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mercoledì 20 settembre 2017

Bagnai, gli ingegneri e...la Volkswagen!

Mi sono divertito a leggere alcuni articoli che il prof.Alberto Bagnai ha dedicato nel suo blog ad un certo Michele Corvo, ingegnere, reo di aver esposto in un primo commento alcune osservazioni in merito ad un articolo dello stesso Bagnai riguardante i dati sulla disoccupazione. Nello specifico, in questo articolo vengono evidenziate le categorie dei lavoratori part-time, gli inattivi e tra di essi gli scoraggiati, dati che poi Bagnai ha raccolto e messo a confronto tra Paesi diversi. In questo affronto commento l'ing.Corvo (se davvero si chiama così) sottopone alcune considerazioni da un punto di vista prettamente razionale, da ingegnere insomma.
Questa la sequenza della simpatica querelle:

  1. L'articolo da cui tutto scaturì (nei commenti, quello di Michele Corvo)
  2. La replica di Bagnai all'onta subita (con uno dei suoi QED* autoprodotti)
  3. A sostegno di Bagnai arriva Schulz (non Martin, candidato per la SPD alla cancelleria della Repubblica Federale di Germania, ma Charles, con il suo più famoso personaggio: Charlie Brown)
  4. Bagnai replica ad un nuovo villipendio commento di Michele Corvo
  5. Bagnai racconta la sua versione sulla concorrenza Fiat-Volkswagen (ai tempi dell'Italia da bere - non della sola Milano)
*QED = Quod Erat Demonstrandum

A me ora interessa soltanto muovere qualche affronto considerazione circa l'ultima analisi, quella sulla tesi di Bagnai secondo la quale le vendite a livello internazionale delle autovetture Fiat e Volkswagen durante i 'favolosi anni della lira' erano condizionate prevalentemente dall'andamento del tasso di cambio Deutsche Mark - Lira.
Personalmente non nego di certo che il cambio possa aver influito sull'andamento delle vendite, ma mi limito a far notare all'esimio economista dell'Università di Pescara che ridurre il tutto ad un grafico che pone questo aspetto come determinante lo ritengo un po' eccessivo. Questo sulla base di un - oramai vago - ricordo dei tempi degli studi universitari (di economia, non di ingegneria) in cui ci fu assegnato da un docente un case study proprio sulla Volkswagen, prima come esercizio di ricerca e raccolta dati e informazioni da svolgersi singolarmente e poi proseguito in aula. L'obiettivo era ricostruire le vicende che attraversò la casa di Wolfsburg analizzando le cause della crisi dei primi anni '70 ed il come essa sia riuscita ad uscirne attraverso un profondo cambiamento sul finire di quel decennio.

Non ho comunque intenzione di riassumere gli eventi, voglio infatti parlare della Volkswagen (e non solo) attuale e di come l'andamento delle valute incida meno oggi rispetto al passato a causa di quel fenomeno che abbiamo sentito menzionare spesso ma che non sempre viene compreso bene: la globalizzazione.

Il gruppo Volkswagen
Sappiamo che Volkswagen non è solo il nome di una casa automobilistica, la capostipite con sede a Wolfsburg nella Bassa Sassonia, ma rappresenta un gruppo di aziende:


Nel 2016 il gruppo ha realizzato un fatturato complessivo di 217.267 milioni di euro (+1,9% sul 2015) con un profitto netto pari a 5.379 milioni di euro, questo a fronte di un volume totale di vendite di oltre 10 milioni di veicoli, per la precisione 10.391.113 (10.405.092 quelle prodotte), segnando un +3,8% rispetto all'anno precedente.
Tanto per avere un termine di paragone il gruppo Volkswagen fattura più del PIL della Grecia o del Portogallo ed è simile a quello della Finlandia.

A titolo di curiosità, questi i dati di vendita 2016 dei marchi principali:


E questa la ripartizione geografica delle vendite conseguite:


Ma il dato che desidero sottolineare è questo, il numero di stabilimenti dell'intero gruppo per area geografica:



120 stabilimenti produttivi, di cui 68 per le autovetture:


Queste due cartine ci suggeriscono quanto sia cambiata la geografia del gruppo dal punto di vista della produzione, produzione che solo alcuni decenni or sono era concentrata in Europa. Oggi il gruppo ha stabilimenti in 20 Paesi in Europa ed in 11 tra Asia, America e Africa occupando complessivamente 626.715 dipendenti.

Ma per riagganciarmi agli articoli del prof.Bagnai ed alle argomentazioni espresse occorre considerare ancora un aspetto, anzi due.

Economia di scala e di scopo (o di gamma)
Il primo concetto è abbastanza conosciuto: ad un aumento del volume di produzione - generalmente - i costi unitari si riducono per effetto di una maggiore distribuzione di quelli fissi, ma anche in parte di quelli variabili. Se ciò non avviene ne deriva una economia di scala decrescente e questo è dovuto a fattori terzi che comportano una inefficienza.
Va comunque precisato che non bisogna confondere con l'economia di scala una riduzione dei costi unitari dovuta al semplice maggiore utilizzo della capacità produttiva verso il livello ottimale oppure di una maggiore produttività dovuta ad un migliore utilizzo degli impianti riducendo sprechi di vario genere. Questa, l'economia di scala, la si otttiene aumentando sì, il volume di produzione, ma a parità di livello di efficienza.
Ad esempio, se ho 10 macchinari e ne uso 7, non è che se aumenta la produzione e ne utilizzo 9 i costi unitari diminuiscono per effetto di una economia di scala, questa semmai la si ottiene se da 10 macchinari ne aggiungo uno (o più) e li utilizzo tutti.
Parlando in questo caso di Volkswagen, questa ha potuto ridurre i costi unitari di produzione grazie (anche) all'aumento dei volumi di vendita e quindi di produzione che si sono raggiunti nel tempo.

