rispetto al Prodotto Interno Lordo, poi va fatto notare ai fautori dell'utilità della spesa pubblica che la Spagna ha un livello di questa rispetto al PIL notevolmente inferiore al nostro quindi se fosse vero che a maggiore spesa pubblica corrisponde una maggior crescita dovremmo essere a noi ad andare meglio.

Vediamo comunque l'andamento di entrate ed uscite del bilancio spagnolo negli ultimi due anni:


Risulta ben visibile come il disavanzo pubblico abbia visto una riduzione dai 30,4 mld di euro del 2015 ai 29,3 mld del 2016 grazie soprattutto ad un calo della spesa (Total current and capital uses), riduzione che è molto più accentuata confrontando i semestri Gennaio-Giugno (j-j) 2016-2017 dove si è passati da un deficit conseguito nel periodo Gennaio-Giugno del 2016 di € 21,5 mld a € 13,2 mld nel primo semestre di quest'anno, questo risultato dovuto in egual misura da un aumento delle entrate e da una riduzione della spesa.

Il debito pubblico spagnolo ha già cominciato a calare dal 100% del PIL del 2014 al 99% del 2016 contro quello italiano che invece è passato dal 131 al 132% nello stesso periodo.
Va infine rammentato, a chi guarda ai diversi livelli di deficit concessi, che Spagna e Italia hanno diversi livelli di output gap. Secondo stime del Fondo monetario internazionale la Spagna aveva nel triennio 2014-2016 i seguenti livelli di output gap rispetto al PIL: -6,8%, -4,5% e -2,3% mentre l'Italia rispettivamente: -4,1%, -3,3% e -2,4%. Da qui corrisponde una correzione più accentuata nei conti pubblici da parte della Spagna, come in effetti è avvenuto e sta avvenendo, rispetto all'Italia alla quale è stato appunto sempre richiesto una riduzione del deficit inferiore a quanto chiesto agli spagnoli.

Conclusione
Da quanto visto è innegabile che la situazione dell'economia spagnola sia migliore quanto a performance di crescita e vitalità rispetto a quella italiana, sebbene loro abbiano un livello di disoccupazione ancora sensibilmente maggiore, ma al momento sono sulla giusta strada, contrariamente alla situazione italiana che da un punto di vista migliore vede invece un andamento decisamente fiacco anche se registrando lievi incrementi. Questa valutazione è riscontrabile anche nella fiducia dei mercati che si ripercuote sui rendimenti dei titoli di Stato, al momento inferiori a quelli italiani.
Ciascuno faccia pure le sue personali considerazioni sulle ragioni di questo migliore andamento, lo attribuisca al maggior deficit pubblico di cui ha goduto la Spagna oppure ad una non tanto chiaramente dimostrata riduzione dei salari.
La mia è quella di chi ritiene determinate un peso inferiore del settore pubblico e soprattutto di una sua migliore allocazione delle risorse. Una classe dirigente quindi più consapevole, responsabile e reattiva di fronte alle difficoltà che eventi recenti hanno determinato.


mercoledì 14 giugno 2017

Elementi basilari di Economia monetaria in versione semplificata

In un periodo come quello attuale dove i temi di carattere economico occupano uno spazio rilevante nei dibattiti è utile conoscere gli aspetti basilari in maniera da poter smascherare più facilmente i ciarlatani e raccontafavole. E purtroppo in giro per il web, nei social forum come tra i politicanti costoro abbondano facendo leva proprio su coloro che non dispongono della sufficiente competenza presentando argomenti di facile leva emotiva oltre al fatto di possedere in qualche modo una certa logica, sebbene fallace.
Un esempio eclatante è quello di chi sostiene che riprendendo la cosiddetta sovranità monetaria (senza però spiegare bene a cosa ci si riferisca con questo termine) il nostro Paese sarà finalmente in grado di uscire dalla condizione asfittica della sua economia, dare lavoro ai disoccupati, incrementare i salari, inserire finalmente un welfare e chissà che altro ancora.
Per dimostrare però quanto questo assomigli più alla rappresentazione del Paese dei Balocchi di Pinocchio rispetto alla realtà in cui viviamo occorre che si posseggano le corrette basi, cioè una seppur minima conoscenza delle dinamiche economiche e monetarie. Qui provo a descrivere in forma alquanto semplificata la parte che riguarda la moneta, i suoi aggregati e le principali politiche monetarie che sono utilizzate dalle autorità competenti (le banche centrali) seguendo un ordine diverso rispetto a quello dei testi ufficiali di macroeconomia ma che ritengo essere di più facile comprensione.

