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giovedì 26 marzo 2020

Helicopter Money, è giunto il momento di provarlo?

Nel pieno della emergenza sanitaria dovuta all'epidemia del virus SARS-Cov-2 dobbiamo prepararci anche alle conseguenze economiche a seguito dei provvedimenti adottati dai governi per fronteggiare la situazione, conseguenze che saranno decisamente pesanti tanto da prevedere una crisi maggiore di quelle del 2008 e del 2011, in sostanza sarà la più grave dal dopoguerra.

I governi, le banche centrali di tutto il mondo e le istituzioni dell'Unione Europea stanno predisponendo programmi di intervento per fronteggiare le ricadute sull'economia e le cifre sono elevate, di diverse centinaia di miliardi per le maggiori nazioni europee, di 2 mila miliardi di dollari per gli Stati Uniti.
Saranno sufficienti? E' presto per dirlo, fatto sta che occorre anche considerare le modalità con cui questo denaro verrà immesso. Occorre cioè vedere se le consuete modalità di trasmissione saranno adeguate. Ad esempio, l'acquisto di obbligazioni di aziende private e di titoli di Stato da parte delle banche centrali nazionali e della Banca Centrale Europea sono sì efficaci per fornire liquidità alle banche e aziende ma può non essere sufficiente perché questa crisi coinvolgerà lavoratori dipendenti, famiglie, lavoratori autonomi e piccole aziende che in molte occasioni si vedono negare aiuti da parte degli istituti creditizi per carenza di garanzie. Occorre quindi un intervento diretto, magari da parte dello Stato, verso queste categorie più deboli. Come? Ad esempio prendendo in considerazione una ipotesi di politica monetaria straordinaria formulata mezzo secolo fa.

Helicopter Money
Si tratta di uno strumento di politica monetaria teorizzata dall'economista Milton Friedman nel 1969 nell'eventualità che le consuete operazioni ordinarie non fossero sufficienti. L'espressione rendeva l'idea: come lanciare denaro da un elicottero!
In pratica il denaro creato dalle banche centrali giungerebbe direttamente ai cittadini senza intermediari come avviene oggi attraverso il sistema bancario.
Per fare un esempio basta citare il caso europeo in cui l'Eurosistema, ovvero la BCE assieme alle singole BCN (banche centrali nazionali), acquista titoli di Stato in cambio di denaro, denaro che le banche cercheranno di utilizzare attraverso prestiti alla clientela in quanto questo da solo non genera reddito e per le banche è come per una azienda produrre i beni tipici per poi tenerli a magazzino. Altri strumenti poi a disposizione delle banche centrali sono i tassi di interesse e altre operazioni che comunque hanno lo scopo di fornire liquidità ma con il minimo comune denominatore di non giungere direttamente a famiglie e imprese.
Questo strumento ipotizzato da Milton Friedman invece prevederebbe il passaggio diretto, semmai gestito attraverso i governi, a prescindere dalla capacità di restituzione dei destinatari in quanto sarebbe un trasferimento a fondo perduto.

Occorre dire che se da una parte in questi decenni, cioè da quando Friedman fece questa proposta, ad oggi molti economisti si sono mostrati scettici sulla sua utilità preferendo strumenti ortodossi, dall'altra è fondamentale rendersi conto che questa crisi è decisamente non solo diversa perché non derivante dal ciclo economico, ma è anche una crisi dalle dimensioni decisamente elevate, tanto da poterla paragonare a quella di una guerra. Ecco perché è il caso di prendere in considerazione strumenti cosiddetti non convenzionali ed eccezionali.
E' necessario che lavoratori e famiglie non debbano pagare a caro prezzo una crisi che non dipende da loro o comunque da fluttuazioni economiche ma da una crisi esterna di carattere sanitario.

Eventualmente si potrebbe anche prendere in considerazione una prima soluzione intermedia se la creazione di denaro attraverso questa soluzione dovesse far storcere il naso agli economisti, si potrebbe infatti ipotizzare un anticipo ai governi da parte delle banche centrali di quanto da queste dovuto annualmente tra imposte e parte degli utili netti.
Ad esempio la Banca d'Italia dall'esercizio 2018 ha dato al governo italiano quasi 7 miliardi, costituiti da 1,155 miliardi in imposte e 5,710 miliardi di euro in utili netti spettanti a termine di altre destinazioni (fondo rischi, dividendi etc...). Si potrebbe ipotizzare che la Banca d'Italia anticipi alcune annualità al governo italiano e nei prossimi anni questo rinunci ad incassare imposte e utili di sua competenza fino a restituzione dell'ammontare complessivo ottenuto. Supponendo un prestito corrispondente a 5 se non addirittura 10 anni il governo potrebbe disporre rispettivamente di circa 35 o 70 miliardi da utilizzare esclusivamente a favore di famiglie e imprese in difficoltà e che non possono accedere attraverso il normale sistema creditizio.
Questo prestito avrebbe il vantaggio di non dipendere dall'umore o comunque dalla fiducia degli investitori e consisterebbe in qualche modo in una partita di giro differita nel tempo tra governo e banca centrale.

Comunque sia è assolutamente necessario predisporre piani di intervento dalle dimensioni eccezionali oltre che adeguate perché diversamente si rischiano, soprattutto per l'economia italiana, conseguenze a dir poco disastrose tenuto conto che quest'anno il settore turistico subirà un deciso crollo e lo stesso per il commercio estero con conseguenze sugli investimenti privati dato che in queste condizioni ben poche attività intenderanno investire.
Considerando che il PIL medio trimestrale italiano è di circa 440 mld, stimando un calo anche solo di un terzo ne deriverebbe che la cifra annualizzata comporterebbe una recessione attorno al 10% del PIL. Questo ad essere ottimisti ed in assenza di efficaci misure intraprese.

lunedì 26 agosto 2019

Ma quanto è in crisi l'economia tedesca?

In queste settimane si è parlato molto della non favorevole situazione economica che stanno attraversando un po' tutte le economie mondiali, in particolare quelle dell'Unione Europea tra cui la locomotica tedesca, che nel secondo trimestre 2019 stando alla stima preliminare diffusa lo scorso 14 Agosto da parte dell'ente di statistica federale (Statistisches Bundesamt), i cui dettagli verranno comunicati domani martedì 27 agosto, ha visto un arretramento ufficiale dello 0,1% rispetto al trimestre precedente che fa scendere la crescita tendenziale, ovvero rispetto allo stesso trimestre del 2018, ad un +0,4%.

Questa situazione è in gran parte dovuta al calo della produzione industriale che risente della debolezza degli scambi internazionali e quindi delle esportazioni mentre dall''altra parte la domanda interna è ulteriormente cresciuta, sia riguardo i consumi privati e sia di quelli pubblici, ma anche gli investimenti sono risultati maggiori rispetto al primo trimestre. Oltre alle esportazioni anche il settore delle costruzioni ha registrato un calo nel secondo trimestre.

Se però analizziamo in dettaglio i dati forniti ne risulta a mio avviso una situazione meno critica di quella che alcuni media hanno descritto. Cominciamo con il PIL:


Dai dati tratti dallo Statistisches Bundesamt si possono notare gli andamenti trimestrali rispetto a quello precedente una volta effettuate le dovute correzioni statistiche (dati concatenati a prezzi costanti, destagionalizzati e corretti per gli effetti di calendario) e si vede per l'ultimo trimestre solare l'arretramento dello 0,1%.
Se guardiamo i dati grezzi del PIL realizzato nel secondo trimestre questo ha visto un controvalore di € 844.730 milioni contro € 842.070 milioni del trimestre precedente e € 827.660 del secondo trimestre 2018. In pratica rispetto all'anno precedente si registra una crescita costante a prezzi correnti, poi le correzioni statistiche giungono ai dati riportati in colonna nel rettangolo rosso. Quindi la situazione più che di arretramento vede una economia che ha cessato di crescere e si è stabilizzata. Si consideri che l'inflazione registrata a Giugno era del 1,6%.