L'economia di scopo, il cui termine - infelice - è la traduzione letterale del concetto espresso in lingua inglese economies of scope (o anche scope economies), rappresenta quella particolare riduzione dei costi derivante dalla produzione congiunta di beni diversi anziché separatamente, utilizzando i medesimi fattori produttivi (personale, impianti).
Questa forma di 'economia' è diventata sempre più importante, soprattutto in campo automobilistico per la quantità di risorse finanziarie impiegate. Basti pensare che le aziende tedesche (Opel esclusa), o sarebbe meglio dire i gruppi automobilistici tedeschi, nel loro insieme fatturano complessivamente poco più del nostro export totale: nel 2016 circa 450 mld di euro.
Chi è appassionato di motori, o se è un ingegnere (categoria a quanto pare non tanto gradita al prof.Bagnai), avrà sentito parlare delle piattaforme in campo automobilistico, che semplificando sono la definizione tecnica di quello che noi chiamiamo comunemente linee di assemblaggio. Le piattaforme quindi sono quell'insieme di attrezzature che vengono usate per assemblare le varie parti di un veicolo.
Se inizialmente associamo ad ogni modello di autoveicolo una specifica piattaforma di assemblaggio, è intuibile quanto utile possa essere avere una singola piattaforma con la quale si possano assemblare modelli diversi. Negli anni tutte le case automobilistiche hanno investito ingenti somme di denaro per piattaforme sempre più universali. Chi ha seguito anni or sono l'interesse della FCA di Marchionne per la Opel, avrà probabilmente letto che una delle ragioni era proprio quella che la casa di Rüsselsheim am Main aveva delle piattaforme compatibili con molti modelli Fiat e questo poteva permettere all'azienda ex torinese di poter usare gli stabilimenti per i propri modelli, oltre che per quelli Opel, senza la necessità di dover costruire nuove linee o stabilimenti. Personalmente ritengo infatti che questa fosse la ragione principale, cioè una questione diciamo tecnica più che economica dato che Opel non ha mai brillato per profittabilità.

Ebbene, di recente il gruppo Volkswagen ha investito alcune decine di miliardi (ho letto addirittura una sessantina) per una piattaforma all'avanguardia ed estremamente versatile in grado di produrre una gamma diversificata di autovetture Volkswagen, Audi, Škoda e Seat: la MQB-Plattoform, dove MQB sta per Modularer Querbaukasten:

MQB-Plattform

MQB-Plattform

Questi i risultati stimati ottenibili dall'utilizzo della piattaforma MQB della Volkswagen:


Una nota, tratta dal bilancio 2016 del gruppo, riporta che alla fine del 2016 sono state prodotte attraverso questa piattaforma ben 8 milioni di autovetture!

Un esempio dello sfruttamento di questa versatilità conseguita dall'uso di innovative piattaforme è lo stabilimento di Bratislava della Volkswagen Slovakia dove lavorano ben 11.542 dipendenti che assemblano le Volkswagen Touareg, Up! ed E-up!, l'Audi Q7, la Porsche Cayenne, la Škoda Citigo e la Seat Mii. Nel 2016 sono state prodotte circa 388.000 vetture, per la maggior parte vendute al di fuori della Slovacchia, con un fatturato di 7,6 miliardi di euro.

Un altro stabilimento di dimensioni del tutto simili e che occupa 11.631 dipendenti è a Győr (Ungheria), dove viene prodotta la serie Audi A3.

Ora, si capisce perché quando sorrido quando sento parlare taluni personaggi di quanto potrebbe perdere il gruppo Volkswagen (come le altre case automobilistiche tedesche) e viceversa guadagnarne FCA se uscissimo dall'euro e si tornasse tutti alle singole valute? E poi, FCA nel suo complesso o la sola produzione in territorio nazionale (oramai in minoranza) di un gruppo oramai formalmente straniero?
Sorrido anche quando sento affermare di una presunta competitività conquistata dal gruppo Volkswagen grazie ad una fantomatica deflazione salariale avvenuta in Germania e che avrebbe comportato un dumping competitivo, soprattuto quando poi leggo dal bilancio del gruppo 2016 che le spese per i salari del personale sono ammontate a quasi 30 miliardi di euro, ai quali si aggiungono 7 miliardi di oneri sociali e contributivi:


a fronte di quasi 620.000 dipendenti:


Il che comporta un salario medio lordo annuale di 48.000 euro e considerando che molti dipendenti sono distribuiti in vari Paesi dal basso costo della vita e quindi del salario rispetto a quello tedesco, è difficile pensare che in Germania quello sia il compenso medio.
Rimango poi perplesso quando sento menzionare a vanvera la moderazione salariale in Germania, avvenuta a partire dagli inizi di questo decennio non per pagare poco il lavoro ma per frenarne la crescita considerando che ad oggi il costo orario del lavoro nel settore manifatturiero in Germania si aggira sui 38 euro, valore da sempre più alto tra i principali Paesi esportatori, che si riduce a 33 euro includendo i servizi. Per l'Italia, tanto per fare un confronto, sono entrambi attorno ai 27 euro:

Costo unitario del lavoro (fonte Statistisches Bundesamt su dati Eurostat)

Insomma, quando leggo che si invoca l'uscita dall'euro per recuperare competitività grazie al deprezzamento della lira rispetto all'euro, o all'eventuale neo marco tedesco, rimango basito e sorrido al pensiero che facilmente il giorno dopo (il deprezzamento) è invece probabile che il prezzo di una auto tedesca addirittura scenda!

Come può essere possibile?

Diciamo che chi ha riflettuto leggendo quanto sopra riportato facile che lo abbia già intuito. Se l'auto è stata assemblata ad esempio in Ungheria, con componenti anch'essi prodotti per la maggior parte non in Germania, Ungheria che al momento ha il fiorino e non l'euro e se la lira dovesse sì, deprezzarsi nei confronti dell'euro (o del neo marco tedesco), ma apprezzarsi rispetto alla valuta ungherese, beh...la Audi A3 prodotta a Győr costerebbe paradossalmente meno!


Ma la realtà è che qualsiasi azienda che abbia stabilimenti in vari Paesi non ha un listino per ciascuno di essi, semmai ha in qualche modo prezzi che tengono conto del potere di acquisto nei Paesi dove è presente come vendite, ma la differenza non corrisponde a quella sui costi di produzione. Questo significa che in caso di uscita dall'euro dell'Italia, la Volkswagen potrà anche mantenere i listini inalterati. Ad esempio un'auto che oggi costa 20 mila euro, in caso di ritorno alla lira verrebbe inizialmente 20 mila lire dato che la conversione euro-lira avverrebbe alla pari, e a fronte di un deprezzamento ad esempio della neo lira del 20% rispetto all'euro la casa di Wolfsburg può decidere di mantenere quel prezzo e non portarlo a 24 mila lire come l'effetto cambio suggerirebbe.