La moneta
Saltando le definizioni formali in base alle quali la moneta è il mezzo di pagamento che regola i rapporti economici, che è anche una riserva di valore, eccetera... eccetera... eccetera... che è sì importante ma non fondamentale, almeno per chi per obbligo non deve studiarlo, vediamo in cosa consiste e come poi questa viene classificata formalmente.
Proviamo a partire da noi come cittadini. Tutti o quasi abbiamo un conto corrente presso un istituto di credito (oppure presso le Poste). Supponiamo di avere ad oggi 10 mila euro su tale conto e che nel portafoglio si abbiano altri 100 euro tra banconote e monete. In economia per moneta si intende genericamente ciò che è utilizzato come normale mezzo di pagamento per una transazione (di beni e/o servizi) quindi la nostra disponibilità complessiva di moneta non è limitata a ciò che abbiamo nel portafoglio né tantomeno alle vere e proprie monete metalliche, bensì alla somma tra questo ed il deposito in conto corrente, quindi nel nostro esempio il totale corrisponde a 10.100 euro. Questa disponibilità la potremo utilizzare per i nostri acquisti attraverso le varie forme di pagamento che conosciamo:
  • Contanti
  • Carte di debito (bancomat) o di credito
  • Assegni circolari
  • Bonifici
Ce ne sono poi altre ma usualmente queste sono quelle che vengono utilizzate dalla maggior parte di noi come normali consumatori.

Curiosità: perché il bancomat è chiamato carta di debito a differenza di quelle che sono chiamate invece carte di credito?
Perché ad ogni pagamento effettuato con il bancomat viene generato direttamente un ordine di addebito per l'importo corrispondente sul conto corrente al quale la carta è associata, mentre nel caso della carta di credito in realtà viene sottratto solo l'importo dell'operazione da quello totale (o quello netto rimanente) che l'ente emittente della stessa ci ha concesso ad inizio periodo e l'addebito complessivo di quanto utilizzato sul nostro conto corrente avviene solo in un secondo tempo, alla scadenza di un determinato periodo di tempo (in genere il mese di calendario).

E' importante capire che la quantità di contanti che abbiamo in portafoglio non cambia la nostra disponibilità di moneta in senso lato, questo perché se prelevassimo con il bancomat o allo sportello ad esempio altri 100 euro in banconote, il saldo in conto corrente verrebbe ridotto di pari ammontare (9.900 euro nel nostro esempio) e la nostra disponibilità complessiva rimarrebbe esattamente la stessa. Diciamo che l'ammontare in contanti che ciascuno di noi decide di detenere dipende in gran parte dalla necessità prevista che si stima per l'uso di questa forma di pagamento rispetto ad altre.
Se la quantità di contanti (o circolante, il termine adoperato formalmente) che decidiamo di detenere non cambia la nostra disponibilità complessiva e che possiamo definire come la nostra quantità di moneta, allo stesso modo anche le banche detengono un certo ammontare di banconote e monete sufficiente a soddisfare le richieste della clientela ma che questo non altera in alcun modo la quantità di moneta di cui dispone la banca.

Gli aggregati monetari
Per comprendere facilmente cosa sono gli aggregati monetari che vengono contraddistinti formalmente con le sigle M1, M2 e M3 partiamo da dove si è appena giunti. Se nell'esempio fatto in precedenza mettiamo insieme gli importi di quello che si è ipotizzato avere sul conto corrente (10 mila euro) e nel portafoglio (100 euro), cioè complessivamente 10.100 euro che rappresentano la nostra disponibilità di moneta, possiamo assegnare una sigla che la contraddistingua: M1.
M1 è quindi la nostra capacità di spesa immediatamente utilizzabile.

