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domenica 3 marzo 2019

Economisti tedeschi si interrogano sulla politica del 'freno all'indebitamento' (da Handelsblatt)

Gli economisti tedeschi discutono sulla regola del deficit: mentre alcuni chiedono riforme, altri mettono in guardia contro il ritorno al sentiero del debito.

Articolo tratto dalla rivista Handelsblatt e pubblicato il 26.02.2019.


Articolo originale di Jan Hildebrand e Donata Riedel dal titolo:

Il freno all'indebitamento (Schuldenbremse) è considerato sacrosanto in Germania. Nemmeno il Fondo Monetario Internazionale (FMI) osa mettere in discussione la regola sancita dalla Legge Fondamentale (la Costituzione tedesca). Almeno non pubblicamente.
Gli esperti del FMI, nelle relazioni sulla situazione dei vari Paesi, chiedono regolarmente al governo federale tedesco di spendere più denaro in investimenti e di rinunciare al bilancio in pareggio (schwarze Null), ma nei colloqui diretti con i funzionari governativi questi dubbi su questa politica del Schuldenbremse non sono mai affrontati. Politicamente, il dibattito è semplicemente troppo sensibile. Politicamente è un argomento troppo scomodo.

Oggi non sono degli economisti anglosassoni, che sono sempre stati scettici sull'austerità tedesca, che hanno sollevato la discussione, ma Michael Hüther: "La regola del debito funge da freno per la riduzione delle tasse e degli investimenti. Ci siamo imprigionati." ha affermato ad Handelsblatt il direttore dell'Istituto tedesco di Economia IW (Institut der deutschen Wirtschaft). Ma allo stesso tempo per lui è eccessivo. Ci si deve chiedere, egli dice, se la demonizzazione del debito sia corretta, soprattutto perché oggi non solo i tassi di interesse sono bassi, ma anche i bisogni di investimento del governo sono enormi. "I tempi sono cambiati" ha detto Hüther "Almeno una volta bisogna aprire la finestra".

Altri economisti, come Jens Südekum dell'Università di Düsseldorf, sono d'accordo. Il freno all'indebitamento ha contribuito al risanamento dei conti pubblici, ma: "Nel frattempo ha superato il suo scopo". Ora ostacola la necessaria costante politica di modernizzazione e di crescita. "Ecco perché dovremmo abolirlo di nuovo."

Anche da Marcel Fratzscher, capo dell'Istituto tedesco di Ricerca Economica (DIW - Deutschen Instituts für Wirtschaftsforschung), viene una critica: "Per la Germania il freno all'indebitamento è controproducente perché lascia troppo spazio al governo nei tempi buoni e troppo poco nei momenti difficili".


Gli inizi del Schuldenbremse (freno all'indebitamento)

Il freno all'indebitamento è stato deciso all'inizio del 2009 dalla prima grande coalizione guidata dalla cancelliera Angela Merkel (CDU). Era il momento della grande emergenza di bilancio. L'allora ministro delle finanze Peer Steinbrück (SPD) programmò un disavanzo di 86 miliardi di euro, il debito pubblico totale salì al 80 percento del Prodotto Interno Lordo e quindi ben oltre il limite di Maastricht del 60 percento.

A quel tempo Merkel e Steinbrück decisero di porre un freno al ricorso all'indebitamento modificando la Costituzione. La norma stabilisce ora che al governo federale è consentito prendere in prestito un massimo dello 0,35% del PIL in "normali condizioni di congiuntura economica".
Ai Länder, dal 2020, non sarà consentito il deficit nei normali cicli economici. Il debito dei periodi di calo deve essere ridotto nella fase di ripresa. Quando in seguito a Steinbrück fu chiesto cosa si sarebbe ricordato del suo mandato, disse: "Sarà il freno all'indebitamento. Sono orgoglioso di questo."
Da alcune parti del SPD il freno all'indebitamento era e rimase un argomento controverso. Anche i sindacati considerarono un errore finanziare gli investimenti statali dalle entrate fiscali correnti e non più come in precedenza dall'indebitamento netto.

Dal punto di vista di Lars Feld, membro del Consiglio di Esperti Economici del governo federale, il recente dibattito sul freno all'indebitamento come causa degli anni di debolezza degli investimenti della Germania è un déjà vu. "Nell'attuale discussione vi sono gli stessi argomenti che c'erano quando vi fu l'introduzione del freno all'indebitamento", ha detto ad Handelsblatt. "È stato introdotto perché dagli anni '70 al 2008 non era mai stato possibile ridurre il rapporto debito / PIL in modo sostenibile".
Nei periodi di congiuntura economica positiva si registrava sempre troppo poco consolidamento dopo che l'indebitamento era aumentato nelle recessioni per sostenere l'economia. "Abbiamo praticato Keynes con un braccio solo e questo sarebbe stato il caso senza il freno all'indebitamento" ha detto Feld.