Un esempio lo si può fare con la Nuova Polo 1.0 MPI Comfortline BMT 55kW/75CV benzina, che in Italia di listino è pari a € 12.670,67 (IVA esclusa) mentre in Slovacchia costa (o parte da) € 10.990,00.
Come si nota la differenza ammonta a circa il 15%, nulla esclude che questo possa essere anche lo 'sconto' che la casa tedesca decida di applicare per mantenere la stessa competitività in Italia in caso di ritorno alla  lira.
La morale è che io non mi affiderei più a queste soluzioni legate ai cambi della valuta, in passato avevano una loro indiscutibile influenza, ma oggi l'hanno meno ed ancora meno in futuro a fronte di una sempre più diffusa globalizzazione.
E il prof.Bagnai dovrebbe ascoltare anche le argomentazioni tecniche, oltre che prettamente economiche, potrebbe così apprendere che in molti casi, come quello della Volkswagen, la riduzione del costo unitario di prodotto si ottiene più attraverso incrementi di produttività via economie di scala e di scopo, oppure delocalizzando la produzione dove il costo del lavoro (e non solo quello) è decisamente inferiore, rispetto nel comprimere i salari in casa, il cui scopo semmai è di indurre meno delocalizzazioni piuttosto che realizzare fantomatici dumping.

mercoledì 21 giugno 2017

Bagnai, il cambio e la produttività

Ieri sera stavo leggendo un articolo del Prof.Alberto Bagnai dal suo blog Goofynomics, dal titolo "Il moralismo del mainstream" (oramai mainstream è diventato termine di moda), quando giungo annoiato da un'introduzione insignificante quanto condito di fake news (anche queste due parole sono diventate di uso quotidiano) quale: " ...la Germania vuole l'atomica e che bisogna comunque prepararsi al peggio..." (dove abbia letto questa stupidaggine lo sa solo lui) ad una parte che raccoglie un minimo interesse da parte mia:


In sostanza lui afferma che una economia che possiede una valuta il cui cambio è sopravvalutato rispetto a quelle dei principali concorrenti si trova ad essere penalizzata, poi aggiunge che quando il cambio si apprezza la produttività decresce.
Ciò che afferma in linea generale è del tutto condivisibile benché io avrei qualche osservazione da fare, più che altro delle precisazioni. Purtroppo (più per lui) il Prof.Bagnai è allergico ai confronti con chi non condivide completamente ed insindacabilmente il suo pensiero, soprattutto se non ha pubblicazioni in Classe A su riviste scientifiche. Di certo io non rientro in nessuna delle due categorie, ho idee divergenti dalle sue in materia di pensiero economico e per scelta faccio un mestiere diverso da quello di economista, però una seppur minima conoscenza ritengo di averla anche se non del livello per pubblicare su classe A come l'esimio docente di Economia dell'Università di Chieti e Pescara.
Pazienza, mi limiterò ad esprimere queste mie osservazioni qui e mi rassegnerò a non ricevere mai una sua replica.

Il cambio e la produttività
Sul fatto che in presenza di un rapporto di cambio sopravvalutato le aziende esportatrici incontrino maggiori difficoltà nel vendere i propri prodotti non posso fare altro che concordare, mentre sulla diretta relazione con la produttività ho da muovere una osservazione. Da una parte è vero nella maggior parte dei casi ma dall'altra occorre tenere presente che la produttività è legata direttamente non al solo commercio estero ma alla produzione complessiva di una azienda, ovvero l'insieme di quanto si produce e si vende sia all'estero che nel proprio Paese. Pertanto se l'economia di un Paese si trova ad avere un cambio sopravvalutato, è facile che le aziende vendano meno all'estero e a parità di vendite interne il totale risulti inferiore alla situazione in cui il cambio sia in linea con la bilancia dei pagamenti ed implicitamente anche la produttività possa quindi subire un calo. Viceversa se il cambio fosse sottovalutato, come è il caso della Germania che Bagnai cita spesso, la produttività ne verrebbe stimolata. La Germania ha, come sappiamo, un notevole surplus delle partite correnti e se avesse ancora la propria moneta, il marco, questa avrebbe indiscutibilmente un valore maggiore rispetto alle altre. Con l'euro, il quale è condizionato dalle economie degli altri Paesi che ne determinano una quotazione inferiore, la competitività dei prodotti tedeschi ne risulta avvantaggiata. Le imprese tedesche quindi godono di un ostacolo in meno per vendere all'estero e questo comporta una maggiore produzione che combinata con una maggiore vendita e quindi produzione per il mercato interno consente di aumentare la produttività delle imprese. Quindi Bagnai ritiene che la scarsa produttività italiana dipenda più dal fatto che noi, a differenza dei tedeschi, con l'euro ci siamo dotati di una valuta che è invece per noi sopravvalutata e che questo impedisca alle nostre imprese di essere competitive come lo sarebbero avendo una valuta nostra. Insomma, se tornassimo alla lira venderemmo di più e questo migliorerebbe la produttività generale, così come è stato subito dopo aver lasciato temporaneamente lo SME nel 1992. Questo è il suo pensiero.

Osservando i due grafici che Bagnai ha incluso, si vede come nel primo il tasso di cambio effettivo reale (Real Effective Exchange Rate) dell'Italia sia calato dopo aver lasciato il Sistema Monetario Europeo e nel secondo come la produttività sia aumentata, almeno fino al 1995 incluso, poi tutto si sarebbe assestato in quanto si decise di rientrare nello SME, cosa che avvenne nel 1996. Da allora, vincolati alla parità prima e all'adozione dell'euro in seguito, tutto è tornato ad essere negativo: REER in aumento e produttività in calo, sebbene le esportazioni abbiano visto un trend in perenne crescita.

Il caso 1992: uscita dallo SME
Ecco, la mia osservazione sorge guardando proprio a quanto accadde nel periodo 1992-1995, dove la produttività vide una crescita che il Prof.Bagnai afferma derivare dai benefici del deprezzamento della lira nei confronti delle valute principali, con il marco tedesco:


il dollaro USA:


il franco francese:



Se guardiamo i dati macroeconomici di PIL e commercio estero per l'Italia:


sembra che tutto confermi le affermazioni di Bagnai. Il PIL, tranne che per il 1993 dove ha visto un andamento negativo, è cresciuto a livelli apprezzabili nel biennio 1994-1995. Le esportazioni sono cresciute sensibilmente già dal 1993 mentre le importazioni hanno registrato invece uno scarso aumento nello stesso anno per poi riprendersi nel biennio seguente. C'è da osservare che nel 1993, nonostante la buona crescita delle esportazioni e la sostanziale stabilità delle importazioni (che in termini reali, cioè scontando l'aumento dei prezzi, è stata negativa), il PIL ha visto un calo, seppur non rilevante, segno questo che il commercio estero non è determinante ai fini del risultato complessivo. Nel 1993 infatti, i consumi finali nazionali delle famiglie sono stati del 3% circa inferiori all'anno precedente (dati ISTAT). Poi come sappiamo le esportazioni rappresentavano in quel periodo una quota di poco superiore al 20% del PIL.