Però tutti noi possediamo anche dei beni materiali che hanno un valore intrinseco di mercato, cioè possono essere commercializzati. Ad esempio la nostra auto, un motorino, un quadro, dei mobili di arredo (specialmente se antichi) etc... Possediamo quindi dei beni che generalmente non possono essere utilizzati come mezzo di pagamento diretto ma che avendo un valore di mercato possono essere ceduti in cambio di circolante (banconote e monete) e quindi monetizzati. Non andremo quindi a pagare un pieno di benzina con un comò del '700 per poi farci dare il resto ma possiamo cederlo in diversa occasione e pagare il carburante con parte del contante ricevuto in cambio.
Possiamo quindi considerare anche questi beni come moneta in quanto possono essere scambiati con circolante (monetizzati) anche se questo richiede del tempo. Se riusciamo a stimare il suo controvalore possiamo assegnare a questo importo una sigla specifica, ad esempio dM1 e sommando questo a quello precedente (M1) possiamo assegnare una sigla, M2, che rappresenta l'insieme di M1 e dM1. M2 quindi è la nostra capacità di spesa costituita da quella immediatamente utilizzabile (deposito in conto corrente, banconote e monete) e quella che può esserlo in tempi brevi.

Molti posseggono anche beni immobili come una casa, un appartamento, anche questo è un bene che può essere liquidato, cioè venduto in cambio di circolante o più verosimilmente di un assegno o accredito sul nostro conto corrente mediante bonifico. Ci vorrà del tempo però, non è così veloce la vendita di un immobile, sicuramente più di quanto necessario per i beni descritti precedentemente. In ogni caso anche questa tipologia rappresenta una nostra capacità di spesa e quindi di moneta. Se riusciamo a stimarne l'ammontare ed assegniamo ad esso ad esempio la sigla dM2 possiamo poi assegnare anche una sigla, M3, alla somma di M2 e dM2. Avremo quindi con M3 il totale della nostra ricchezza, della nostra capacità di spesa e quindi in un certo senso della quantità di moneta che possediamo.

Praticamente abbiamo compreso come le sigle M1, M2 e M3 rappresentino in economia diversi aggregati monetari il cui passaggio è legato alla capacità di essere convertiti, più o meno velocemente, in mezzo di pagamento usuale. Ogni banca centrale definisce i diversi livelli di aggregati monetari M1, M2 e M3. Per la Banca Centrale Europea sono questi:
  • M1 - somma di circolante (banconote e monete) e dei depositi cosiddetti overnight (quelli delle banche commerciali verso la banca centrale e che riguarda la liquidità in eccesso);
  • M2 - somma di M1 con i depositi con un grado di maturità fino a 2 anni e depositi riscattabili con un avviso fino a 3 mesi;
  • M3 - somma di M2 con attività finanziarie che possono fungere da riserva di valore e liquidabili in un tempo più lungo rispetto a quelli inclusi in M2 (esempio pronti contro termine, le obbligazioni di aziende e dei governi - Titoli di Stato - con maturità fino a 2 anni).
Ogni banca centrale determina sia l'ammontare che la variazione dei vari aggregati monetari nel tempo in quanto è essenziale al fine di determinare quali misure di politica monetaria adottare in funzione del contesto economico. Normalmente vengono considerati gli aggregati M1 (narrow money) e M3 (broad money) in quanto l'intermedio M2 è meno determinante:


Nota: la U.S. Federal Reserve ha cessato qualche anno fa di pubblicare i dati relativi all'aggregato M3 e si ferma a quello di M2.

La velocità di circolazione della moneta
Sappiamo che vi è un legame tra quantità di moneta ed inflazione, se la prima cresce eccessivamente determina facilmente un aumento dei prezzi che può essere anche alquanto rilevante. La storia economica ha numerosi esempi in tal senso, dalla iperinflazione della Repubblica di Weimar a quella attuale del Venezuela.
Ma la sola quantità di moneta non è sufficiente a spiegare o a causare un aumento dei prezzi, occorre anche che vi sia un livello elevato di circolazione della stessa.

Cosa si intende per velocità di circolazione della moneta?