Questa situazione può essere vista con preoccupazione per una nazione che registra un alto tasso di disoccupazione (come l'Italia) ma la Germania gode di una situazione che non si aveva da decenni.
A giugno, al termine del secondo trimestre, i disoccupati erano 2.216.243 pari al 4,9% (fonte Bundesagentur für Arbeit).
Per quanto riguarda l'occupazione, che è un dato più indicativo per quanto riguarda l'andamento del mercato del lavoro, a fine dicembre 2018 gli occupati erano 45.083.000 mentre a fine Giugno scorso il numero è giunto a 45.295.000.
Insomma anche sotto il profilo dell'occupazione i dati ci dicono che l'economia tedesca ha frenato la crescita ma in una situazione che rimane sempre del tutto invidiabile.
Questo però non deve essere visto come una sottovalutazione della situazione che vive il settore manifatturiero ed in particolare quello degli autoveicoli che rappresenta quello più importante per la Germania e che sta attraversando una fase difficile sia sul mercato interno ma soprattutto nelle vendite all'estero. I dati dell'associazione di categoria dei costruttori tedeschi (VDA) lo mostrano chiaramente, qui di seguito quelli riferiti alla produzione di autovetture trasporto persone (Pkw) in Germania:


Si vede chiaramente come il trend medio di produzione, indicato con la linea punteggiata, è in calo da fine 2017, ovvero da una media mensile di circa 470 mila unità prodotte si è scesi a 400 mila, pari ad un -15%. Recentemente a fronte di questa situazione le case automobilistiche tedesche hanno annunciato un sensibile ridimensionamento del personale.
Ritengo che sia questa una delle ragioni principali che hanno indotto la Deutsche Bundesbank (la banca centrale tedesca) nella recente relazione mensile a paventare un possibile ulteriore arretramento anche nel terzo trimestre.

La situazione non è quindi positiva ma almeno per la Germania nemmeno preoccupante sebbene il ministro federale delle finanze Scholz ha annunciato domenica 18 u.s. la predisposizione di un pacchetto di possibile intervento pubblico a sostegno dell'economia, pacchetto che può arrivare fino a 50 mld di euro senza dover disattendere i parametri di bilancio delle norme UE dato che la Germania può giungere ad un deficit strutturale fino al 1% del PIL, PIL che è di oltre 3.300 mld.

venerdì 28 ottobre 2016

Zalando...storia di un 'miracolo' che ha sfidato la crisi

Sembra il gerundio di un nuovo verbo.
Zalando è una nota società tedesca con sede a Berlino che commercializza articoli di abbigliamento e calzature utilizzando come unico canale di vendita Internet, in pratica una società di e-commerce.
La sua storia merita una attenzione.

Viene fondata nel 2008, proprio l'anno in cui la crisi finanziaria dagli USA si diffonde in Europa e si trasferisce all'economia, da due giovani tedeschi freschi di diploma: Robert Gentz e David Schneider, all'epoca 23enni. Amici e compagni di studi, hanno studiato entrambi presso la prestigiosa Scuola di Management privata Otto Beisheim School of Management a Coblenza.


I capitali vengono dall'attività finanziaria dei tre fratelli Samwer: Marc, Alexander e Oliver, quest'ultimo conosciuto da Gentz e Schneider proprio durante gli studi a Coblenza. Il modello di attività alla quale si sono ispirati era la società statunitense Zappos, con sede a Las Vegas nel Nevada. Zalando viene fondata come società a responsabilità limitata (GmbH), per poi passare a società per azioni (AG) nel 2013 e l'anno successivo come società europea (SE).
La crescita del volume di fatturato in questi 8 anni è stata decisamente spettacolare:


Il fatturato consolidato della Zalando SE nel 2015 è ammontato a 2.950,8 milioni di euro, ovvero a quasi 3 miliardi e la valutazione dell'azienda da parte degli analisti arriva anche a 5 miliardi. L'incremento di fatturato rispetto all'anno precedente è stato del 34%. Il numero di collaboratori era a fine 2015 di quasi 10.000, 9.987 per la precisione. Il margine lordo (EBIT - Earnings Before Interest and Taxes)  è stato, sempre nell'anno scorso, del 3% pari a 89,6 milioni di euro, un valore che potrebbe sembrare basso ma che in un settore come quello dell'e-commerce è comunque apprezzabile. In ogni caso un po' di più rispetto al 2,8% dell'anno precedente, pari a 62,1 milioni.
Zalando è presente oggi in 15 Paesi europei ed in Italia ha un centro logistico a Stradella (PV).
Si potrebbe proseguire con i numeri ma possiamo fermarci qui e trarre qualche considerazione.

1. Anche in un periodo di crisi come quello del 2008 è possibile cogliere delle opportunità, certamente anche grazie all'aiuto di un po' di buona sorte. L'importante comunque è avere l'idea e doti vincenti sfruttando strumenti che possono essere la base del successo, in questo caso la vendita on-line, ovvero l'e-commerce.

2. Zalando poteva essere fondata in qualsiasi Paese europeo, Italia inclusa, la Germania certamente ha rappresentato un vantaggio dato che l'economia si è ripresa meglio che altrove dalla crisi, ma questo elemento è secondario. Fosse stata creata in Italia con le medesime caratteristiche avrebbe quasi certamente conseguito un risultato simile.

3. Da noi l'e-commerce è ancora sottovalutato, sia in ambito nazionale che sopratutto per vendere all'estero. Ho sentito spesso personalmente in passato imprenditori non credere nell'efficacia della vendita on-line, in particolare per prodotti di abbigliamento, calzature e arredamento. Eppure gli esempi che smentiscono questa diffidenza sono oramai consolidati: da eBay ad Amazon, da Groupon ad Alibaba etc...solo per citare i più conosciuti. Ma se si visitano i siti stranieri si può verificare come sono numerose le aziende che nel sito hanno una sezione di vendita diretta.
Si stima che quest'anno in Europa il settore dell'e-commerce raggiunga i 500 miliardi di fatturato!

4. Mentre alcuni economisti vanno sostenendo che la chiusura di molti negozi dipende dalla crisi causata dalla moneta unica e vincoli vari dell'Unione Europea, non considerano ad esempio come in questo caso l'effetto della vendita via internet e che i quasi 3 miliardi di Zalando significano circa 3 miliardi di euro (almeno) in meno di fatturato per la tipologia di vendita tradizionale. Si tarda insomma a realizzare che è cambiato il canale di vendita e che questo cambiamento si sta via via sempre più imponendo. I negozi tradizionali non scompariranno, ma subiranno sicuramente un notevole ridimensionamento nel loro numero.

5. I negozi tradizionali infatti non potranno mai competere con questo canale. Guardando ad esempio alla Zalando, il fatturato per collaboratore ammonta a circa 300.000 euro, un dato praticamente irraggiungibile per un negozio che vende lo stesso genere di prodotti e questo anche per catene come ad esempio OVS, COIN o la spagnola El Corte Inglés.

In conclusione la storia di Zalando insegna che anche in momenti di crisi è possibile creare attività vincenti. Che occorre possedere le adeguate capacità per conseguirlo e che è possibile anche da parte di soggetti giovani, come i poco più di ventenni fondatori della Zalando. Certo, per contro servono capitali ed è qui che il nostro Paese dovrebbe recuperare il gap con altre realtà. Spesso infatti, giovani italiani capaci con progetti validi si recano all'estero per trovare i finanziamenti per la loro start-up e questo implica che talvolta l'attività venga realizzata all'estero con i relativi vantaggi regalati al Paese sede della stessa.
Ma soprattutto occorre comprendere ed accettare i nuovi cambiamenti e sfruttare le opportunità che le nuove tecnologie ci offrono.

venerdì 16 settembre 2016

Quel fastidioso piagnisteo per la Grecia

Sebbene l'argomento "Grecia" sembra essere stato messo da parte, di tanto in tanto torna alla ribalta come è stato il caso di qualche settimana fa in cui è emerso che la Commissione Europea avrebbe congelato aiuti finanziari quale contributo per il coofinanziamento di investimenti strutturali nel Paese. Qualche media televisivo o di carta stampata di tanto in tanto racconta la difficoltà che attraversa una larga fascia della popolazione a causa dell'austerità imposta. In particolare viene evidenziata la situazione di denutrizione che coinvolge una parte cospicua della popolazione e tra questa molti minorenni, oltre alla sempre più precaria condizione della sanità pubblica caratterizzata da carenza di medicinali e di attrezzature.