Ora però arrivo al dunque di questa mia riflessione. Il Prof.Bagnai sostiene che la produttività nel periodo 1993-1995 sia cresciuta grazie all'uscita dallo SME, al conseguente deprezzamento della lira rispetto alle altre valute che ha portato un incremento delle esportazioni ed un freno alla crescita delle importazioni, a un aumento così del PIL, almeno a partire dal 1994, e quindi della produzione che attraverso rendimenti di scala ha consentito appunto questo miglioramento.
Io però vorrei fare un passo indietro e mostrare la situazione da un altro punto di vista.
Prendiamo l'andamento dell'occupazione in quel periodo:


da cui si rileva che:

  • Nel 1993 si sono persi 614 mila posti di lavoro
  • Nel 1994 si sono persi altri 366 mila posti di lavoro
  • Nel 1995 si sono persi ulteriori 44 mila circa posti di lavoro
  • Nel 1996 finalmente il trend è cambiato in positivo e si sono generati quasi 125 mila posti di lavoro
Se nel 1993 non c'è da sorprendersi per il calo dell'occupazione a cui è seguito un calo del Prodotto Interno Lordo, viceversa desta curiosità il fatto che nel biennio successivo, nonostante il PIL sia stato in crescita come visto prima, l'occupazione è andata lo stesso diminuendo.
Ora prendiamo i dati delle ore lavorate in quel periodo di tempo:


da cui si evince che:

  • Nel 1993 vi è stato una calo del 2,7% delle ore complessivamente lavorate rispetto al 1992
  • Nel 1994 vi è stato un calo del 2% delle ore complessivamente lavorate rispetto al 1993
  • Nel 1995 vi è stato un leggero ulteriore calo dello 0,1% delle ore complessivamente lavorate rispetto al 1994
  • Nel 1996 vi è stato un aumento delle ore complessivamente lavorate del 1,3%
Se si ritorna al dato che riguarda l'occupazione e si calcola la variazione percentuale annua durante il periodo in questione si ha che:
  • Nel 1993 l'occupazione è calata del 2,7% rispetto all'anno precedente
  • Nel 1994 l'occupazione è calata del 1,6% rispetto all'anno precedente
  • Nel 1995 l'occupazione è calata dello 0,2% rispetto all'anno precedente
  • Nel 1996 l'occupazione è aumentata dello 0,6% rispetto all'anno precedente
Come intuibile le variazioni sono molto simili a quelle delle ore complessive.

Ora, la produttività è la misura della quantità di produzione (o di output) per ora lavorata (se riferita al tempo) oppure per occupato (se riferita alle risorse di manodopera). Il Prodotto Interno Lordo è sostanzialmente la quantità di produzione effettuata e la sua variazione è calcolata in termini reali, ovvero a prezzi costanti, così il risultato non viene influenzato dall'andamento (in genere in crescita) dei prezzi.
In definitiva, se negli anni 1994 e 1995 il PIL è stato crescente ma sia l'occupazione che il monte ore complessivamente lavorate sono stati in calo, ne consegue che il rapporto tra queste variabile, con il PIL al numeratore, per definizione aumenta e questo rapporto altro non è che la Produttività!

Insomma, nel 'magico' periodo dell'uscita dallo SME la produttività non è cresciuta grazie ad una maggiore economia di scala resa possibile da un incremento della produzione la cui componente estero è stata determinante in virtù del deprezzamento della lira, bensì questa - la produttività - è aumentata in quanto vi è stato un calo di occupati e quindi di ore complessivamente lavorate al quale ha fatto seguito un aumento del volume complessivo di produzione. Si può quindi parlare di una ottimizzazione delle risorse, ma non di economia di scala. Questa vi sarebbe stata se si fosse avuta una crescita della produzione (PIL) in misura maggiore rispetto a quella degli occupati, oppure con una crescita nulla di questi. Ma se io nella mia azienda a fronte di un aumento di lavoro licenzio personale non posso chiamare in causa una presunta economia di scala per spiegare la maggiore produttività.

Conclusioni
E' quindi mia personale opinione che questo aumento della produttività, peraltro di breve durata, sia dipeso da una riallocazione delle risorse di manodopera, riallocazione o ottimizzazione che è passata attraverso dismissioni di parte del personale. Quando a partire dal 1996 il fattore (o componente) lavoro è tornato a crescere, a fronte dell'aumento del volume di produzione (PIL), la produttività anziché salire è rimasta pressoché costante per un certo periodo per poi calare leggermente. Le ragioni di questo andamento dovrebbero però essere cercate non nella moneta, nel cambio, ma in altre aree come ad esempio l'investimento di capitale tecnologico, l'evoluzione della tipologia di prodotti realizzati (se ad alto o ridotto valore aggiunto), le dimensioni aziendali (rimaste piccole), l'organizzazione del lavoro.
Non so cosa ne pensino dalle parti del Dipartimento di Economia dell'Università di Chieti e Pescara ma temo che rimarrò senza risposta. Io non ho pubblicazioni in "classe A".

lunedì 19 settembre 2016

"Il Giorno dello Sciacallo"

Il titolo è virgolettato perché la frase, tratta da un famoso romanzo del 1971 da cui è stato poi realizzato l'omonimo film, la ritengo appropriata per quanto accade oramai (ed ahimè) frequentemente di fronte ad avvenimenti tragici, che possono essere un attentato, una catastrofe naturale o anche la scomparsa di una personalità pubblica. Non trascorre che qualche ora e già qualcuno ne approfitta per muovere accuse o critiche indirizzate all'opposizione politica in un caso, a presunti responsabili in un altro, oppure come nel caso della recente scomparsa dell'ex Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ad insultarne la memoria lanciando accuse del tutto infondate circa il suo operato. E questo per cosa? Semplicemente per cercare di raccogliere qualche consenso oppure più verosimilmente per stimolare bassi istinti dei propri simpatizzanti.