Un esempio semplice può chiarire il concetto. Supponiamo che in un ipotetico sistema chiuso vi siano pochi operatori tra cui noi, e che solo noi si possegga moneta per un ammontare pari a 1.000 euro. Se spendiamo questa somma a favore di un secondo operatore, ad esempio un negoziante, è facile intuire che si avrebbe una differenza tra il caso in cui il negoziante depositi in banca la somma ricevuta, non procedendo a scambi di alcun tipo per un certo periodo (esempio 1 mese), ed il caso invece in cui egli effettui a sua volta una spesa trattenendo solo 100 euro, cioè un acquisto pari a 900 euro e che questo si ripeta con un terzo operatore che riceve i 900 euro e a sua volta trattenga 100 euro e ne spenda il rimanente verso un quarto e così via per un altro passaggio.
Avremmo quindi i seguenti casi:
  1. Scambio di soli 1.000 euro da noi al primo operatore;
  2. Scambio di complessivi 3.400 euro (1.000+900+800+700) da noi al secondo operatore, da costui al terzo, dal terzo al quarto e infine da questo al quinto.
I 1.000 euro, che come detto rappresentano l'ammontare complessivo di moneta che detenevamo solo noi, hanno visto un passaggio di pari valore nel primo caso e di 3.400 euro nella seconda ipotesi.
La velocità di circolazione della moneta è rappresentata dal rapporto tra l'ammontare degli scambi avvenuti e la quantità di moneta complessiva, rispettivamente quindi 1 nel primo caso e 3,4 nel secondo.

E' logico intuire come a parità di quantità di moneta una maggiore velocità di circolazione influisca sui prezzi e che il combinato di incremento della quantità con una sua maggiore velocità di circolazione abbia effetti ancora più incisivi sui prezzi,
E' intuibile anche pensando a coloro che, nonostante abbiano capacità di spesa, preferiscono tenere i risparmi sul conto rinunciando a spendere determinando così una ridotta domanda di beni e servizi e quindi una minore sollecitazione verso un loro aumento.
E' questa una delle cause per le quali l'aumento di massa monetaria decisa dalla Banca Centrale Europea attraverso il noto Quantitative Easing ha avuto scarso successo. Le condizioni di domanda debole da parte dei consumatori, ma anche del settore pubblico, non ha incentivato i privati (le aziende) ad investire nonostante il settore creditizio (le banche) avesse abbandonato la stretta creditizia (credit crunch) a seguito della crisi finanziaria avvenuta nel 2008 e fossero finalmente disponibili a concedere prestiti senza troppi vincoli. La massa monetaria da una parte è cresciuta ma dall'altra non è circolata a sufficienza nell'economia e ancora oggi, dopo due anni dall'inizio di questa cosiddetta misura di politica monetaria non convenzionale, il livello dei prezzi non ha raggiunto gli obiettivi stabiliti, ovvero di crescita prossimi al 2%. Recentemente infatti questo livello lo si è quasi raggiunto ma non con l'indice core dei prezzi, cioè scorporando l'influenza data dai prezzi di quei beni che presentano una notevole volatilità come energia e alimentari. Infatti se questo è l'indice generale:


se scindiamo le componenti vediamo come quella dell'energia abbia influito molto e come escludendo questa, quella che riguarda i generi alimentari ed il tabacco, più soggetti a variazioni rilevanti di prezzo, questi siano cresciuti sensibilmente meno (+0,9% contro l'indice complessivo di +1,4%):



La politica monetaria
La politica monetaria è l'insieme degli strumenti utilizzati da una banca centrale al fine di raggiungere gli obiettivi prefissati di politica economica in generale. Alla Banca Centrale Europea come sappiamo l'obiettivo è uno solo: la stabilità dei prezzi che è definita da una crescita moderata dei prezzi ad un tasso inferiore ma prossimo al 2%. Per conseguire questo obiettivo la BCE, come le altre banche centrali, ha diversi strumenti, i principali sono:
  • Variazione del livello di riserve presso la banca centrale chieste al sistema bancario
  • Variazione dei tassi di interesse per i depositi e per la concessione di liquidità overnight
  • Operazioni di mercato aperto
RISERVE MINIME
Le riserve minime richieste dalla banca centrale alle banche commerciali influiscono sulla quantità di moneta in quanto ad un incremento del livello richiesto diminuisce la capacità da parte degli istituti di credito di concedere prestiti e quindi si avrà una riduzione dell'offerta di moneta.
In passato il livello di riserva era determinato da una percentuale sui depositi che la banca aveva dalla propria clientela, oggi tale livello è determinato in relazione a precisi e periodici elementi di bilancio delle banche stesse.
Ad essere precisi, il controllo dell'offerta di moneta da parte della banca centrale in questo caso avviene attraverso il moltiplicatore monetario ma preferisco non addentrarmi troppo su argomenti tecnici. Ad ogni modo questo è rappresentato dal rapporto tra la somma dei depositi della clientela privata presso le banche commerciali più il circolante, con la base monetaria, che è la somma di circolante e depositi delle banche commerciali presso la banca centrale stessa. La banca centrale controllando la base monetaria (cioè il volume di circolante ed i depositi delle banche presso di lei) e conoscendo il valore approssimativo in quel momento del moltiplicatore è in grado di controllare, seppur indirettamente, l'offerta di moneta.