Nessun freno agli investimenti

Lars Feld dissente con veemenza che il freno all'indebitamento sia un freno agli investimenti. "Con le giuste priorità il governo può finanziare anche gli investimenti. La modernizzazione va con tutte le spese ministeriali, se si vuole. Il freno all'indebitamento è più un freno alla riduzione delle tasse ", ha affermato Feld.
Le entrate fiscali, che confluiscono nelle casse dello Stato durante una fase economica positiva, devono essere utilizzate dal governo per ridurre il debito derivante dalla precedente recessione. Se la crescita è superiore alla crescita potenziale, il governo federale deve generare eccedenze nel bilancio corrente.
E le spese finanziate dalle riserve, come quella per i rifugiati, fanno parte del deficit strutturale. Così ha fatto il governo federale nel 2017 sotto la linea del pareggio di bilancio. Tuttavia, secondo le regole del freno all'indebitamento, ha conseguito un deficit strutturale. Ma solo pochi se ne sono accorti al di fuori del Ministero delle Finanze.

Secondo Feld il freno all'indebitamento soddisfa pienamente il suo scopo. "Un tempo le associazioni imprenditoriali chiedevano tagli alle tasse ed i politici maggiori spese sociali. Questo ora si deve bilanciare perché il ricorso a nuovo debito è limitato ", ha dichiarato Feld.


Spesa sociale prima degli investimenti nell'economia

Ma Hüther ed altri economisti ora pongono la domanda se la politica possa efficacemente bilanciare spesa sociale ed investimenti. Tanto più che la politica ha promesso allo stesso tempo di porre un limite ai contributi previdenziali al 40 percento. Ciò dovrebbe portare a un maggiore sussidio dal bilancio federale che già oggi spende circa la metà della spesa Sociale.

Nella realtà della politica bilancio, negli ultimi anni è stato molto più facile per i governi rinviare gli investimenti piuttosto che tagliare i benefici sociali. Di fatto, quindi, gli scettici del freno del debito sostengono che questo ha ritardato gli investimenti pubblici troppo a lungo ed eccessivamente, con la conseguenza che strade e binari ferroviari fatiscenti oggi hanno bisogno di enormi investimenti per il loro ripristino in condizioni di efficienza.

"Il freno all'indebitamento aggrava anche la debolezza dell'investimento pubblico, perché in tempi difficili di solito vengono tagliati prima gli investimenti", ha detto il CEO di DIW Fratzscher. E questo nonostante i tassi di interesse siano ai minimi storici e molti economisti prevedono che rimarranno tali ancora per qualche tempo. Sarebbe quindi conveniente per lo Stato finanziare investimenti attraverso il credito.

Già da lungo tempo il Fondo Monetario Internazionale ha mostrato al governo federale che in queste circostanze gli investimenti finanziati a debito si ripagano perché aumentano la crescita potenziale. Al contrario, la Germania negli ultimi anni ha ecceduto nel freno all'indebitamento: dal 2014 il governo federale non ha emesso nuovi debiti.

Il capo dell'istituto IW Hüther non vuole comunque tornare alla vecchia regola, secondo la quale il deficit non dovrebbe essere più alto dell'investimento. Ha in mente un budget speciale statale per gli investimenti. Questa spesa dovrebbe quindi essere finanziata dal debito.

Anche il capo dell'istituto DIW Fratzscher è favorevole ad una riforma.
"Il freno all'indebitamento dovrebbe essere sostituito da una saggia regola di spesa nominale che leghi strettamente la spesa statale alla performance economica", ha affermato Fratzscher. "Inoltre, il governo federale dovrebbe introdurre una regola per gli investimenti che garantisca che lo Stato non sprechi risorse pubbliche, ma investa adeguatamente in infrastrutture pubbliche".

Lars Feld, che dirige l'Istituto di Friburgo Walter Eucken orientato alla politica ordoliberale, è al contrario convinto che i progetti di investimento non sono implementati soprattutto perché la resistenza di singoli gruppi di popolazione è spesso molto alta. Egli suggerisce di guardare per ciascun progetto da cosa è bloccato o rallentato.
In ogni caso, un ritorno alla vecchia via del ricorso al debito è considerato pericoloso da Feld. "Nel contesto dell'invecchiamento della società, la Germania non può permettersi un debito nazionale in crescita dinamica. Questo cambiamento demografico inizierà a verificarsi dal 2020 con l'ondata di pensionamento di coloro nati all'epoca del baby boom" ha detto.

giovedì 18 maggio 2017

Spesa pubblica, pressione fiscale e inflazione

E già...si stava meglio quando avevamo la lira, la sovranità monetaria e tutti vivevamo felici e contenti. Escludendo però terrorismo e anni di piombo, mafia, sequestri di persona, rivendicazioni sociali e sindacali ed emigrazione di massa. Fenomeni questi che hanno sì caratterizzato soprattutto un periodo lontano ma pur sempre durante e poco dopo il famoso Miracolo Economico. Una breve considerazione sull'argomento l'avevo già scritta 3 anni fa qui.
Che si stava meglio alcuni decenni or sono mi sa molto di nostalgico e poco di realistico. Così, di primo acchito, mi verrebbe da proporre a chi sostiene questo di sostenere il medesimo stile di vita che la maggior parte delle famiglie aveva durante gli anni '50, '60 e '70 e poi verifichiamo se costoro che oggi lamentano di non arrivare alla fine del mese continuano a dirlo. Pensiamo a quante famiglie avevano all'epoca un televisore in casa, una lavastoviglie, una lavatrice. Oppure con quale frequenza acquistavano abbigliamento, calzature o arredamento. Quante famiglie prendevano un volo aereo per trascorrere anche un solo weekend in una città straniera, che so...Parigi, Londra.
Insomma, prima di lamentarsi occorre fare un confronto tra la quantità di beni che oggi ci possiamo comunque permettere rispetto a quelli che si potevano permettere i nostri genitori o i nostri nonni con i compensi di allora.
Con questo non si vuole sostenere che oggi non vi sia una situazione di insoddisfazione da parte di molte famiglie, ma occorre però portare la questione su un piano realistico e soprattutto comprenderne le cause.