Non si ha il minimo rispetto per la famiglia oltre che per la persona, almeno nel giorno della scomparsa. Non si può aspettare che passi qualche giorno per formulare qualche riflessione in cui almeno qualcuno possa controbattere. No, lo si fa subito e senza contraddittorio, così anche le ingiurie più evidenti sembrano possedere elementi di verità.
Lo si è visto in occasione del terremoto ad Amatrice ed alla zona adiacente, in cui si polemizzava e si lanciavano accuse a prescindere, mentre si scavava affannosamente per salvare i sopravvissuti.
Lo si è visto diverse volte quando barconi carichi fino all'inverosimile di immigrati sono affondati portando a fondo anche le vite di poveri disperati.
Qui non si tratta di essere favorevoli o contrari ad una determinata politica sull'immigrazione, ma di mostrare un minimo di sensibilità verso le vite che sono andate perse e semmai cercare il consenso presentando proposte serie e realizzabili anziché insultare o quantomeno accusare il governo per quello che fa o non fa. E da quanto ho letto ed ascoltato da parte di Matteo Salvini di proposte serie, ed ancor più realizzabili, non ne ho mai sentite.

Allo stesso modo non si tratta di essere favorevoli o contrari all'abbandono dell'euro o anche della stessa Unione Europea, si può tranquillamente essere convinti che la moneta unica sia la responsabile della nostra negativa situazione economica, ma questo non giustifica il muovere false accuse ad una persona il giorno in cui è deceduta quando lo si poteva fare prima.


Se si fosse fermato alla seconda frase avrebbe fatto certamente più bella figura. In particolare perché il seguito sono accuse false ed infamanti. False perché Carlo Azeglio Ciampi ebbe un ruolo tecnico quale governatore della Banca d'Italia nel periodo in cui la volontà della politica e della stragrande maggioranza degli italiani era favorevole di far parte sia dell'Unione Europea che della moneta unica ed infamante perché con questa decisione egli non ha contribuito a svendere nulla, tantomeno i confini se Salvini si riferisce alla querelle con la Francia sui confini marittimi nel Mar Tirreno, in cui con un recente accordo (ancora da ratificare da parte italiana!) sono state apportate delle variazioni alle rispettive territorialità.

Naturalmente non poteva mancare il sostegno dello scemo del villaggio, il tal Claudio Borghi che a quanto sembra dovrebbe essere il responsabile economico per la Lega nonché consigliere presso la Regione Toscana:


Dove per 'villaggio' non intendo l'Italia, la Toscana o altra area geografica, intendo in campo economico, il luogo virtuale dove si affrontano i temi economici.
Borghi non risulta essere formalmente un economista, ha scritto articoli su testate nazionali parlando di economia ma non ha mai effettuato studi specifici, non ha mai pubblicato paper di economia, solo tanti tweet e comparse in televisione in cui ha spesso fatto affermazioni imbarazzanti alle orecchie di qualsiasi economista. Per citarne qualcuna possiamo partire da quella che ripete spesso secondo cui si può uscire dall'euro in un weekend. Questa contiene addirittura due scempiaggini allo stesso tempo! La prima perché non si può avanzare una richiesta (peraltro di portata internazionale) se questa non è contemplata ed al momento la semplice uscita dall'euro non lo è. Si può chiedere che lo sia, ma fin quando non vi è un accordo (unanime) non lo è, quindi si può solo fare riferimento alla possibilità attualmente possibile, ovvero l'uscita dall'Unione Europea. La seconda riguarda la necessità di un semplice decreto legge, con quello invece non si fa praticamente nulla! Si da eventualmente il via alla fase, un po' come premere il tasto Enter per avviare un programma informatico, per premerlo ci si impiega una frazione di secondo ma poi occorre ben altro tempo per l'esecuzione completa del programma la cui durata dipende dalla complessità ed in questo caso il programma comprende la ratifica da parte del Parlamento, la trasmissione della richiesta alla Commissione Europea ed al Consiglio Europeo (quindi ai partner), avviare e discutere le procedure di uscita e per quanto riguarda internamente provvedere alla fase di introduzione della nuova moneta che richiede tempi lunghi, certamente superiori ad un anno. Altro che weekend!

Altra perla di Borghi è quella detta durante la fase finale della trasmissione Omnibus, andata in onda sulla rete televisiva privata La7 il giorno 3 Settembre scorso, quando ha affermato che un aumento del deficit di bilancio comporterebbe una crescita del PIL di pari entità. E non è stata una semplice affermazione che poteva essere male interpretata, ha proprio speso un paio di minuti invitando gli ospiti in studio e telespettatori a prendere una calcolatrice e partire dall'assunto che fatto 100 il PIL, il debito è oggi del 130% (è di un paio di punti più alto ma non è determinante) e quindi facendo il rapporto debito/PIL ne esce 1,3. Ha poi aggiunto che se facessimo un extra deficit del 5% avremmo che sia il PIL che il debito crescerebbero allo stesso modo, quindi rispettivamente 105 e 135. Facendo nuovamente la divisione ne esce un quoziente inferiore, a 1,29, quindi ne deduce che facendo deficit il rapporto debito/PIL scenderebbe. Questo tra le perplessità (per usare un eufemismo) degli ospiti in studio, tra cui un dirigente dell'ISTAT, il quale ha commentato quanto detto da Borghi affermando che è vero che aumentando la spesa pubblica ed essendo questa una componente del Prodotto Interno Lordo si avrebbe uno stimolo a breve termine, mentre nel lungo termine è tutto da vedere ed esperienze varie hanno testimoniato il contrario, che non conduce a nessun vantaggio, ma non ha confermato e non poteva certo farlo perché insostenibile, che il PIL crescerebbe dello stesso ammontare del deficit.
Non contento di averne sparata una grossa, Borghi poi ha proseguito sostenendo che non si vuole però fare deficit perché inciderebbe sulla bilancia commerciale: aumentando la spesa pubblica aumenterebbe il PIL e quindi le importazioni, peggiorando così la bilancia commerciale. Borghi dovrebbe però sapere che la spesa pubblica ha una bassa incidenza sulle importazioni a differenza dei consumi privati. Costruire ponti, strade, edifici o altre opere di questo genere non comporta una spesa su prodotti e servizi di importazione, sono semmai le famiglie e le imprese che acquistando beni e servizi spesso si rivolgono a quelli prodotti all'estero.
Per chi volesse verificare, può guardare la puntata registrata e disponibile sul sito del programma Omnibus al minuto 67 circa oppure finché è disponibile dal minuto 19 di questo video su Youtube.