Fino qui credo che nessuno possa rimanere indifferente di fronte a questa situazione e non senta la necessità di intervenire o quantomeno chiedere che lo facciano le istituzioni, sia del proprio Paese che europee.
C'è poi chi punta il dito proprio su queste ultime, accusandole di essere i responsabili di tale scempio sociale.
Almeno fino a quando si approfondisce la questione scoprendo così che la realtà delle cose mostra uno scenario diverso da quello che si riteneva.
Si può ad esempio iniziare con quanto ho accennato inizialmente, la notizia secondo cui l'Europa per mano della Commissione Europea ha deciso di sospendere i fondi di coofinanziamento concordati precedentemente, secondo un programma pluriennale 2014-2020 e destinato agli investimenti strutturali di cui il Paese ha bisogno.
Quando la notizia è emersa non si conoscevano con esattezza le ragioni e già c'era chi sosteneva che questo dipendesse dalla mancata attuazione del programma di riforme strutturali che il governo greco non avrebbe rispettato. Vero, il governo Tsipras non ha attuato tutto quello che aveva promesso, ma la sospensione del finanziamento in questione ha altra motivazione. E' conseguenza del fatto che la Commissione Europea ha rilevato una situazione di grave irregolarità riguardante le modalità di esecuzione delle gare di appalto per diverse opere pubbliche, la cui partecipazione sarebbe condizionata dalla formazione di cartelli dei 'soliti noti': grandi aziende elleniche e alcune straniere.
Questa è la copia del documento inviato dalla Commissione Europea per mano del Direttore Generale per le Politiche Regionali Walter Deffaa:



L'Europa chiede quindi chiarimenti onde scoprire se vi sono irregolarità (leggi corruzione) nella procedura riguardante i progetti infrastrutturali e fino a quando questo non è svolto i finanziamenti da Bruxelles sono sospesi. Insomma, la cattiva Europa chiede (solo) che tutto si svolga correttamente.

Proseguendo con la questione Sanità, è vero che il servizio sanitario pubblico ellenico è in crisi, ma occorre puntualizzare un paio di cose (almeno). La prima è lo scompenso inerente l'organico: durante il periodo 2000-2008 il numero complessivo di dottori è aumentato spropositatamente, tanto che ad oggi si stima che vi sia una sovrabbondanza di circa 20 mila medici. Dai dati OCSE la media di dottori rispetto alla popolazione è di gran lunga superiore a quella OCSE: 6,3 dottori ogni 1.000 abitanti contro i 3,3 della media OCSE. Il risultato è che molti dottori o sono disoccupati oppure sotto-occupati. Altri, i più qualificati, hanno lasciato il Paese prestando il servizio all'estero.
Qui, chi lo desidera, può leggere l'articolo:

Cliccare qui
Si dirà: "D'accordo, ma non possiamo lasciare che i cittadini si ammalino, che non abbiano la possibilità di curarsi, che i bambini non abbiano di che nutrirsi a sufficienza!".
Certamente, concordo, e qui veniamo al secondo punto che vorrei puntualizzare: non capisco perché l'aiuto debba provenire da me/noi quando è ancora largamente diffuso il fenomeno di evasione fiscale che in Grecia registra tassi tra i più alti in Europa e quando ancora una quota consistente di spesa pubblica è indirizzata verso voci di cui il Paese potrebbe, non dico farne a meno, ma quantomeno ridurre drasticamente in un periodo difficile come questo per trasferirlo a quello ben più necessario come la Sanità. Mi riferisco principalmente alla Difesa, settore che assorbe una quota tra le più alte in Europa quanto a spesa pubblica. In un documento dell'anno scorso la NATO stimava che per il 2015 la Grecia avrebbe speso per la Difesa il 2,4% del PIL, di cui il 73,3% circa per il solo personale. Con l'assurdità che la spesa è addirittura incrementata dello 0,1% rispetto al 2014.

Dato che la Grecia non ha industrie per la produzione di armamenti, tutto quello che acquista lo deve importare dall'estero, dove metà proviene dagli Stati Uniti, e questo incide su PIL e ricchezza in quanto ogni euro che si spende in importazioni è 1 euro che qualcuno residente deve produrre e versarlo al governo, ma se il sistema economico del Paese è carente non fa altro che appesantire la situazione.


Quindi la Troika è cattiva, va bene, bisogna aiutare gli amici greci, certo, ma mi/ci si chiede di mantenere un numero cospicuo di dottori in esubero e anche di militari, se non addirittura di coofinanziare l'acquisto di aerei, sommergibili o altri armamenti in vista di una possibilità di conflitto che non è attualmente presente?
E non mi si venga fuori con la storiella della corruzione dei cattivi tedeschi della Siemens o di altre aziende, perché l'effetto di tale corruzione è stato semmai quello di assegnare loro la fornitura anziché ad altri, non certo quello di mantenere la spesa a livelli ingiustificabili.

Si dirà: "Va bene, sono corrotti, sono inefficienti, sono evasori, ma rimane il fatto che non sono oggettivamente in grado di ripagare il debito contratto. Non possiamo lasciarli per decenni nella miseria!".
Concordo. Però attenzione, tagliare parte del debito non è una operazione che a loro non riserva conseguenze per il futuro. Chi sarà disposto in futuro a prestare ancora denaro a chi non è stato in grado di ripagarlo? O perlomeno a farlo senza includere un alto prezzo (leggi interessi) a fronte del fattore rischio insolvenza, anche se solo parziale. E comunque qualcosa è stato fatto recentemente per venire incontro alla Grecia. A fine Maggio vi è stato un Eurogruppo (riunione dei ministri delle finanze) che ha sancito un taglio degli interessi che la Grecia dovrà pagare sul montante complessivo del debito dovuto all'ex fondo salvastati EFSF. Ora sarà il neo ESM che dovrà studiare una formula riguardante lo sconto sugli interessi, anche se a partire dal 2018 come ha chiesto il ministro delle finanze tedesco Schäuble. Poi sono stati concessi altri 10,3 miliardi di euro di aiuti in due tranches: la prima subito da 7,8 mld e la seconda dopo l'estate.


A chi vorrebbe che l'Europa riducesse ancora l'onere del debito greco rammento che i soldi prestati provengono dagli investitori internazionali che occorre rimborsare, quindi se non lo fa la Grecia saremo chiamati tutti noi a farlo al posto loro!
In cambio si chiede alla Grecia di riformarsi e diventare un Paese più equilibrato. Che prima di chiedere aiuti finanziari all'estero si preoccupi si chiederlo ai propri cittadini. Che rinunci almeno temporaneamente a qualche caccia, a qualche carro armato o sommergibile per pagare un macchinario o gli stipendi di quel numero effettivamente necessario di dottori.

sabato 11 giugno 2016

Troika (e figli di...)


Eh sì, è sempre lui:


Ma partiamo da un asserzione:

"Una buona parte degli italiani soffre di un atavico complesso di inferiorità!"

Fateci caso, in molti talk show vengono invitati economisti stranieri per commentare la situazione della nostra economia ed in caso di crisi (ovvero spesso) chiedendo loro lumi sul come uscirne. Come non avessimo noi bravi economisti in grado di fare lo stesso ed anche meglio, in quanto essendo italiani è plausibile pensare che costoro siano più attenti alle vicende nazionali e costanti nel seguirne gli sviluppi. Tra l'altro economisti che proprio perché ritenuti bravi nel loro campo ricevono proposte dall'estero, in particolare cattedre in università prestigiose. Penso ad esempio ad Alberto Alesina (quante volte lo avete visto a Ballarò?) che insegna presso l'università statunitense di Harvard, che a sentito dire risulta essere l'ateneo più prestigioso al mondo. Ma anche rimanendo all'interno dei confini nazionali l'elenco di bravi economisti è lungo, eppure spesso si invitano esponenti stranieri che vengono chiamati ad esprimere il più delle volte dei veri e propri giudizi sulle nostre capacità. A darci un voto insomma.

Lo stesso avviene con politici o consulenti vari (Edward Luttwak dice qualcosa?) su tematiche diverse, spesso riguardanti la politica nazionale più che quella internazionale. Se vi capita di guardare i talk show all'estero vi accorgerete che mai avviene il contrario, semmai un italiano viene invitato per parlare di questioni che riguardano il suo Paese, non di esprimere opinioni sul loro. Insomma, generalizzando, possiamo dire che sentiamo il bisogno di rassicurazioni e/o di sapere cosa pensano di noi altrove. E questo nonostante dalle nostre terre, con la nostra cultura, abbiamo nei secoli stupito (e continuiamo a farlo) il mondo.
Mi è capitato di leggere che qualcuno ritiene che i tedeschi non ci considerino alla loro altezza, inteso come capacità professionali (e non prendo in considerazione posizioni più pesanti espresse da poveri dementi).
Eppure guardando la realtà pare che ad avere scarsa considerazione degli italiani siano gli italiani stessi. Agli appassionati di auto la storia di Giugiaro dirà qualcosa, passato dai marchi automobilistici italiani per approdare a quelli del gruppo Volkswagen con i risultati che possiamo vedere. Oppure Walter de Silva, un altro designer italianissimo oltre che capace, che similmente dalla Fiat è passato anche lui al gruppo di Wolfsburg. Ma di altri esempi se ne possono fare molti, nomi che hanno contribuito al successo di attività straniere. O in quello artistico-architettonico, con noi abbiamo approvato progetti orrendi come il Ponte della Costituzione a Venezia, meglio noto come Ponte di Calatrava dal nome dell'architetto che lo ha disegnato, mentre Berlino ha affidato al nostro Renzo Piano parte del progetto di rinnovare una delle sue zone più importanti della città: la Potsdamer Platz.