Oggi si punta (troppo) spesso il dito contro cause che però non vengono supportate da sufficienti elementi a sostegno di queste tesi. Questa settimana ad esempio l'ISTAT ha diffuso due dati macroeconomici riguardanti l'andamento della nostra economia: la crescita del Prodotto Interno Lordo nel primo trimestre di quest'anno e l'andamento - in crescita - delle nostre esportazioni. Nel dettaglio, il PIL, sebbene quale stima preliminare, è aumentato in tale periodo dello 0,2%(*) rispetto al precedente e dello 0,8% rispetto allo stesso trimestre del 2016 (dato tendenziale). La variazione acquisita per quest'anno è dello 0,6%, cioè significa che se i prossimi 3 trimestri vedessero una crescita in termini percentuali - rispetto al periodo precedente - uguale a quella avuta nel 2016 il PIL a fine 2017 vedrebbe una crescita appunto dello 0,6% rispetto al 2016, anno in cui però il PIL è cresciuto del 1% rispetto al 2015, quindi la crescita sarebbe inferiore a quella avuta l'anno scorso e questo comporta che ora serva una spinta alla nostra economia.

(*) Il dato, è bene ricordarlo, è quello corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato cioè è un dato più statistico che reale (grezzo). Intendo dire che la stima della ricchezza prodotta è stata rettificata in funzione ad esempio dei giorni lavorativi di calendario e depurata degli effetti stagionali (attraverso calcoli specifici). E' un po' come se ad una azienda che fattura 1 milione di euro in un trimestre, l'Istituto di Statistica facesse rilevare che quel trimestre ha avuto due giorni in più di calendario rispetto al trimestre precedente e che quindi stima che il fatturato, tenendo conto di questa differenza, fosse non di 1 milione bensì di 967.742 euro se quel trimestre anziché essere stato di 60 giorni lavorativi ne ha avuti 62. L'azienda ha fatturato comunque 1 milione, al di là di quello che la statistica poi rileva per ragioni che qui non è il caso di approfondire - sebbene facilmente intuibili - e su quella cifra paga le sue fatture ed in caso di utili le imposte previste, non sul fatturato 'rettificato'.
In ogni caso i dati che prendiamo in considerazione non sono quelli grezzi (il milione di euro fatturati dalla nostra azienda) ma quelli elaborati dai vari istituti nazionali di statistica (es.i 967.742 euro) ed è a quelli che dobbiamo fare riferimento.

Il secondo dato che l'ISTAT ha diffuso in settimana riguarda il nostro commercio estero, con le esportazioni cresciute nel primo trimestre di quest'anno del 3% rispetto al precedente, mentre le importazioni sono aumentate un po' di più: 3,3%.
Confrontando questi due dati viene da chiedersi: come mai a fronte di un aumento così sensibile delle esportazioni, il PIL vede invece un incremento così basso?
Una prima risposta è già contenuta nel dato riguardante il commercio internazionale: le esportazioni sono cresciute sì del 3% ma le importazioni del 3,3%, questo comporta che il contributo alla crescita del PIL sia negativo essendo dato dalle esportazioni nette: export - import.
Questo però non implica che le nostre imprese facciano fatica a vendere i loro prodotti oltre confine dato che l'andamento delle nostre esportazioni è sempre in crescita ed a tassi apprezzabili. Quindi chi punta il dito contro l'euro quale causa della bassa crescita economica, in quanto ostacolerebbe le esportazioni, afferma una cosa non sostenuta dai fatti.

Se il commercio estero non rappresenta il problema, allora dovremo guardare alla domanda interna, cioè ai consumi dei residenti:


Già guardando a questo grafico, che l'ISTAT mette a disposizione assieme ad alcuni altri nella propria pagina internet iniziale, si vede come il commercio al dettaglio sia decisamente fiacco, per usare un eufemismo.
Insomma, se invece di chiamare in causa fattori esogeni provassimo ad ipotizzare che la ragione sia interna?