Ma la stupidaggine che Borghi ha detto il giorno della scomparsa dell'ex Presidente Ciampi è relativa alla presunta perdita derivante dal tentativo da parte della Banca d'Italia, di cui Ciampi era all'epoca governatore, di respingere gli attacchi speculativi sulla lira (e sulla sterlina britannica) nel terzo trimestre del 1992, tentativo fallito e che ha portato alla uscita temporanea della nostra moneta dallo SME.
Quel giorno ho scambiato qualche tweet con un interlocutore, anche lui convinto che in quella occasione furono sprecati miliardi di dollari di riserve valutarie, mentre io cercavo di spiegargli che non si può parlare di perdita vera e propria, semmai un uso che non ha portato all'esito desiderato. Ed ecco lui, il saltimbanco dell'economia entrare ribadendo il concetto ed invitando il mio interlocutore ad interrompere ogni dialogo:


Analizziamo ora cosa avvenne in quel periodo del 1992. Come premessa occorre rammentare che nel 1992 Carlo Azeglio Ciampi era Governatore della Banca d'Italia e Presidente del Consiglio era Giuliano Amato, quindi la decisione ed eventuali critiche circa il ritardo nell'uscire dallo SME andrebbero indirizzate a quest'ultimo dato che la competenza era del governo, la Banca d'Italia aveva infatti il compito di eseguire il mandato di mantenere (o tentare di farlo) la stabilità dei cambi.

(fonte Banca d'Italia)
Se guardiamo all'andamento del cambio della lira con il marco tedesco (valuta di riferimento all'interno dello SME) vediamo come fino a metà Settembre questo si mantiene pressoché all'interno della fascia di oscillazione consentita, per poi deprezzarsi esattamente all'indomani del weekend del 12 e 13 Settembre 1992, quando il governo Amato decise di abbandonare temporaneamente lo SME e lunedì 14 Settembre il marco da 765,4 lire (per 1 marco) della chiusura del venerdì precedente passa a 793,32 per poi apprezzarsi ulteriormente fino a toccare il record di 927,00 lire il 6 Ottobre 1992 (+21% rispetto a venerdì 11 Settembre, giorno prima della decisione di uscire dallo SME). In seguito il marco tedesco scese e si portò attorno alle 900 lire fino alla fine dell'anno.

Ora la questione è: se e quanto ci costò tentare di contrastare la speculazione che mirava ad una nostra svalutazione per guadagnare ingenti capitali. Partendo da quante riserve valutarie sono state effettivamente utilizzate nell'operazione riporto i dati contenuti in un intervento che nel 1993, l'allora governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio, fece in occasione di un congresso:


All'interno sono riportati i dati di quanto utilizzato:


Sommando i 17 miliardi del periodo Giugno-Agosto ai 26 di Settembre si ottiene una fuoriuscita complessiva netta di riserve valutarie di 43 miliardi di dollari, più o meno la cifra scritta da Borghi. Va però fatta presente l'annotazione nella parte finale in cui si precisa che dei 26 miliardi di Settembre, 19 sono relativi alla posizione netta verso l'estero delle banche e circa un quarto trattasi di restituzione di prestiti in valuta da parte di clienti. Insomma, l'importo effettivamente usato per sostenere la lira risulta quindi inferiore ai 43 che appaiono in un primo momento.
Ma il punto non è tanto questo, quanto se ciò ha comportato davvero una perdita come sostiene Borghi. Vendere valuta estera per acquistare moneta propria al fine di sostenere il tasso di cambio di quest'ultima non significa necessariamente conseguire una perdita. E' un semplice scambio. Se ad esempio ho un miliardo di dollari USA come riserva in valuta estera e lo vendo contro lire al cambio 1:1 (per semplicità supponiamo che il cambio sia inizialmente alla pari) alla fine non avrò più dollari ma un miliardi di lire in più. Se il cambio non varia non cambierà nulla.
Se invece il cambio dovesse variare cosa comporterebbe? Se il dollaro si apprezzasse fino a 1,2 lire contro 1 USD ed in un secondo momento decidessi di ricostituire riserve per 1 miliardo di dollari dovrò sostenere una spesa di 1,2 miliardi di lire. A questo punto si potrà dire che ho conseguito una perdita pari a 200 milioni di lire, ma non è esattamente così! Perché a bilancio avrò 1,2 miliardi di lire in meno e 1 miliardo di dollari USA in più quale riserva valutaria, riserva che in quel momento vale esattamente 1,2 miliardi di lire e dato che il bilancio è tutto espresso in lire con la valuta estera valutata a prezzo di mercato, a livello di attività a bilancio non cambia nulla.
La 'perdita' è solo quella teorica confrontando due scenari: uno reale, conseguente alla svalutazione dopo aver speso parte delle riserve, e l'altra ipotetica nel caso di non aver speso nulla a livello di riserve ed aver lasciato che la mia valuta si deprezzi sin da subito (nel caso del 1992 di uscita immediata dallo SME). Nell'esempio avrei 1 miliardo di dollari che varrebbe 1,2 miliardi di lire, quindi 200 milioni più di prima senza però aver usato lire per l'acquisto, ma semplicemente lasciando che le cose fossero andate per il loro verso.

Insomma la presunta perdita è solo ipotetica, non reale e questo lo si può verificare andando a leggere i bilanci della Banca d'Italia del 1992 e del 1993 per verificare se vi è stata effettivamente una perdita dovuta ad operazioni sui cambi.
Può forse aiutare a comprendere il concetto osservare il bilancio 2015 della Banca d'Italia alla voce riserve:


Se si guarda ad esempio alle riserve in oro, si nota come a chiusura bilancio 2015 il controvalore è diminuito rispetto al 2014 per oltre 1,1 miliardi di euro e questo è dovuto, come si legge nella nota integrativa, per effetto del calo di prezzo di mercato dell'oro:


Invece per effetto dell'apprezzamento delle valute straniere sull'euro, il controvalore in euro delle riserve valutarie è aumentato di quasi 3,4 miliardi di euro, anche se questo è un guadagno al momento nominale in quanto è relativo alla quotazione delle valute al momento della stesura del bilancio e nel caso precedente dell'oro. E' come possedere una azione di una azienda quotata in borsa, se la quotazione aumenta si ha un guadagno nominale ma diverrà effettivo solo nel momento della vendita e viceversa si conseguirà una perdita nel caso di un calo della quotazione.