Eppure... eppure... frequentemente ci paragoniamo alla Grecia!

Quante volte sentiamo frasi del tipo: "Siamo come la Grecia" o "Dopo la Grecia ci siamo noi" ma anche "Subiremo quello che stanno subendo i greci".
E qui arrivo al tema in questione: la Troika!

Che cosa è la Troika? Con questo termine si fa riferimento oggi alle tre istituzioni internazionali costituite da:
  • Commissione Europea
  • Banca Centrale Europea
  • Fondo Monetario Internazionale
Queste tre istituzioni sono quelle preposte a prestare aiuti finanziari a Paesi della Unione Europea, in particolare della zona euro, in caso questi si trovino in una situazione di forte difficoltà.
Perché ancora oggi si sventola lo spauracchio per il nostro Paese di un intervento di queste tre istituzioni?
Intanto è bene partire con un chiarimento:

La Troika non viene/non va da nessuno se non è chiamata!

Questo va ribadito fortemente, la Troika non è alla stregua di Equitalia che ti arriva a casa perché non hai pagato una multa o le tasse, ergo la Troika non viene perché un Paese ha ad esempio disatteso i parametri di bilancio sanciti dai trattati europei. La Troika viene ad esaminare la possibilità di prestare aiuto finanziario ad un Paese perché ne ha bisogno in quanto si trova in una situazione di forti difficoltà a reperire risorse sui mercati internazionali e perché esso ritiene preferibile chiedere aiuto a loro piuttosto che optare per altre soluzioni (nel caso dell'eurozona, ad esempio di uscire da essa) inclusa quella di fare da soli con la prospettiva di costringere la propria popolazione ad ingenti e duraturi sacrifici.

Quello che è accaduto in Grecia è un caso particolare, in cui non si nega che le richieste della Troika stessa, in cambio di aiuti, siano state esagerate in virtù soprattutto del poco tempo concessole per eseguire riforme strutturali e tagli al bilancio. Dico che è un caso particolare perché la Grecia si è trovata in una situazione di estrema difficoltà finanziaria con una economia praticamente assente ed un sistema pubblico mal gestito.
Ma per l'Italia parliamo di una situazione del tutto diversa. Paragonare i due Paesi non è tanto offensivo per noi italiani ma soprattutto per i greci. E' come quello che si lamenta di fare fatica a pagare le imposte su più immobili di sua proprietà e si paragona a coloro che fanno fatica a pagare l'affitto dell'appartamento in cui risiedono!
La Grecia aveva un deficit strutturale già del 3% al momento del suo ingresso nel 2001 nell'eurozona, e questo lo si sa da poco perché all'epoca i governi ellenici presentavano bilanci alterati grazie ad operazioni complesse sul fronte finanziario con l'ausilio di banche di investimento come la Goldman Sachs. In breve, il governo emetteva titoli del debito pubblico in valuta diversa dall'euro, questi venivano ceduti a Goldman Sachs sulla base di contratti i cui tassi di cambio con l'euro venivano taroccati rispetto alle quotazioni in corso. Queste operazioni consentivano ai Greci da un lato di far figurare un deficit inferiore al reale grazie al tasso di cambio alterato che permetteva di ricevere più euro del dovuto e dall'altra alla banca d'affari statunitense di guadagnare somme ingenti all'atto della restituzione del prestito, grazie alle condizioni contrattuali previste e taciute all'esterno del ristretto ambito governativo.
Questo giochetto è proseguito fino al punto in cui è diventato insostenibile, nonostante il Paese abbia registrato tassi di crescita del PIL da record fino al 2008 e il tutto in assenza di un adeguato tessuto economico. Il deficit strutturale è passato da quel 3% del 2001 al 13 e rotti percento del 2008 (anno della crisi finanziaria esplosa negli USA e che giungerà l'anno seguente in Europa) per salire al quasi 19% l'anno successivo, quando il presidente greco Papandreou ha aperto il vaso di Pandora denunciando le scorrettezze e i dati falsificati. A quel punto si sono mosse le agenzie di rating che hanno declassato ad inizio 2010 il rating della Grecia che ha visto come conseguenza il fuggi-fuggi delle banche straniere che avevano investito nel Paese aggravando così ulteriormente la già difficile situazione.

Da noi, oggi, non vedo per nulla una situazione simile, il deficit strutturale è poco meno del 1% a fine 2015, il rating sui nostri titoli è, seppur basso, comunque ad un livello considerato sempre investment grade. Il tessuto economico, sebbene ridimensionato durante la crisi, è ancora presente e l'economia al momento ha ripreso a crescere seppur lentamente. Insomma, perché mai dovremmo chiamare od essere sul punto di chiedere aiuto in giro, in particolare alla Troika?
E i greci...stanno già attraversando un momento difficile della loro storia, perché allora mancargli di rispetto paragonando la nostra condizione alla loro, mentre nei weekend ce ne andiamo al mare o in montagna con i nostri SUV presso le nostre seconde case mentre molti di loro vedono tagliata la corrente se non pagano le imposte inserite in bolletta, in stile nostro canone RAI?

Cerchiamo di avere maggiore consapevolezza delle nostre capacità e di essere, non dico più ottimisti, ma almeno meno pessimisti.

giovedì 17 dicembre 2015

Bagnai unter alles!

Alberto Bagnai è un economista nonché docente universitario un po' singolare: non ama confrontarsi con chi non la pensa come lui e soprattutto non ama le osservazioni che mettano in dubbio le sue tesi. Francamente trovo singolare questo suo modo di fare, per quanto legittimo, soprattutto in considerazione che la maggior parte degli economisti ben più titolati di lui (vedi anche coloro che hanno conseguito ambiti riconoscimenti come il Nobel) si mostrano sempre disponibili verso tutti. Alla fine chi ci rimette però è lui stesso e coloro che lo seguono acriticamente ritenendo che quel che afferma sia del tutto inopinabile. Non certo chi ha la maturità di verificare altre fonti, altri punti di vista, potendo così realizzare che non tutto ciò che costui scrive (o afferma) sia veritiero.



Errare humanum est, perseverare autem diabolicum

Leggendo il suo articolo (QED61: Black Monday?)
pubblicato il 13 Dicembre sul suo blog, Goofynomics, ci si può imbattere in una delle oramai vetuste quanto inesatte affermazioni ripetute migliaia di volte:


Davvero il governo Monti, insediatosi a metà Novembre del 2011, è il principale fautore della politica di rigore varata a seguito della crisi che ha coinvolto i nostri titoli di Stato a metà del 2011? Politica che secondo un economista come Bagnai avrebbe avuto come unico effetto quello di deteriorare la domanda interna? Io ricordo di aver assistito ad un film diverso, oppure differiscono le nostre interpretazioni. Io rammento che per l'intero primo semestre di quell'anno il governo in carica, il governo Berlusconi quater, si prodigò per rassicurare gli italiani che l'economia italiana era in buona salute. I ristoranti erano pieni e difficilmente si trovava posto sui voli turistici (4 Novembre 2011).

Agli inizi di Agosto congedò la stampa augurando a tutti buone ferie e dando appuntamento alla fine del mese. Peccato che non si rese conto che il 4 Agosto 2011 il differenziale tra i tassi di interesse sui titoli decennali italiani e tedeschi aveva raggiunto i 390 punti base (3,90%) e la BCE di Trichet e Draghi (subentrante) inviò Venerdì 5 Agosto una lettera di richiamo alla realtà al governo italiano avvisandolo che per calmierare la febbre sui nostri titoli era necessario che il governo effettuasse delle misure sia di contenimento della spesa pubblica che di efficientamento nel mercato del lavoro. In assenza di provvedimenti la BCE non sarebbe intervenuta acquistando sul mercato secondario i nostri titoli del debito.
Venerdì 12 Agosto 2011 Berlusconi e Tremonti si ripresentarono in conferenza stampa illustrando una manovra da ben 45 mld di euro (!), metà con efficacia nel 2012 e la restante nel 2013.


Questo non servì per far tornare la tranquillità in quanto per l'intero secondo semestre i mercati temettero per una rottura dell'eurozona e di conseguenza abbandonarono gli investimenti sui titoli sovrani dei Paesi in crisi (Italia, Grecia, Spagna e Portogallo in primis) per trasferirli sui titoli più sicuri ancorché con rendimenti inferiori, in particolare quelli tedeschi e francesi.