Riprendiamo la parte iniziale di questa analisi, benché controversa, ovvero che si stava meglio negli anni della lira e facciamo una breve analisi economica.
Prendendo le tabelle ISTAT a disposizione e riguardanti la contabilità nazionale a partire dal 1980 vediamo come le entrate fiscali fossero decisamente inferiori rispetto al PIL di quanto lo sono oggi:


Questa crescita, diversamente da quanto affermato spesso, non dipende né dall'ingresso nella moneta unica né dal divorzio tra Banca d'Italia e Ministero del Tesoro, divorzio che ha portato sì un incremento della spesa per interessi sul debito pubblico, ma la sua incidenza è stata relativa in quanto questa risiede prevalentemente nell'aumento della spesa pubblica. Infatti se prendiamo sempre i dati ISTAT di contabilità nazionale e guardiamo al rapporto tra spesa pubblica complessiva, al netto e non della spesa per interessi, vediamo come questa sia aumentata in rapporto al PIL:


Come si può notare dalla tabella la spesa per interessi è aumentata notevolmente ma in ogni modo la spesa pubblica è cresciuta anch'essa sensibilmente, da un 37% del PIL nel 1980 fino addirittura al 44% toccato nel 1993. Aggiungendo quella per interessi si può verificare come si superi il 50% della ricchezza prodotta (PIL) arrivando a toccare, proprio nel 1993, il 57%.

Un governo, si sa, si finanzia attraverso le entrate fiscali e quando queste non coprono interamente il fabbisogno, attraverso un prestito emettendo in cambio obbligazioni. Prima del divorzio Banca d'Italia - Ministero del Tesoro, il governo si rivolgeva ai risparmiatori emettendo titoli di breve durata, i Buoni Ordinari del Tesoro, che avevano scadenza a 3, 6 e 12 mesi, il cui rendimento era dato dalla differenza tra prezzo nominale e quello di aggiudicazione. Il governo poi stabiliva un prezzo minimo di collocamento, al disotto del quale non era disposto a vendere. Questo permetteva di fissare un tetto al costo, cioè al compenso concesso all'acquirente. I titoli invenduti erano acquistati dalla nostra banca centrale ad un prezzo prefissato. Questo meccanismo ha però comportato una crescita dei prezzi (inflazione) che penalizzava maggiormente i cosiddetti redditi vincolati o fissi, crescita che è andata a toccare anche le due cifre percentuali. La lira era sempre oggetto di deprezzamento sui mercati e questo comportava un aumento della spesa per l'acquisto delle materie prime generando altra inflazione. La nostra banca centrale faceva fatica a contenere il cambio entro margini di oscillazione accettabili e questo a prescindere dall'adesione allo SME o altro. Ad esempio si vedano i prestiti richiesti e concessi a livello internazionale negli anni '70 alla nostra banca centrale per sostenere la debolezza della lira, tra cui quello famoso del 1974 concesso dalla Deutsche Bundesbank di 2 miliardi di dollari di allora ipotecando da parte nostra oltre 500 tonnellate di oro:


Nel 1974 l'Italia ebbe, questo per i cosiddetti sovranisti, piena sovranità in quanto gli accordi di Bretton Woods erano cessati nel 1971 e nel 1973 l'Italia uscì dal Serpente Monetario iniziato appena un anno prima (lo SME vedrà poi la sua luce nel 1979). La causa principale fu la crisi petrolifera del 1973 che portò ad un notevole aumento dei prezzi del petrolio.
Questo per dire che una sovranità monetaria non garantisce da forti shock economici.

Dopo il divorzio del 1981 la Banca d'Italia non è più tenuta a comprare i titoli invenduti del governo e questo lo spinge ad accettare il costo di mercato, ovvero ad emettere titoli che abbiano rendimenti in linea con quelli di mercato. La spesa per interessi dal 1981 aumentò ma al tempo stesso la quantità di moneta non crebbe più come prima andando così a calmierare l'inflazione. Ma come visto prima non è questa la ragione primaria che ha fatto aumentare il nostro debito pubblico, bensì l'aumento della spesa pubblica e solo secondariamente quella per interessi. L'aumento del livello del debito ha toccato livelli di allarme per gli investitori che richiedevano tassi di rendimento sempre maggiori. Questo è stato poi evitato in gran parte grazie all'adesione alla moneta unica che offre agli investitori una garanzia circa la nostra solvibilità data dal rispetto alle regole di bilancio che l'Unione Europea si è data. Questo lo si può verificare confrontando i rendimenti dei titoli di Stato di quei governi il cui rating è simile a quello sui nostri, ad esempio l'India che nonostante una crescita più sostenuta (+1,6% nel 2016), un debito del 70% sul PIL ed un deficit del 3,5%, deve concedere un premio pari a 3 punti e mezzo percentuali in termini reali, cioè al netto dell'inflazione, sui titoli decennali contro il nostro 0,25% circa.

Pressione fiscale e inflazione
Come visto l'aumento della pressione fiscale è stato causato in primo luogo da quello della spesa pubblica e secondariamente, contribuendo comunque sensibilmente, a quello per interessi dato che il governo non è in grado di coprire l'intera spesa con le sole entrate fiscali e né può pensare di far pagare agli investitori una porzione rilevante di essa (a prescindere dai vincoli dei trattati europei).
L'aumento della spesa pubblica complessiva comporta quindi un aumento della pressione fiscale ed un aumento di questa genera inflazione semplicemente perché imprese e lavoratori autonomi, più liberi di modificare i prezzi di vendita di beni e servizi, riversano su questi l'incremento di oneri fiscali. I lavoratori dipendenti hanno per definizione una maggiore rigidità, soprattutto in presenza di una situazione non positiva di crescita economica, in questo caso infatti le imprese tra riduzione dei profitti netti e aumento dei costi causati da quello dei listini dei fornitori saranno meno disponibili a concedere aumenti salariali ai propri collaboratori.