In definitiva la presunta perdita in occasione dell'uso delle riserve valutarie è quindi solo teorica, se cioè non si fossero usate e si fosse deciso subito di uscire dallo SME, ma in termini reali questo non ha comportato una vera e propria perdita. Certo, se la Banca d'Italia avesse poteri di preveggenza avrebbe conseguito quel mancato guadagno, come avrebbe evitato la riduzione del valore a bilancio delle riserve in oro nel 2015, se sapendolo avesse provveduto a vendere parte dello stesso per riacquistarlo ad un prezzo inferiore in seguito. Forse Claudio Borghi possiede questa dote ed è in grado come il mago Otelma di prevedere il futuro!

Non so poi quali altre numerose (presunte) malefatte Borghi addebita a Carlo Azeglio Ciampi, dato che la decisione di rientrare nello SME fu dell'intero governo Prodi e Ciampi fu allora Ministro del Tesoro, del Bilancio e della Programmazione Economica. Questo significa che sia Salvini che Borghi potrebbero (e farebbero meglio) a rivolgere le loro sciocche accuse o a Romano Prodi oppure a Giuliano Amato, i due presidenti del Consiglio dell'epoca in questione, i quali sono tuttora vivi e pronti a controbattere, invece che farlo nei confronti di una persona appena deceduta che per questo non è in grado di replicare. Oltre a non tenere conto del dolore di familiari e parenti.

domenica 31 luglio 2016

Apologia di ignoranza economica e finanziaria - Euro & Bail-in

Quanti anni sono che abbiamo l'euro? Sedici (e qualche mese)? O 14, se consideriamo da quando lo abbiamo fisicamente per le mani? Sembra incredibile che ancora oggi ci sia qualcuno che metta in discussione il 'cambio' euro-lira a 1936,27, ovvero tante lire per fare 1 euro. C'è chi sostiene che sarebbe stato meglio un rapporto a meno, esempio a 1.500, altri a più di 2.000 lire.
Anziché mostrare un caso recente che riguarda un comune cittadino, che seppur da biasimare dopo tanto tempo ha comunque diritto di esprimere la propria ignoranza in materia, vi faccio vedere un commento al riguardo di qualche mese fa e che vede protagonista un personaggio politico noto ai meno giovincelli:


Prima di affrontare qualsiasi dibattito su quale delle diverse opinioni espresse sia esatta, è bene precisare un fatto che stronca qualsiasi analisi al riguardo:

Non è mai esistito, né poteva esserci, un tasso di cambio tra l'euro ed una qualsiasi valuta che è andata a sostituire, tra cui la lira!

Perché? Semplicemente perché l'euro null'altro è che la trasformazione in moneta circolante (nel rapporto 1:1) di una unità di conto che a sua volta rappresentava un paniere di diverse valute, valute queste (oramai 'quelle', visto che ad oggi non esistono più) che venivano scambiate sul mercato dando vita, loro sì, a rapporti di cambio. Quindi c'era un cambio lira-marco, lira-franco, lira fiorino, marco-franco (che non sono miei amici) etc... ma cambi euro-lira, euro-marco, euro-franco non sono mai esistiti. Per loro si parla infatti di rapporti di conversione.
La differenza consiste che un rapporto di conversione, qualunque esso sia, non altera alcunché, in primis i poteri di acquisto, mentre un tasso di cambio sì!

Si possono fare numerosi esempi per spiegare la differenza. Anche quello per massaie. Se ad esempio una ricetta di un dolce per 4 persone (o porzioni) prevede 2 uova e noi abbiamo a cena 6 ospiti (quindi presumibilmente 6 porzioni) dovremmo mettere 3 uova, giusto? Ogni ospite avrà così la sua porzione esattamente come nel caso delle 2 uova per una torta per 4 persone.
Sostenere che l'euro doveva valere meno (o più) di 1936,27 lire è come se uno dei 6 ospiti (il Cirino Pomicino della situazione) mentre assapora la sua porzione venisse fuori dicendo alla brava cuoca che a suo avviso anziché 3 uova avrebbe dovuto metterne 1 o 4.
Non è ancora chiaro? Nessun problema, ne possiamo fare molti altri di esempi. Intanto molte brave cuoche (e anche cuochi) avranno già capito o saranno sulla buona strada. Quello che è comunque da comprendere (dopo 16 anni!) è che qualsiasi valore fosse la conversione euro-lira, non cambierebbe nulla!

Quello che poteva influire erano semmai i tassi di cambio tra le singole valute che sono state sostituite dall'euro, ma questi tassi furono decisi dal mercato e fissati definitivamente, per passare all'euro, il 31 Dicembre 1998. Dal giorno successivo, ovvero dal 01 Gennaio 1999 le singole valute in questione non sono più state scambiate sul mercato (ma lo è stato l'euro).

Ora aggiungerò qualche considerazione personale che qualcuno potrà trovare irrispettosa, altri magari offensiva se non addirittura autorazzista:

Solo in Italia abbiamo messo in discussione il cambio, pardon... la conversione euro-lira!

In nessun altro Paese che ha adottato la moneta unica europea si mai fatto questo tipo di discussione, segno questo evidente della profonda ignoranza (intesa come non conoscenza) sia economica che finanziaria di base. E non mi rivolgo tanto ai comuni cittadini che possono essere (in parte) giustificati, ma a molti organi di informazione e specialmente ad esponenti politici di rilievo (Paolo Cirino Pomicino è stato Ministro del Bilancio e della Programmazione Economica dal 1989 al 1992).
Provate a cercare (se avete tempo da perdere) un dibattito, una discussione, un articolo a livello politico all'estero circa il tasso di conversione della ex valuta locale contro euro, esempio in Francia per i 6,559 franchi, in Germania per 1,955 marchi e così via:


(Nota: come si può leggere da questa tabella pubblicata dalla Banca d'Italia si parla di tassi di conversione e non di cambio).

Nessun cancelliere tedesco, nessun presidente francese, nessun primo ministro olandese o anche ministri di altri governi hanno mai messo in discussione questi rapporti di conversione. Non c'era alcuna ragione. Solo, qui, solo in Italia, e per giunta da parte addirittura di un primo ministro:


Tra l'altro riuscendo a dire due 'castronate' colossali in una unica affermazione. La prima è appunto confondere il tasso di conversione con il tasso di cambio, la seconda riguarda la stima. Lascio a chi legge indovinare (ammesso che non lo sappia già) perché è una 'castronata' pensare che un tasso di conversione a 1.500 lire per un euro sarebbe stato preferibile alle 1.936,27, comportando in quel caso un danno enorme alle nostre aziende.
Comunque nonostante tutto c'è ancora fiducia negli italiani da parte degli stranieri, almeno verso qualcuno visto che è italiano il presidente della Banca Centrale Europea e quello dell'Autorità Bancaria Europea, i due organismi che si occupano di banche.