A Novembre il governo Berlusconi perse la maggioranza alla Camera e la conseguenza furono, data l'imminente richiesta di una mozione di sfiducia, le dimissioni dell'intero governo dopo aver ricevuto rassicurazioni da parte del Presidente Napolitano di non andare subito alle urne ma di verificare la possibilità di formare un governo dalle larghe intese composto da cosiddetti tecnici ma sostenuto comunque dalla politica. Ed ecco il governo Monti, il quale contrariamente a quanto si recita non fece altro che confermare la pesante manovra varata dal suo predecessore. Il governo Monti varò anch'esso interventi alla spesa ma la parte maggioritaria la si deve attribuire all'accoppiata Berlusconi-Tremonti i quali sono meno oggetto di critica per il semplice motivo che la loro manovra, varata nell'Agosto del 2011, era riversata sugli esercizi successivi (2012 e 2013) cioè quando loro non erano più al governo.
Chi lo desidera può riservarsi un quarto d'ora per ascoltare dalla viva voce di Berlusconi i contenuti di codesta manovra.


E' nato prima l'uovo o la gallina?

Il prof.Bagnai torna poi per l'ennesima volta a puntare il dito contro la Germania sostenendo che l'euro avrebbe favorito le loro esportazioni a discapito di tutti gli altri in quanto l'euro, non rivalutandosi come avrebbe fatto presumibilmente una moneta tutta tedesca come il vecchio Deutsche Mark, avrebbe reso i loro prodotti più competitivi in termini relativi rispetto a quelli realizzati negli altri Paesi dell'eurozona. Questo è vero, certo, ma solo in parte, in minima parte, e vediamo il perché.
Prima di avere una domanda crescente di moneta, o meglio di valuta a livello internazionale, occorre che i prodotti siano venduti e per essere venduti devono prima soddisfare i consumatori. Ad inizio millennio, ovvero ad inizio era euro, lo sanno oramai anche le capre che l'economia tedesca era affetta da carenza di competitività tanto che proprio gli economisti la definirono la "malata d'Europa".
In un contesto come quello l'euro non poteva fare nulla a favore dei prodotti tedeschi, occorreva prima far si che fossero più competitivi e solo dopo, a seguito di una crescita delle vendite a cui non sarebbe seguita quella dei rapporti di cambio dell'euro con le altre valute (quantomeno non proporzionalmente), i prodotti tedeschi avrebbero beneficiato di una specie di 'bonus'. Cioè se con il vecchio marco i prodotti tedeschi fossero risultati più cari (esempio rispetto al prezzo espresso in dollari) di una determinata percentuale, il fatto che l'euro non rivalutandosi allo stesso modo (ma meno) avrebbe rincarato in misura inferiore i prezzi valutati in altra valuta (dollaro) e quindi i prodotti risulterebbero per l'appunto favoriti. Ma nei fatti è stato davvero così?

Se osserviamo l'andamento del cambio euro/dollaro dal 1999 vediamo che dal 2002 al 2008 l'euro si è apprezzato progressivamente, tranne una interruzione nel 2005, da 0,88 USD per 1 euro a ben 1,56 USD sempre per 1 euro, un apprezzamento di circa il 77%!


Ora guardiamo l'andamento delle esportazioni della Germania nel medesimo periodo. Come si può verificare sono passate da 651 mld del 2002 a 786 mld di euro nel 2005 (+21%) ed a 984 mld nel 2008 a cui corrisponde un ulteriore +25% rispetto al 2008 e un +51% dal 2002. Insomma a fronte di un incremento del 51% delle esportazioni il cambio è cresciuto del 77%!


Sicuramente si obietterà che l'incremento dell'export ha riguardato prevalentemente lo scambio con i Paesi dell'eurozona, ma non è così! Se si scende nei dettagli i Paesi che acquistano di più il "made in Germany" sono dopo la Francia, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Cina. Ma per dare dati precisi le vendite tedesche verso l'eurozona sono state nel 2002 di 276 mld di euro e nel 2008 hanno raggiunto quota 418 mld, quindi con incremento del 51%. Per differenza, verso i Paesi sia europei non facenti parte dell'area euro che extra europei, l'export è passato da 374 mld a 566 mld, quindi con un incremento sempre del 51%. Insomma, sicuramente l'unione monetaria ha favorito in parte la competitività dei prodotti tedeschi in quanto è venuto a mancare l'effetto cambio ma sostenere che questo è stato l'elemento determinante per la crescita delle esportazioni tedesche è eccessivo visto che l'incremento dell'export tedesco ha riguardato in egual misura i Paesi che non hanno adottato l'euro.

La (favola della) 'politica mercantilista'

Nel j'accuse contro la Germania non poteva mancare la solita stupidaggine della 'politica mercantilista' che avrebbe perseguito il Paese della Merkel allo scopo di 'fregare il vicino', meglio conosciuto nella versione originale inglese 'beggar thy neighbour'.
Io di tesi assurde se ho sentite diverse ma questa le batte davvero tutte! Il mercantilismo in sostanza è un tipo di politica economica tesa a favorire le esportazioni creando allo stesso tempo barriere alle importazioni in maniera da raggiungere un surplus commerciale e quindi accrescere la posizione economica dello Stato rispetto agli altri. Questo tipo di politica ha caratterizzato alcune economie del XVI ed in particolare il XVII secolo, principalmente quelle di Francia e Gran Bretagna ma anche molti Comuni italiani. Non volendo entrare nei dettagli suggerisco a chi lo desiderasse di informarsi presso fonti autorevoli (esempio L'enciclopedia Treccani: il mercantilismo). Una volta chiara la definizione si può passare ad analizzare la politica economica della Germania da fine secolo scorso ad oggi e verificare se questa ha delle attinenze con la dottrina mercantilista per il semplice fatto che di recente ha raggiunto valori sempre crescenti di avanzo delle partite correnti, ottenuto grazie ad un incremento delle esportazioni in misura maggiore rispetto alle importazioni.

Che questo sia stato conseguito in virtù di una politica che avrebbe penalizzato le importazioni e al contrario favorito le esportazioni, politica che avrebbe avuto come nodo centrale la dinamica dei salari e nello specifico come la definisce qualcuno una 'deflazione salariale', è una fesseria che si può smentire facilmente ricostruendo gli avvenimenti dall'unione monetaria ad oggi.

Per cominciare si osservi l'andamento della produttività tedesca per ora lavorata (in tedesco: Arbeitsproduktivität je geleisteter Erwerbstätigenstunde) del settore industriale manifatturiero (in tedesco: Verarbeitendes Gewerbe) dal 1999 al 2014 nel seguente grafico da me costruito con dati dell'Ufficio Federale di Statistica di Wiesbaden:


La pubblicazione dalla quale sono stati presi i dati è questa:


Come si nota la produttività cresce sensibilmente a partire dal 2002 per poi decrescere con l'arrivo della crisi del 2008, andamento logico considerando che la produttività generalmente è direttamente legata alla produzione, ovvero cresce all'aumentare della produzione realizzata e viceversa.

Ora si guardi l'andamento dei salari e retribuzioni lorde nominali per ora lavorata (in tedesco: Bruttolöhne und -gehälter je geleisteter Arbeitnehmerstunde) nel settore manifatturiero sempre per lo stesso periodo:


L'incremento è stato sempre crescente sebbene contenuto, non si notano riduzioni o incrementi nulli come l'affermazione 'deflazione salariale' lascerebbe intendere. E' vero che i valori riguardano i compensi lordi nominali e quindi occorre tenete conto dell'aumento dei prezzi per verificare se il potere di acquisto sia cresciuto, calato o rimasto costante. Nel periodo 2002÷2008 (quello principalmente incriminato a detta del prof.Bagnai e di chi accusa la Germania di concorrenza sleale) i salari sono cresciuti mediamente del 2% all'anno, un po' di più di quello dei prezzi pertanto si può ragionevolmente affermare che nel settore manifatturiero i salari sono cresciuti, seppur di poco, in termini reali. In altri settori, come quello dei servizi, vi possono essere stati andamenti diversi ma in quello manifatturiero come si è visto non è stato così e quindi è del tutto privo di fondamento affermare che vi sia stato un comportamento in qualche modo lesivo della Germania nei confronti dei partner dell'area euro. Il costo del lavoro per unità di prodotto (CLUP), che è il parametro più significativo per determinare la competitività, ha registrato un andamento migliore più per l'aumento della produttività che per un contenimento dell'incremento del costo del lavoro, la cosiddetta moderazione salariale, che sicuramente c'è stata ma per ragioni non certo imputabili ad una politica complottista.