Prendendo i dati ISTAT sui prezzi per famiglie di impiegati ed operai nel periodo considerato sopra (1980-2000) si può osservare come questi siano aumentati proporzionalmente in coincidenza dell'incremento di spesa pubblica e pressione fiscale:


Questo effetto porta ad un ulteriore impoverimento del potere di acquisto delle famiglie, già penalizzate da una maggiore pressione fiscale conseguente una maggiore spesa pubblica. Nel corso del tempo si giunge così ad una crescita sempre minore dei consumi interni, i quali non vengono compensati dalle vendite all'estero (esportazioni), il che comporta una riduzione degli investimenti privati da parte delle aziende dato che non c'è ragione di incrementare la capacità produttiva, la produttività così non migliora e l'intera economia non cresce più a livelli tali da assorbire la nuova forza lavoro (giovani).

Si tenga poi conto che nella stima del Prodotto Interno Lordo viene inclusa anche la cosiddetta economia sommersa, ovvero quella che da un certo punto di vista produce reddito ma che essendo sconosciuto al fisco non viene tassato e quindi non contribuisce alla spesa, la quale grava così sui contribuenti onesti. L'incidenza di questa non è irrilevante, ad esempio nell'anno 2014 è stata del 13% del PIL:


Questo significa che la stima della pressione fiscale risulta per definizione alterata in quanto essa dovrebbe essere rapportata al PIL conseguito regolarmente. Se ad oggi questa risulta essere del 43% sul PIL 'viziato' da un 13% di sommerso, ne deriva che realmente, ovvero su chi le imposte le versa, questa risulta essere praticamente del 50%. Con un livello tale e qualità dei servizi ottenuti in cambio inferiore a quelli che Paesi con spesa inferiore o uguale hanno, ne deriva che essa rappresenta una zavorra dalla quale occorre liberarci, diversamente l'economia non potrà vedere crescite adeguate nonostante i risultati a livello internazionale.

mercoledì 14 settembre 2016

La riforma Fornero era davvero necessaria?

Nonostante siano passati 5 anni e mezzo dalla riforma Fornero che ha riformato il sistema pensionistico, è ancora viva la discussione tra coloro che la difendono e quelli che la criticano.
La domanda, anzi le due domande, alle quali desidero dare risposta è: "Era davvero necessaria quella riforma ed in quei termini?"
Dal mio punto di vista era sì necessario provvedere a correggere le regole in vigore in quel momento, in considerazione delle proiezioni a medio-lungo termine del tasso di invecchiamento della popolazione e dell'aumento (fortunatamente) della longevità, ma non era però necessario procedere con una riforma dai contenuti urgenti e drastici.

Il contesto storico (2011)
Per comprendere le ragioni che hanno portato a quella riforma così urgentemente, occorre riepilogare brevemente la situazione che c'era nel 2011. Dal mese di Luglio di quell'anno i mercati hanno cominciato a mostrare nervosismo riguardo alla prospettiva di una crisi dell'eurozona, crisi che avrebbe potuto portare anche ad una sua dissoluzione. Sebbene qui talvolta la si vuole ricordare come una fase in cui solo l'Italia sarebbe stata 'sotto attacco', in realtà vi fu un gruppo di Paesi che vide perdere la fiducia sia da parte degli investitori internazionali che di molti loro residenti, i quali, per timore di possibili ripercussioni sui loro capitali finanziari, hanno iniziato a trasferirne in misura sempre crescente verso mercati più sicuri. In pratica si è assistito così ad una fuga, sia di capitali da parte dei residenti come degli investitori, dai cosiddetti Paesi PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) verso quelli 'core', Germania in primis, e questo è stato alla base dell'aumento del differenziale dei rendimenti dei titoli di Stato, differenziale definito dall'oramai noto termine inglese spread. Dal mese di Luglio infatti lo spread tra titoli di Stato dei Paesi PIIGS e quelli tedeschi è andato via via aumentando, non solo sulla scadenza principale (10 anni) ma anche per i titoli con scadenza a breve e medio termine (entro 12 mesi e 3-5 anni). Man mano che ci si avviava verso la fine dell'anno cresceva il timore di una disgregazione dell'eurozona e quindi si assistette all'acuirsi della crisi con la pressione sui titoli di Stato dei Paesi cosiddetti periferici.