VARIAZIONE DEI TASSI DI INTERESSE
Ogni banca può a fine giornata aver necessità di un prestito temporaneo a breve termine oppure depositare un eccesso di liquidità anche in questo caso per un breve periodo (un giorno, o meglio una notte), entrambi vengono chiamati rispettivamente prestiti e depositi overnight. Variando i tassi di interesse (rispettivamente a debito e a credito) influiscono sull'offerta di moneta. Incrementando il tasso di interesse per la concessione di un prestito oppure quello sui depositi, quindi l'eccesso di liquidità, si disincentiva la banca dal chiedere liquidità nel primo caso oppure si spinge la stessa a lasciare la liquidità in eccesso presso la propria banca centrale piuttosto che darla in prestito. Naturalmente questo strumento basato sui tassi non ha efficacia di breve termine ma necessita di tempi mediamente lunghi affinché abbia effetto.
Attualmente la BCE ha fissato il tasso di interesse sui prestiti overnight allo 0,25% e quello sui depositi ad un tasso negativo dello 0,40%, cioè invece che concedere la banca centrale un interesse sui depositi in eccesso è la banca stessa a dover pagare.

OPERAZIONI DI MERCATO APERTO
A dispetto della terminologia tecnica, questo genere di interventi è di facile intuizione oltre ad essere di maggiore efficacia rispetto ai precedenti. Si tratta infatti della compravendita di obbligazioni (inclusi titoli di Stato) e asset vari sul mercato secondario, cioè già collocati, con lo scopo di variare direttamente l'offerta di moneta. Se la banca centrale intende aumentare la quantità di moneta (come sta facendo in questo periodo) acquisterà asset (obbligazioni di aziende private, titoli del debito dei governi etc...) ed il contrario se intende ridurre la massa monetaria.
Generalmente i Titoli di Stato acquistati sono quelli a breve scadenza, così da influire direttamente sui tassi di interesse di questi - a breve termine - ed indirettamente sui rendimenti dei titoli a scadenza più lunga. Gli investitori infatti trovando i rendimenti in calo sulle scadenze a breve si rivolgeranno verso quelli di durata più lunga aumentandone il prezzo e riducendo parimenti così i rendimenti.

Il Quantitative Easing (alleggerimento quantitativo) non è altro che una operazione di mercato aperto di grandi dimensioni e caratterizzato dal fatto che è una misura di politica monetaria comunicata preventivamente agli investitori, a differenza della usuale operazione di mercato aperto. Vengono comunicati ai mercati la quantità, la durata e gli obiettivi. Ad esempio per quello in corso della BCE:

  • Obiettivo di portare l'inflazione nuovamente prossima ma sotto il 2%
  • Quantità di acquisto pari a 60 mld di euro al mese
  • Durata prevista almeno fino a fine 2017 con possibilità di essere protratta se gli obiettivi non fossero conseguiti
Il fatto di informare preventivamente gli investitori ha l'obiettivo di aumentare la sua efficacia perché gli stessi agiranno di conseguenza.
Le banche vendendo i propri asset ad un prezzo leggermente superiore a quello in corso conseguiranno un primo vantaggio, in seguito saranno incentivate a prestare il denaro ricevuto agli operatori economici (imprese e famiglie) dato che se lasciato allo stato di liquidità e depositato presso la banca centrale non produrrà ricavi, ma anzi con un attuale tasso negativo rappresenta addirittura un costo.

Vincoli della banca centrale
Abbiamo visto quali sono gli strumenti che ha a disposizione una banca centrale per controllare e modificare l'offerta di moneta, vediamo ora cosa invece la maggior parte di esse - BCE inclusa - non può fare.