Il prof.Bagnai in un articolo del 2012 con conteggi fatti in proprio ha stimato un calo delle retribuzioni in termini reali di circa il 6% dal 2003 al 2009. In quella analisi lui però ha preso dati complessivi dei lavoratori occupati in tutti i settori come fa notare lui stesso ("...occupati dipendenti - in inglese Total employees") e non nel solo settore manifatturiero, quello cioè più significativo nel fare confronti internazionali sulla competitività delle merci scambiate (che influenza significativa ha un calo delle retribuzioni nel settore delle costruzioni?). In ogni caso va anche fatto presente all'esimio docente di Economia dell'Università di Chieti e Pescara che un calo del 6% (ammesso, ma per quanto prima dimostrato non concesso, che ci sia stato) del livello delle retribuzioni in termini reali, non determina un incremento sensibile della competitività in quanto il costo del lavoro nel settore manifatturiero rappresenta generalmente una quota tra il 15 ed il 20% del costo totale di prodotto. Questo significa che anche a fronte di un'incidenza del 20% del costo del lavoro su quello totale, con un calo del 6% il prodotto finale costerebbe circa l'1,2% in meno!
Credo che l'impresa otterrebbe ben maggiori vantaggi delocalizzando la produzione in un Paese dove il costo non sia il 6% inferiore ma molto meno, ad esempio un quarto (V.Repubblica Ceca e/o in Polonia):


Merita una osservazione anche l'analisi dei settori merceologici che caratterizzano il confronto tra Paesi a livello di commercio estero. Se ad esempio Italia e Germania si confrontassero con prodotti del tutto simili e comunque nel medesimo settore merceologico potrei concordare sul fatto che un calo del CLUP anche lieve potrebbe fare la differenza, ma se la quota prevalente delle esportazioni italiane e tedesche si riferiscono a differenti settori merceologici non vedo come il Paese che riduce lievemente la componente del lavoro, che come visto prima rappresenta una quota contenuta sul totale, possa conseguire un vantaggio rilevante.



Va poi precisato che la cosiddetta 'moderazione salariale', che c'è stata solo parzialmente, non deriva da una intenzione di compiere una concorrenza scorretta verso i partner dell'eurozona, ma per recuperare competitività che nei primi anni 2000 era affetta da crisi profonda. Le aziende necessitavano di abbattere i costi e molte di lavoro hanno delocalizzato la produzione all'estero, prevalentemente nei Paesi dell'est Europa, e per evitare una profonda emorragia imprese e sindacati si sono accordati di recuperare competitività sacrificando il legame tra l'aumento delle retribuzioni a quello della produttività, ma lasciando che quest'ultima crescesse a tassi maggiori onde, come poi è avvenuto e come sopra è riportato, ridurre il costo del lavoro per unità di prodotto a fronte dei principali concorrenti internazionali della Germania: Stati Uniti e Cina. Se infatti verso i prodotti cinesi la concorrenza può avvenire solo sul fronte della qualità e del vantaggio tecnologico, verso quelli statunitensi il confronto riguarda anche il prezzo e dato che il costo del lavoro negli Stati Uniti è inferiore a quello delle economie più avanzate europee e della Germania stessa, ecco l'esigenza di trovare una soluzione per ridurlo.
Si noti ad esempio come la maggior parte delle esportazioni di Polonia e Repubblica Ceca sono verso la Germania, in larga parte però di aziende controllate da capitale tedesco.

Non va poi trascurato il fatto che nonostante una crescita più moderata nel tempo dei salari, ad oggi il costo del lavoro orario in Germania è maggiore che da noi, ciò significa che a parità di altri fattori produrre un bene da noi è più conveniente dello stesso realizzato in Germania.
Questo gli imprenditori italiani lo sanno ed è per questo che non aderiscono alla invocazione di economisti come Bagnai di uscire dall'euro per uscire dalla crisi, ma desiderano poter operare in un contesto simile a quello dei loro competitors tedeschi sul piano dell'efficienza dei servizi, delle vie di comunicazione, dell'apparato pubblico e del livello della pressione fiscale!

Tornando alla Germania si afferma poi che questa 'moderazione salariale' abbia compresso la domanda interna e quindi le importazioni e che anche la spesa pubblica si sia ridotta. Bene, mentre per questa seconda categoria si può concordare, la spesa pubblica privata è cresciuta costantemente, anche se in misura contenuta, anno dopo anno:



Sinceramente ritengo preferibile una crescita lenta ma costante nel tempo dei consumi privati come quella tedesca piuttosto che a 'scatti', alimentata come accaduto da bolle speculative che possono prima o poi determinare effetti negativi, specialmente se provocati da shock finanziari come quello del 2008.

Il prof.Bagnai dovrebbe mostrare un po' di umiltà e confrontarsi con gli imprenditori, soprattutto coloro che operano sui mercati internazionali, così saprebbe quali sono i veri ostacoli alla nostra competitività. Altro che euro(pa)!

Gli imprenditori italiani, e veneti in particolare, non sono quelli che lui descrive:



ma sono questi:




e qui il discorso di apertura del suo presidente in occasione della 70° Assemblea Generale tenutasi a Verona il 09 Novembre 2015:



Costoro ogni giorno lavorano dall'alba al tramonto con dedizione, spirito di sacrificio e ottimismo (l'essenza di ogni imprenditore) e non credono che la via per migliorare la competitività passi attraverso un ritorno al passato, non tanto ad una propria valuta ma ad una cultura che è invece alla base delle difficoltà che ci caratterizzano oggi.

lunedì 15 giugno 2015

La Produttività, questa sconosciuta

Raccolgo l'invito, quasi una intimazione considerata la sollecitazione ripetutamente reiterata, del prof.Antonio M.Rinaldi di scrivere un articolo nel quale esprimere le mie considerazioni riguardanti l'euro, la crisi e le soluzioni per uscirne, in alternativa all'abbandono della moneta unica ed il conseguente ritorno alla lira, ipotesi da lui ampiamente condivisa ed auspicata.
Premetto che io rifiuto le categorizzazioni pro- o antieuro così come pro- o antilira, qui non è questione di essere pro o contro qualcosa, ma di comprendere se un eventuale cambiamento di moneta possa risolvere quantomeno in parte la situazione di crisi e di difficoltà economica nella quale si trova ad essere in maniera particolare il nostro Paese che da decenni registra una crescita inferiore rispetto alle nazioni più industrializzate.
La scelta poi non è tra euro e lira in quanto l'euro l'abbiamo già, non è quindi oggetto di scelta, ma di definire se la moneta unica sia la responsabile principale di questa situazione asfittica della economia italiana ed un ritorno alla lira, ovvero ad una moneta nazionale, sia la soluzione.

Personalmente credo di no e questo perché la causa principale della debole crescita dell'economia italiana ha motivazioni di carattere strutturale.
Innanzi tutto occorre vedere la provenienza della crisi, che sostanzialmente è una crisi da domanda. Una crisi dal mercato interno o da domanda estera? I dati sono inequivocabili e dicono che è la domanda aggregata interna la causa della nostra debole crescita. Questo grafico che è costruito prendendo una serie di dati ISTAT mostra chiaramente che l'adozione della moneta unica non ha ostacolato le nostre esportazioni che, periodo di recessione del 2009 escluso, sono sempre cresciute:


I dati si fermano al 2011 ed io ho scelto comunque questi perché mettono insieme i valori complessivi, quelli dell'eurozona a 15 e verso la sola Germania. Dal 1999 (anno di definizione dei cambi delle singole valute nazionali verso l'euro) e/o dal 2001 (anno di circolazione dell'euro) le nostre esportazioni sono costantemente salite in riferimento alle tre aree qui prese in considerazione. Ad oggi il dato complessivo sfiora i 400 miliardi di euro e questo nonostante il PIL sia diminuito, segno che non è il cliente straniero che latita, ma quello italiano.
Le ragioni della debole domanda interna sono molteplici e personalmente vorrei iniziare partendo da una variabile che a mio avviso non è considerata sufficientemente, ma che invece ne è la principale causa: la produttività!