Cosa c'entra questo con la riforma delle pensioni?
Per comprendere il legame occorre partire un po' lontani e dalla crisi sui mercati finanziari.
Si deve tenere presente da cosa è composto il rendimento di una obbligazione sovrana emessa da un governo. Per le scadenze a medio e lungo termine, ogni obbligazione prevede una cedola che rappresenta il premio che periodicamente l'emittente riconosce ai creditori a fronte del prestito ricevuto ed è espresso in termini percentuali. Il valore nominale dell'obbligazione è normalmente di 100 euro e rappresenta il prezzo che l'emittente (il governo) pagherà al possessore una volta giunta a scadenza. Dato che le obbligazioni vengono collocate mediante asta, il prezzo di aggiudicazione può essere diverso da quello nominale (€ 100,00) e quindi il rendimento nominale (al lordo delle imposte) sarà diverso da quello rappresentato dalle cedole: maggiore se il prezzo di collocamento è minore di quello nominale (es.98,00 euro) e viceversa minore se collocato ad un prezzo maggiore (es. 101,00 euro).
Lasciamo da parte lo spread per il momento, perché fuorviante, e focalizziamo l'attenzione sul rendimento, il quale in pratica rappresenta il costo complessivo che l'emittente (il governo in questo caso) dovrà pagare al creditore affinché costui sia disposto a prestargli denaro. Se un investitore a fronte di un debitore che gode di alta affidabilità è disposto a concedere credito ad un tasso supponiamo del 2% annuo, nei confronti di un altro meno affidabile vorrà un compenso maggiore che includa appunto il maggior rischio. Questo rendimento comprenderà quindi il valore della cedola e del differenziale di prezzo tra quello di assegnazione e quello nominale. Se ad esempio il governo che gode di minore fiducia emette titoli con cedola 1% e l'investitore è disposto a prestare denaro ad un tasso non inferiore del 4%, allora il prezzo che sarà disposto ad offrire per acquistare l'obbligazione sarà sicuramente inferiore a 100 euro, ovvero il valore nominale. Se invece il governo emettesse lo stesso titolo con cedola al 4%, probabilmente l'investitore offrirà in asta un prezzo vicino a quello nominale.

Tutto questo cosa comporta? E quale legame con le pensioni?
Ancora un po' di pazienza. Ci avviciniamo ora a spiegare cosa accadde verso la fine del 2011 e alle ragioni per cui si rese necessario procedere alla riforma del sistema pensionistico così urgentemente, ragioni che fanno capo all'obiettivo di contenimento della spesa pubblica.
Più ci si avvinava alla fine dell'anno e più gli investitori perdevano fiducia in una tenuta dell'eurozona e abbandonavano sempre più i cosiddetti PIIGS per dirottare gli investimenti verso Paesi più sicuri. In quel contesto, per proseguire a finanziarsi, il nostro governo, come quelli degli altri Paesi sotto pressione, era costretto ad accettare condizioni sempre più onerose. Queste condizioni erano espresse da cedole con tassi di interesse più elevati ed allo stesso tempo, per quanto visto sopra, a collocare i titoli a prezzi sempre inferiori al prezzo nominale. Le differenze di prezzo furono più consistenti per i BOT che non hanno cedola ed il rendimento è quindi rappresentato dalla sola differenza tra prezzo di aggiudicazione e quello nominale.
Come si può notare da questa tabella, tratta dal sito internet del Dipartimento del Tesoro, i rendimenti dei BOT sono cresciuti notevolmente nell'ultimo bimestre del 2011 arrivando a toccare il 6%:


Perché ho voluto illustrare questo fatto? Perché questo rappresenta la crisi finanziaria che ha coinvolto il nostro governo (Berlusconi prima e poi Monti) e le difficoltà di ottenere credito dai mercati che nutrivano sempre meno fiducia nei nostri confronti.
Se il Tesoro necessita ad esempio di 5 miliardi per pagare BOT giunti a scadenza ed eventualmente coprire anche parte del deficit di bilancio, in normali condizioni provvederà ad emettere almeno 50 milioni di BOT  (o qualcosa di più) del prezzo nominale di 100 euro cadauno. Se però il mercato è disposto a prestare denaro a fronte di un rendimento del 6% (quello dell'ultimo bimestre 2011) vi sono due alternative:

- Il Tesoro, sapendolo in anticipo, emette il 6% in più di BOT (53 milioni anziché 50) così da conseguire i 5 miliardi di euro che gli servono;
- Il Tesoro non aumenta il numero e deve accontentarsi di ricevere un importo inferiore del 6% rispetto al previsto, ovvero 4,7 miliardi anziché 5.

In entrambi i casi si hanno problemi di finanza pubblica: nel primo caso si avrà un rapido aumento del debito pubblico, nel secondo si registrerà un 'buco' nel bilancio e difficoltà a coprire tutte le spese previste.
Questo è quello che si trovò ad affrontare il governo Monti quando a Novembre del 2011 sostituì quello Berlusconi, dimissionario. Questo perché i rendimenti salirono improvvisamente su tutte le scadenze, non solo per i BOT.

La Banca Centrale Europea aveva varato già nel 2010 il piano SMP (Securities Markets Programme) con il quale si impegnava ad acquistare sul mercato secondario titoli di Stato dei governi in difficoltà, così da tenere per quanto possibile bassi i rendimenti, in cambio però di azioni da parte dei governi stessi per riformare la spesa e contenere i deficit entro i limiti previsti dai trattati: le famose riforme strutturali!
Questo fu quello che la stessa BCE chiese per mano di Trichet e Draghi con la famosa lettera inviata all'allora governo Berlusconi nell'agosto del 2011. In pratica: "Noi (BCE) siamo pronti ad aiutarvi ma dovete procedere con riformare diversi settori per migliorare la vostra condizione".
Il governo Berlusconi varò una prima manovra con efficacia sul fronte del bilancio però dal 2012 e i mercati non lo considerarono sufficiente. Così in seguito il governo Monti si trovò ad affrontare una elevata sfiducia e per porre rimedio dovette mettere mano con urgenza ai conti pubblici.
Dovendo affrontare una correzione sensibile alla spesa pubblica così, in tempi brevi, non ebbe tempo né modo di farlo su più voci, ma bisognava puntare su quelle più elevate e la più alta è appunto quella previdenziale che costa complessivamente oltre 300 miliardi di euro l'anno.