Sappiamo che la BCE, come anche quasi tutte le altre banche centrali dei Paesi avanzati economicamente, non può finanziare direttamente i governi acquistando i titoli di Stato in fase di collocamento ma solo in un secondo momento dai privati sul mercato cosiddetto secondario.
Non può altresì finanziare aziende private, anche in questo caso può acquistare solo in seconda battuta le loro obbligazioni quando sono già collocate.
Questo per evitare il cosiddetto azzardo morale (moral hazard), cioè il facile tentativo da parte dei governi a lasciarsi andare ad una finanza  allegra, a rispettare cioè meno i principi base dei vincoli di bilancio spendendo molto di più di quanto sono le entrate. Gli effetti di questo atteggiamento poco disciplinato lo si è sperimentato negli anni '70 dove l'inflazione è arrivata a superare il 20% annuo nel 1980. In molti se lo sono già dimenticato. Livelli di inflazione del genere con gli attuali tassi di crescita della ricchezza prodotta (il PIL), ben inferiori a quelli di allora, avrebbero un effetto devastante. 

Una stupidaggine che circola in rete è la possibilità che una banca centrale acquisti Titoli di Stato e rinunci a ricevere il controvalore dal governo una volta giunti a scadenza così da ridurre l'ammontare di debito pubblico. Questa è una soluzione che è attuabile solo nella fantasia di qualche perditempo che di politica monetaria ne sa ben poco. Per dire, il nostro Paese rinnova ogni anno circa 300 mld di euro di Titoli di Stato vari, pensare che la Banca d'Italia possa - nell'eventualità le sia data facoltà - acquistare una sola annualità per poi rinunciare a farseli pagare alla scadenza, comporterebbe una perdita a bilancio secca di tale ammontare (300 mld di euro) per Bankitalia ed un corrispondente aumento di massa monetaria che a quel livello ed in un così limitato periodo di tempo causerebbe un innalzamento considerevole dei prezzi. Basti dire che una stupidaggine del genere non l'ha mai praticata nessuna banca centrale.

martedì 16 maggio 2017

Anti-euro, game over!

Quello che fatti recenti hanno sentenziato è che l'Unione Europea e l'eurozona, seppur con i propri problemi da risolvere, non si disgregherà e potrà proseguire il suo cammino. Chi l'accusa(va) di essere la causa della situazione di bassa crescita e disoccupazione invocando la sua dissoluzione (in particolare l'eurozona) dovrà farsene una ragione.
L'elezione di Emmanuel Macron alla presidenza francese la dice lunga, dato che il suo programma era esplicitamente europeista e dove lui chiede una modifica dei trattati o comunque della politica sia economica che sociale dell'Unione Europea. Più attenzione alla gente, all'occupazione, alla crescita, ma senza chiedere semplicemente più facoltà di spesa, soprattutto a deficit. Al contrario, lui ha scritto chiaramente che intende procedere a riforme dell'assetto pubblico per giungere a risparmi, o meglio ad una ottimizzazione della spesa. Insomma: spendere sì, ma con giudizio.
E' favorevole ad un ministero superpartes all'interno dell'Unione Europea che abbia poteri di veto sui bilanci dei singoli Stati, in cambio egli propone di dotare uno specifico Parlamento dell'eurozona di un bilancio dedicato e più cospicuo per attuare investimenti mirati.
E' favorevole ad una politica fiscale uniforme ed una condivisione dei rischi riguardanti i debiti dei vari governi.
Al momento è solo, vero, ma c'è da aspettarsi che alle prossime elezioni per il Parlamento riuscirà ad avere attorno a sé il consenso necessario per l'attuazione del programma.

Dall'altra parte abbiamo la cancelliera Merkel, che forte della recente vittoria nel Land più popoloso della Germania, è sempre più lanciata verso il quarto mandato. Assieme a lei vi sarà con ogni probabilità l'attuale Ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, contestato all'estero ma molto stimato in Patria.
La politica tedesca sull'Europa quindi non cambierà, ma sbagliano coloro che pensano che sia divergente da quella prospettata dal neo Presidente francese. Anzi, sia Angela Merkel che Schäuble hanno accolto con entusiasmo l'elezione di Macron e hanno espresso desiderio di instaurare subito tavoli di trattative per proporre riforme all'attuale assetto dell'Unione.