La produttività in linea generale rappresenta la quantità di produzione (o di output) realizzata a fronte dei fattori della produzione (capitale e lavoro) utilizzati. In genere in macroeconomia è determinata dal rapporto tra valore aggiunto (o PIL) e il monte ore impiegato per ottenerlo. Il suo significato è fondamentale perché rappresenta l'ammontare di produzione, espresso in moneta locale o altra valuta, realizzata per una unità di tempo pari all'ora.
La tabella seguente è tratta dagli ultimi dati OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) disponibili e relativi all'anno 2012 di una serie di Paesi che io ho selezionato dall'elenco disponibile:


Nella prima colonna è riportato il PIL in dollari statunitensi (per un confronto omogeneo), nella seconda il numero medio di ore lavorate in un anno da un lavoratore a tempo pieno, nella terza il numero complessivo di occupati, e qui già sarebbe possibile notare una curiosità se si è in possesso del dato sulla popolazione: in Italia la percentuale degli occupati sul totale della popolazione in età lavorativa è più bassa che in altri Paesi e questo non riguarda solo l'ultimo periodo, caratterizzato da una riduzione degli occupati causa la crisi, ma anche gli anni in cui l'economia era in crescita. Inoltre si può notare come il numero di ore lavorate in Italia sia maggiore rispetto a quelle in Germania o in Francia.
Le ultime due colonne però ci offrono i dati più interessanti. Nella penultima è riportata la produttività in termini di PIL per ora lavorata calcolata a prezzi correnti in dollari statunitensi e nell'ultima colonna il raffronto della produttività Paese per Paese con il dato degli Stati Uniti, Paese che registra il dato più elevato dopo l'Irlanda.
Come si può vedere l'Italia non brilla per produttività registrando un valore decisamente più basso rispetto agli USA e anche rispetto a Germania e Francia. Si tenga presente il dato del Giappone, simile ed inferiore a quello italiano.

In definitiva cosa ci dice il dato della produttività in penultima colonna? Ci dice in pratica che per ogni ora lavorata in Italia si producono 46,7 USD di PIL (o di valore aggiunto) a fronte dei 58,3 della Germania, i 59,5 della Francia e i 64,1 degli Stati Uniti. Prendendo in considerazione anche la seconda colonna si può giungere alla conclusione che in Italia si lavora mediamente ad esempio di più che in Germania per produrre però meno in termini di ricchezza.

Cosa implica una bassa produttività? La principale conseguenza riguarda il fatto che a fronte di una minore ricchezza prodotta vi sia una minore ricchezza da distribuire traducibile in un basso livello di reddito per i lavoratori. Difatti prendendo a riferimento sempre dati OCSE relativi ai redditi medi dell'anno 2012, calcolati a prezzi costanti del 2013 (per un confronto omogeneo con la tabella della produttività che riporta dati del 2012) e a parità di potere di acquisto, possiamo notare come i livelli presenti nei Paesi in questione rispecchino sostanzialmente il livello di produttività o per dirla più chiaramente nei Paesi dove si registra una produttività maggiore sono presenti redditi più alti e viceversa:


Si noti il dato italiano e quello giapponese, di cui prima abbiamo osservato sia un basso livello di produttività che di elevato numero di ore medie complessive lavorate annualmente, entrambi i redditi medi rilevati risultano inferiori in relazione ai Paesi con maggiore produttività.
E' quindi evidente la correlazione produttività-reddito e d'altronde è intuitivo: ad una maggiore ricchezza prodotta è possibile un maggiore reddito da distribuire ai lavoratori. Questo significa che per aumentare il reddito occorre aumentare il valore aggiunto, ovvero la produzione realizzata per ogni ora lavorata. L'Italia soffre da molti anni una carenza di produttività e questo si ripercuote sui redditi che rimangono bassi in rapporto al potere di acquisto, il che comporta una debole domanda aggregata aggravata poi da una cattiva distribuzione dei redditi e da una tassazione che oltre ad essere elevata è anche iniqua perché colpisce maggiormente le fasce di reddito medio basse, dovuto questo anche alla elevata evasione fiscale.
Da dati ISTAT la spesa complessiva per i consumi finali per l'anno 2013 delle famiglie italiane si è attestata attorno ai 935 miliardi di euro mentre quella delle famiglie tedesche residenti in Germania è stata di 1.571 miliardi, ciò equivale ad una spesa media pro-capite rispettivamente di circa 15.700 euro in Italia e di poco più di 19.300 euro in Germania, il 23% circa in più, una percentuale del tutto simile al differenziale di produttività riportata nella tabella precedente.

Cosa fare per aumentare la produttività? La produttività è un fattore strutturale e solo da riforme strutturali questa può variare sensibilmente e poco o nulla può fare l'adozione di una valuta piuttosto che un'altra, ergo il ritorno alla lira non cambierebbe la situazione. Migliorerebbe probabilmente il fatturato con l'estero per alcune imprese una volta verificatisi un deprezzamento della lira rispetto alle altre principali valute ed a parità di vendite nel mercato interno la produttività aumenterebbe, ma solo di poco, non sufficientemente per creare le condizioni per un aumento dei redditi a livelli simili di quelli registrati ad esempio in Germania o in altri Paesi del nord Europa.
Servono interventi su più fronti a cominciare da una riduzione della pressione fiscale sulle imprese. A questo si deve aggiungere una riduzione della burocrazia che per molte imprese rappresenta un costo rilevante in quanto non si tratta semplicemente di mettere più firme al posto di una, ma ad esempio permessi da richiedere con conseguente attesa per una risposta da parte di organismi pubblici che per una azienda comporta costi da sostenere.

Anche le imprese devono fare la loro parte, l'economia italiana è caratterizzata al 99% da piccole e medie imprese, molte delle quali con insufficienti mezzi finanziari propri ed eccessivamente dipendenti dal settore creditizio. I due grafici seguenti sono tratti da una relazione del prof.Carlo Arlotta in occasione del 23° congresso AMA (Associazione Professioni Economico Contabili) tenutosi a Sanremo il 17 e 18 Ottobre 2014 e mostrano a sinistra le fonti di finanziamento delle imprese ed a destra il rapporto tra capitalizzazione delle aziende quotate in borsa rispetto al PIL nazionale:


Guardando attentamente il grafico di sinistra si nota come l'incidenza dei mezzi propri per le imprese italiane (15%) sia decisamente inferiore rispetto a quelle tedesche (28%) e inglesi (44%) mentre dal grafico a destra come il ricorso alla borsa da parte delle nostre imprese come fonte di finanziamento sia molto basso e questo in gran parte dipende proprio dalle dimensioni della maggior parte delle imprese.
Occorre quindi che le nostre aziende aumentino la propria dimensione onde ridurre i costi fissi sfruttando l'economia di scala e che riducano sensibilmente la dipendenza dal settore bancario aumentando i mezzi propri oltre ad un maggiore ricorso al mercato dei capitali come fonte di finanziamento.
Serve poi un maggiore indirizzo verso produzioni ad alto valore aggiunto da realizzare internamente visto che la delocalizzazione all'estero di quelle a bassa produttività ed alta incidenza di manodopera è un processo inevitabile, in caso contrario si rischia una forte deindustrializzazione del Paese che nessuna moneta o sovranità monetaria sarà in grado di contrastare.

lunedì 19 maggio 2014

La Germania 'alla sbarra'

Con l'avvicinarsi delle elezioni europee si intensificano le accuse rivolte alla Germania per essere poco disponibile ad aiutare i Paesi colpiti più duramente dalla crisi, se non addirittura di essere la principale responsabile della condizione sociale drammatica attualmente presente in Grecia. Di essere l'unica ad aver tratto vantaggio dalla moneta unica e di condurre una politica egemonica utile solo a se stessa. Cerchiamo di verificare l'attendibilità di queste accuse. Per prima cosa occorre tornare indietro negli anni per fare una analisi temporale degli avvenimenti e per la precisione al 1989 quando crollò il Muro di Berlino e con esso pian piano si dissolse tutto l'impero del blocco politico facente capo all'Unione Sovietica.
E' un breve riassunto che è necessario al fine di questa analisi.

L'anno successivo, il 18 Marzo 1990, si tennero nella allora Repubblica Democratica Tedesca (DDR) le elezioni e queste portarono alla vittoria e al governo Lothar de Maizière il quale iniziò le trattative con USA, Gran Bretagna, Francia, URSS e naturalmente con la Repubblica Federale Tedesca per la riunificazione delle due Germanie. Sostanzialmente non ci furono obiezioni, se non una condizione posta dall'allora presidente francese Mitterand al benestare legata alla partecipazione tedesca al processo che avrebbe portato alla moneta unica, processo già iniziato e che in quel periodo era in atto con l'unità di conto denominata ECU.
La Francia di Mitterand temeva infatti che la Germania riunificata diventasse economicamente troppo forte e potesse minare gli equilibri esistenti. Non fu quindi, come qualcuno sostiene, la Germania il maggiore sostenitore della moneta unica per poter così imbrigliare i Paesi come l'Italia che facendo uso di svalutazioni continue mettevano in difficoltà le esportazioni tedesche. Fu insomma la Francia a porre questa condizione e l'allora cancelliere Helmut Kohl uso tutto il suo prestigio per convincere i propri connazionali ed in particolare l'establishment ad abbandonare l'amato Deutsche Mark.