Posticipando la pensione a centinaia di migliaia di lavoratori cambiando le regole, lo Stato (via INPS) avrebbe conseguito un risparmio. Coloro quindi che erano in procinto di terminare la loro attività lavorativa per ottenere la prevista pensione se la sono vista rinviare di alcuni anni. Introducendo queste norme da subito però hanno comportato un serio problema a quanti, convinti di poter accedere alla pensione nel giro di pochi mesi, avevano rassegnato le dimissioni. Costoro si sono trovati infatti a perdere il lavoro una volta arrivati a scadenza ma senza il diritto alla pensione perché nel frattempo la riforma Fornero aveva cambiato le regole.

Molto si è speso a tale riguardo sul tema dei cosiddetti esodati (senza lavoro e senza pensione) e la stessa ex ministra Elsa Fornero ha ripetutamente affermato che non aveva avuto percezione che il numero di costoro potesse essere così elevato, d'altronde la stima era sconosciuta anche al nostro ente previdenziale, l'INPS.
Non consci della portata di questo fenomeno, il governo Monti ha quindi proseguito e chiesto al Parlamento l'approvazione urgente del testo di legge onde tagliare la spesa previdenziale in tempi brevi e riconquistare fiducia verso i mercati.

Ora nuovamente le domande:
"Era davvero necessario procedere così urgentemente? Non era possibile rivedere i parametri di anzianità ma iniziare con un po' più di calma, ad esempio dopo due o tre anni?"

Dal punto di vista dei conti pubblici ritengo personalmente di sì, che era possibile, la situazione era sì seria ma non drammatica. Per quanto riguarda i mercati, a loro interessa avere risposte concrete, fatti, atti certi come lo è una legge approvata dal Parlamento e se la sua introduzione decorre immediatamente o dopo appunto due o tre anni in un campo come quello previdenziale dove l'arco di tempo da prendere in considerazione è comunque di medio-lungo termine, non fa una differenza rilevante. Sono poi convinto che anche la Commissione Europea e la stessa Banca Centrale Europea alla fine avrebbero comunque accettato una riforma meno frettolosa nella sua applicazione.

Ma analizziamo i primi effetti della riforma Fornero prendendo in esame il bilancio sociale dell'INPS del 2012.
Questa tabella mostra le nuove pensioni erogate nel 2011, quindi prima che entrasse in vigore la riforma:


Come si vede il numero delle nuove prestazioni è stato di 260.202, per una spesa annualizzata di 6 miliardi e 158 milioni di euro.
Vediamo ora le prestazioni concesse nel 2012, dopo l'introduzione della riforma Fornero:


Queste sono risultate 247.506 per un costo annuo di 5 miliardi e 664 milioni. Insomma mezzo miliardo circa in meno rispetto al 2011.
Una riduzione di spesa previdenziale si registra dal 2013, anche se qui andrebbe analizzata quella effettivamente dovuta alla riforma Fornero. In ogni caso non rilevando risultati sensibili già nel 2012 c'è appunto da chiedersi se non si poteva implementare con un po' più di calma, evitando così il fenomeno degli esodati.


Se poi si guarda il Documento di Economia e Finanza del 2013 redatto dal governo Monti, la spesa previdenziale nonostante la riforma Fornero risulta essere comunque in aumento fino al 2015 per poi proseguire con andamenti altalenanti fino ad una riduzione prevista nel 2045.


Insomma la riforma era necessaria, ma non la sua modalità di introduzione così urgente dato che non si riscontrano risparmi cospicui nel breve termine rispetto a quella che vi sarebbe stata senza la stessa, mentre invece si è creato così facendo il triste fenomeno degli esodati.
E' plausibile che tra i possibili interventi, quello sulle pensioni fosse quello meno oggetto di resistenze e quindi pressioni sul Parlamento, oltre a poter dare da solo un risultato consistente dato che assieme a quella sanitaria rappresenta la voce di spesa pubblica maggiore.
In definitiva, la definizione data dai sindacati ai pensionati quale 'bancomat pubblico' non è poi così inconsistente, la spesa previdenziale è talvolta usata per fare cassa e/o correggere errori da parte dei governi.

giovedì 18 agosto 2016

Do ut des - Tasse e Spesa Pubblica

Nelle discussioni tra chi ritiene utile aumentare la spesa pubblica con chi al contrario la vuole ridurre al fine di far ripartire l'economia c'è una quasi completa attenzione ai valori, agli importi sia in termini assoluti che in rapporto alla ricchezza prodotta (PIL) piuttosto che alla qualità, cioè ad una proporzionalità tra quanto si paga e quanto si riceve.
Personalmente sono più propenso ad avere amministrazioni pubbliche che trattino il minimo indispensabile e che sia dato al cittadino libertà di scelta individuale verso i servizi che ritiene utili o necessari proposti e gestiti da privati. Tra questo minimo indispensabile a carico del settore pubblico considero la sanità, la sicurezza, la difesa, la giustizia, la cultura e l'istruzione, ma anche il welfare che includa un solo sistema pensionistico di base, cioè garantire a tutti i cittadini una pensione minima delegando invece al privato quella integrativa, un sostentamento verso chi perde il lavoro, sia esso dipendente o autonomo, e inoltre interventi a favore di cittadini che si dovessero trovare in particolari casi di difficoltà economica.