Qui da noi, ma non è diverso da quanto accade anche in altri Paesi, le critiche sia all'Europa che all'euro sono andate via via affievolendosi tanto che i consensi stanno lentamente aumentando. Questo di certo non implica che non vi siano problemi da risolvere, anzi, solo uno sprovveduto può pensare che vada bene così, ma altra cosa è pensare che la soluzione sia la disgregazione dell'eurozona se non dell'intera Unione Europea. Anche chi propone il solo abbandono dell'euro non sa di cosa sta parlando, perché ciò - ammesso che sia possibile - non implicherebbe liberarsi dai vincoli di bilancio che valgono non perché si è adottato l'euro, ma in quanto si sono sottoscritti dei trattati. Abbandonare l'euro ed i vincoli di bilancio significa in sostanza abbandonare l'Unione Europea, chi afferma che desidera solo la prima parte mente, sapendo di mentire, agli elettori.
L'Italia ora deve approfittare subito della situazione e partecipare ai dibattiti per migliorare la governance europea, senza limitarsi a chiedere semplicemente più deficit.

La Germania, tanto per essere chiari, non è contraria né lo è mai stata ad un allentamento dei vincoli di bilancio, ma vuole però essere sicura che i vari governi non ne approfittino. Le rigidità chieste ed ottenute con i vari trattati, per ultimo il Fiscal Compact, hanno avuto questo significato: se da una parte vuoi essere padrone della tua spesa, ebbene allora la fai con le tue sole risorse!
Se invece sei disposto ad accettare una supervisione di un organismo sovranazionale che possa impedire spese inopportune, allora siamo favorevoli a concedere margini di manovra (leggi spesa a deficit) e trasferimenti attraverso il bilancio comune.
Chi ha letto alcuni interventi dello stesso Schäuble sa che egli addirittura non è contrario in linea di principio ad una condivisione dei rischi, ad una messa in comune del debito di ciascuno Stato, ma vuole prima di tutto essere sicuro che vengano messe in atto delle regole che impediscano ad un governo di approfittarne per farne cattivo uso, ad esempio per scopi elettorali. Schäuble ha affermato che prima occorre ridurre il livello di alcuni debiti (tra cui il nostro) per metterli in sicurezza, poi predisporre regole che tutti siano tenuti a rispettare e solo a quel punto si può parlare di condivisione. Condivisione che comunque potrà avvenire attraverso ad esempio un meccanismo come il fondo salvastati ESM, questo perché la Costituzione tedesca al momento impedisce di garantire debiti esteri ed una sua modifica richiederebbe un iter complesso e consensi ben difficili da ottenere.

Altra ragione per cui l'Unione Europea sta vincendo sui populismi è rappresentata dai dati macroeconomici recenti, che vedono il PIL dell'eurozona a 19, e della UE nel suo complesso a 28, crescere nel primo trimestre di quest'anno dello 0,5% rispetto al trimestre precedente, più di Gran Bretagna (+0,3%) e Stati Uniti (+0,2%):


Il tasso di disoccupazione è in continua discesa, sebbene non in tutti i Paesi:


mentre quello dell'occupazione continua a salire, puntando a raggiungere l'obiettivo stabilito per il 2020:


La crisi è oramai superata e se in alcuni Paesi, come Francia e Italia, l'economia ancora non ha raggiunto ritmi sufficienti a ridurre l'alto livello di disoccupazione, questo non dipende né dalla moneta unica né tantomeno dalla appartenenza all'Unione Europea. Le cause vanno quindi cercate al proprio interno, questo Macron per la Francia lo ha capito e scritto, da noi invece si è ancora legati alla cultura che per crescere occorre aumentare la spesa pubblica, soprattutto a deficit.
Saprà il governo Gentiloni oggi e chi verrà l'anno prossimo cogliere l'opportunità del momento ed aggiungersi all'asse franco-tedesco per dire la nostra sul futuro della UE contribuendo a dare una svolta o si limiteranno, come fatto in passato, a proposte spot e quasi sempre dedicate alle regole di bilancio, puntualmente bocciate, per poi andare a Bruxelles per firmare quelle altrui?