Il 14 Luglio del 1990 l'URSS diede il proprio benestare e il successivo 2 Ottobre la Germania tornò ad essere un unico Stato.
Dal clima di comprensibile gioia per questo evento epocale la Germania si trovò subito a fare i conti con la realtà di una economia dei 5 Länder della ex DDR che, seppur più competitiva tra i Paesi dell'ex blocco sovietico, lo era comunque molto meno di quella della parte occidentale tant'è che in breve tempo tutti i settori subirono un crollo notevole nella produzione dando poi luogo ad un profondo processo di ristrutturazione. Nella figura seguente è riportata la percentuale di produzione in alcuni settori dal 1990 al 1993 con indice 1989 = 100, e come si può notare il calo è molto evidente:



I costi del processo di riunificazione furono ingenti e alcune stime ritengono che siano arrivati a ben 1.500 miliardi di euro (fonte: Freie Universität Berlin). Ancora oggi vi sono trasferimenti dai  Länder occidentali a quelli orientali attraverso una tassa del 5,5% versata dai contribuenti e dalle aziende (Solidaritätszuschlag).
La disoccupazione nella ex DDR salì a circa il 20% e molti cittadini si dovettero trasferire nei Länder occidentali.
Per raccogliere fondi la Germania dovette alzare i tassi di interesse dei titoli emessi sul mercato e questo provocò un innalzamento generale, quindi anche di quelli di altre nazioni:



Da qui l'errata affermazione che la riunificazione tedesca è stata pagata dalle altre nazioni europee. E' più preciso dire che il costo della riunificazione pagato dai tedeschi si è ripercosso sugli altri, tra cui l'Italia.

Quando si arrivò alla nascita dell'euro (1999) la Germania ancora era alle prese con problemi economici, il tasso di disoccupazione era alto e come si può vedere nella seguente figura lo rimarrà fino al 2005 quando le riforme del governo Schröder cominciarono a produrre i loro effetti:


La competitività dell'industria tedesca era bassa e la Germania era unanimemente considerata la 'malata d'Europa'.

Alla fine del 1998 le elezioni in Germania furono vinte dalla coalizione SPD e Verdi e alla cancelleria andò Gerhard Schröder al quale toccò il compito di guidare il Paese fuori dalla crisi. Iniziò riducendo la pressione fiscale abbassando la prima aliquota sui redditi personali (Eingangssteuersatz): dal 25,9% al 23,9 nel 1999; al 22,9% nel 2000; al 19,9% nel 2001; al 16% nel 2004 (al suo secondo mandato) e infine al 15% nel 2005. Ridusse anche l'aliquota massima che durante il suo mandato passò dal 53% al 42%:



All'inizio del 2002 istituì una commissione composta da membri delle maggiori aziende tedesche oltre che da esponenti del mondo accademico e politico con il compito di riformare il mondo del lavoro e dello stato sociale e nominò a capo di essa l'allora responsabile del personale della Volkswagen Peter Hartz. La commissione stilò 4 pacchetti di riforme che prese il nome di Hartz-Konzept che riguardarono il collocamento, i contratti atipici e il sostentamento sociale per i redditi più bassi. L'obiettivo fu quello di rendere più efficiente il mercato del lavoro e di ridurre le cospicue spese sociali derivanti dall'alto numero di disoccupati. Le riforme Hartz ebbero inizio nel 2003 con il primo pacchetto e terminarono con il quarto nel 2005.
I risultati iniziali furono deludenti rispetto agli obiettivi prefissati, sia sotto il profilo della riduzione dei costi sociali che furono inferiori alle aspettative e sia dal punto di vista della riduzione del tasso di disoccupazione.



Fu così che nel 2005 a seguito di una crisi di governo vennero indette elezioni anticipate che portarono alla vittoria la CDU di Angela Merkel e la Germania fu guidata da una Grande Coalizione insieme alla SPD con l'attuale cancelliera alla sua prima esperienza alla guida del Paese.

Dal 2006 le sorti dell'economia tedesca cambiarono, già quell'anno vennero creati circa 1 milioni di posti di lavoro:



Come si può vedere dal confronto delle due tabelle l'inflazione salì dallo 0,6% circa del biennio 1998÷1999 al 2% circa dal 2005, segno della ripresa dell'attività economica.

Sindacati e associazioni industriali stipularono accordi che prevedevano aumenti salariali più legati al tasso reale di inflazione che alla produttività, in questo modo crescendo quest'ultima più dei salari stessi ne derivava un abbassamento del costo unitario di prodotto rendendoli così più competitivi. Il costo del lavoro infatti fu molto alto all'inizio dell'era euro e questa era una delle cause della scarsa competitività. I lavoratori quindi accettarono il sacrificio di vedersi aumentare meno i compensi rispetto alla produttività, ma mantenendo comunque inalterato il potere di acquisto, in cambio del mantenimento del posto di lavoro visto che in alternativa molte aziende minacciavano di delocalizzare all'estero, delocalizzazione che ha poi riguardato solo quelle attività dal basso contenuto di valore aggiunto.

La Germania è anche accusata di aver operato una sorta di dumping salariale ai danni degli altri Paesi ma è una accusa infondata. I salari in Germania sono oggi tra i più alti al mondo, il costo del lavoro è anch'esso maggiore che nella maggior parte degli altri Paesi e il fatto che i loro prodotti siano competitivi dipende più dalla scelta di puntare sull'innovazione, sulla qualità e l'affidabilità, sul servizio al cliente e sulla produttività.
Le riforme attuate non sono state indolori tant'è che è costata come si è visto la cancelleria a colui che personalmente ritengo l'arteficie del successo tedesco, ovvero l'ex cancelliere Gerhard  Schröder. L'attuale cancelliera Angela Merkel non ha fatto altro che godere dei benefici conseguiti a distanza di tempo, difatti dal 2005 le riforme in Germania si sono sostanzialmente fermate, riforme che si renderebbero utili per far salire la domanda interna tedesca e di conseguenza le importazioni aiutando così i partner europei ad uscire dalla crisi.

Anche l'accusa di essere l'unica ad aver beneficiato dell'euro è priva di fondamento, intanto perchè altri Paesi hanno registrato performance positive dalla sua introduzione e poi perchè il successo nell'export la Germania lo deve al fatto che i suoi prodotti sono molto richiesti e non per il prezzo, dato che notoriamente il "made in Germany" è tra i più cari. Si può fare l'esempio delle vendite di autovetture nel principale mercato mondiale, quello cinese, dove i marchi tedeschi hanno ottenuto un consistente successo:



I marchi tedeschi si sono imposti in segmenti dove trovano una scarsa concorrenza. Infatti se si osserva la tabella, che riporta i dati sulle vendite in Cina per l'anno 2013, si nota come i segmenti di fascia medio bassa, ovvero quella dove si collocano Fiat e altre case automobilistiche europee come Citroen, Renault e Peugeot, sono occupati da marchi locali realizzati con costi decisamente inferiori e quindi molto più competitivi.


Per ciò che riguarda la politica monetaria della Banca Centrale Europea, le accuse di essere influenzata dalla Germania sono anch'esse inconsistenti visto che molte scelte operate dal suo Board Esecutivo sono state oggetto di contrasto con la posizione delle autorità monetarie tedesche (Bundesbank) e del loro rappresentante nel Comitato Esecutivo. Nel Settembre del 2011 il tedesco Jürgen Stark, allora capoeconomista della BCE, si dimise in dissenso con le decisioni prese dall'allora presidente della BCE Trichet e dell'entrante Mario Draghi. Ma la cronaca è ricca di episodi che dimostrano come la BCE abbia sempre perseguito scelte in piena autonomia e talvolta divergenti dalla posizione di Berlino.
L'unica pretesa che i tedeschi fecero a suo tempo e che ottennero, in cambio della loro partecipazione alla moneta unica, fu che la Banca Centrale Europea avesse come mandato il solo controllo dei prezzi e che fosse completamente indipendente dal potere politico.
Risulta comunque corretta l'affermazione che la Banca Centrale Europea è impostata sul modello Bundesbank con cui condivide la dottrina monetarista.

Le accuse rivolte alla Germania insomma sono volte più a solleticare l'istinto naturale di antipatia, di invidia o comunque negativo nei confronti di chi consegue risultati migliori, ma in definitiva sono del tutto basate su argomentazioni inconsistenti e che non riguardano i veri motivi per i quali alcuni Paesi tra cui l'Italia sono in crisi.
Dovremmo essere più aperti e cercare di copiare se non tutte almeno gran parte delle loro ricette, perchè se sono state positive per loro non vedo perchè non lo debbano essere anche per noi.