Questa mia posizione non è comunque del tutto rigida, potrei infatti anche accettare un diverso sistema purché sia equo. Insomma, potrei anche prendere in considerazione un livello di tassazione come quello presente nei Paesi scandinavi se in cambio ricevessi i servizi che hanno i cittadini residenti in Scandinavia. Lo Stato a mio avviso dovrebbe fare da (super) controllore, dare da una parte ai privati la gestione di molti servizi ma evitare che questa loro posizione possa tramutarsi in uno sfruttamento della posizione dominante (esempio: compagnie di assicurazione o fornitori di servizi energetici).

Quello che però ritengo importante osservare è la corrispondenza tra costo, attraverso le tasse e le imposte che verso, ed i servizi che come cittadino ricevo in cambio. Certo, non è facile stimare il giusto prezzo di un servizio o ancora di più dell'insieme dei servizi che il settore pubblico mette a disposizione, ma attraverso i confronti con altre realtà è possibile comunque farsi un'idea. In fondo anche stimare il giusto prezzo di una pizza non è semplice senza confronti. O per un caffè. Siamo sicuri che 1 euro per una tazzina di acqua con una piccola parte di polvere di caffè diluita sia un prezzo equo? Se si guarda al solo prodotto certamente no, ma se si considera che in quel prezzo sono ripartiti in proporzione tutti i costi dell'esercente ed un suo margine di guadagno può essere che si possa ritenere tale. In ogni caso il modo migliore e veloce per giudicarlo è confrontarlo con quello di altri esercenti della zona. Se dall'altra parte della strada un concorrente lo vende a meno e magari il gusto è anche più gradevole di sicuro andremo a prenderlo da quest'ultimo.

Così anche nei servizi che offre il settore pubblico il metodo più efficace e veloce per valutarne l'efficacia è quello di confrontarne il rapporto qualità/costo, anche se questo non è sempre semplice visto che a Paesi diversi corrispondono spesso servizi organizzati ed offerti in maniera differente. In ogni caso è abbastanza evidente come oggi la qualità dei servizi che i cittadini italiani ricevono dal settore pubblico non è all'altezza del loro costo. E' sufficiente appunto eseguire qualche confronto per rendersene conto.

La spending review
Lo scopo di una revisione della spesa è quello di fare in modo che ogni servizio fornito dallo Stato o comunque da una amministrazione pubblica sia adeguato al costo. Ottenuto questo, poi si può anche pensare di usare l'importo risparmiato per ridurre la pressione fiscale oppure di aggiungere un nuovo servizio da offrire ai cittadini oppure in alternativa migliorarne uno già esistente. Si pensi alle tante aziende municipalizzate, in particolare a quelle nel settore del trasporto pubblico, ed al risparmio che si ottiene da un loro accorpamento. Quel risparmio può essere usato non solo per ridurre il costo del biglietto ma alternativamente per migliorare il servizio offerto potenziando la rete e/o aumentando le corse.

Il federalismo fiscale
Sono sempre stato a favore di un sistema di decentramento sia amministrativo che fiscale, in cui le maggiori voci vengano ripartite tra le varie amministrazioni (Stato, regioni, comuni), in questo modo per i cittadini è anche più facile verificare come il settore pubblico spende i loro contributi. In Germania ad esempio alcune imposte sono ripartite in percentuali ben definite tra governo federale centrale (Bund), regioni (Länder) e comuni (Gemeinden), mentre altre imposte sono di pertinenza esclusiva di una sola di queste amministrazioni. Naturalmente a questo corrisponde anche una ripartizione delle competenze, ad esempio sono assegnate alle regioni (Länder): l'istruzione, la sicurezza (polizia), la cultura.
Noi abbiamo le regioni a statuto speciale che però creano disagio a quelle confinanti, sarebbe quindi utile rivedere la situazione attuale, non togliendo loro l'autonomia ma dandola equamente anche alle altre regioni responsabilizzandole più di quanto lo sono oggi e riducendo gradualmente nel contempo l'ammontare dei trasferimenti, trasferimenti che dovrebbero rimanere ma non costituire un mancato stimolo alla crescita da parte di quelle meno ricche.

In conclusione la strada da perseguire in primo luogo è l'ottimizzazione della spesa, pagare il giusto per ogni servizio, poterla controllare meglio attraverso il decentramento amministrativo e poter scegliere se introdurre nuovi servizi gestiti dal settore pubblico oppure migliorare quelli esistenti pagando di più.