E qui veniamo al secondo capito: il Bail-in (noto in lingua italiana come: 'salvataggio interno').
Questa norma, che è contenuta nella normativa relativa alla gestione delle crisi bancarie e nota anche con la sigla BRRD (Bank Recovery and Resolution Directive), prevede che a fronte, non di una situazione di lieve difficoltà da parte di una banca, ma di vera crisi che richieda un significativo intervento finanziario per evitare il fallimento, prima di invocare un aiuto pubblico (ovvero dei contribuenti) devono farsi carico in parte (almeno l'8% delle passività) gli azionisti ed i creditori (obbligazionisti con titoli - obbligazioni - non garantiti e correntisti oltre l'importo di 100 mila euro) della banca stessa. Rientrano in questa categoria di 'soggetti a rischio' i detentori di obbligazioni subordinate.
In queste settimane si fa un gran parlare di questo fatidico Bail-in: è giusto, è ingiusto? E' addirittura in contrasto con la nostra Costituzione?

Prima di affrontare questo interrogativo e schierarci per l'una o l'altra posizione occorre però puntualizzare una premessa:

Ogni banca deve essere condurre un comportamento corretto ed onesto verso i propri clienti, verso gli investitori, verso chiunque!

Non ha senso discutere di Bail-in se accettiamo che un istituto bancario possa essere aiutato a prescindere da come si è comportato verso il pubblico (clienti e non) e da come hanno agito gli organismi di controllo.
Se una banca è stata amministrata da 'malviventi', perché prima di invocare un aiuto pubblico non si procede verso questi stessi criminali  e verso gli organismi che sono preposti alla sorveglianza ma che non hanno evidentemente svolto adeguatamente il compito a loro assegnato?
Si può procedere con accuse tipo aggiotaggio, truffa, estorsione, falso in bilancio. Se poi come è accaduto per la BPVi ci sono stati esposti che sono stati archiviati allora potrebbe significare che viviamo in un Paese di truffatori garantiti, dove questi saranno anche la minoranza della popolazione ma occupano ahimè molte posizioni di rilievo.
Ebbene, io personalmente mi rifiuto di dover partecipare in qualità di contribuente a qualsiasi forma di risarcimento se accettiamo a priori che questo genere di sistema arrivi a 'graziare' questi malviventi e coloro che in qualche modo li hanno appoggiati o lasciati fare.

Se invece passiamo al caso della banca che si comporta correttamente e illustra i propri dati di bilancio in maniera trasparente, allora la questione riguarda sia l'investitore (nella veste di azionista o di obbligazionista) e sia il risparmiatore (correntista). Nel secondo caso ritengo accettabile che lo Stato provveda a garantire i suoi risparmi, a prescindere dall'importo (non solo entro i 100 mila euro), non fosse altro perché è previsto dall'art.47 della Costituzione, il cui primo comma testualmente recita:

"La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l'esercizio del credito."

Questo per quanto riguarda i cosiddetti risparmiatori, ma per quanto riguarda gli investitori la posizione, almeno quella mia personale, cambia. Se un cittadino decide di investire parte dei suoi risparmi in forme varie che comunque comportano sempre dei rischi, così come gli eventuali guadagni sono suoi anche le perdite rimangono sue!
E suo è anche il compito di informarsi sulle caratteristiche di quella forma di investimento che sceglie di utilizzare, dei possibili guadagni e dei possibili rischi. Se l'investimento dovesse andare male non può quindi invocare il risarcimento o presunto tale da parte del settore pubblico (Stato o altra istituzione pubblica), ergo dei contribuenti.
Che poi è quello a cui vanno incontro coloro che acquistano azioni oppure obbligazioni di aziende private. Non si comprende come per i medesimi strumenti finanziari emessi da un istituto bancario le regole dovrebbero essere diverse.

Ricapitolando, prima di mettere in discussione la norma del Bail-in occorre che gli organi di controllo preposti siano resi efficienti e soprattutto responsabilizzati, cioè se non dovessero svolgere correttamente la funzione a loro preposta dovranno risponderne, sia in sede penale che nei confronti del Governo, al quale dare la prerogativa di rimuovere a fronte di casi particolari il vertice dell'istituzione sebbene a questa sia comunque garantita l'indipendenza gestionale ed amministrativa.
Una volta realizzato questo presupposto occorre distinguere tra risparmiatore che ha tutto il diritto di vedersi garantiti i propri risparmi in qualunque forma essi rientrino e la figura dell'investitore che si deve assumere invece tutti i rischi che l'investimento comporta, il che include l'onere morale di informarsi in prima persona e non di agire in maniera sprovveduta invocando, nel caso le cose dovessero andare male, la fiducia riposta in questo o in quel funzionario di banca.

domenica 26 giugno 2016

Pro-euro? No, contrario al ritorno della vecchia politica monetaria (e fiscale) della lira!

Mentre in Italia come negli altri Paesi dell'Unione Europea si sono sollevati i cori roboanti degli euroscettici, siamo in attesa di conoscere cosa farà la Gran Bretagna dopo l'esito del referendum popolare, che è di tipo consultivo e non vincolante, perché qualcuno da loro sta già chiedendosi se abbiano mai commesso una fesseria...


...con la Cancelliera Merkel che frena sull'avvio delle previste trattative di separazione, probabilmente perché da Londra non è arrivata ancora la certezza di una richiesta formale e la questione non è di poco conto se si considera la posizione della Scozia:


Insomma, l'uscita della Gran Bretagna non è cosa certa al momento sebbene non sia semplice per il governo britannico andare contro la volontà popolare.

Ma venendo alle discussioni in casa nostra, capita spesso di essere definiti come pro-euro da chi vorrebbe uscirne per riadottare una moneta nazionale. Questa classificazione di "pro- o contro-euro" è in termini formali errati in quanto l'euro l'abbiamo già. Sarebbe come se negli Stati Uniti qualche politico proponesse allo Stato del Mississippi di adottare una moneta diversa dal dollaro. Oppure alla Scozia di sostituire la sterlina. Ambedue le condizioni non si potrebbero definire rispettivamente pro- o contro dollaro e sterlina, ma semmai pro- o contro la nuova moneta. Insomma non si può essere favorevoli o contrari a qualcosa che è già in vigore! Questo per dire che nel caso italiano formalmente la contrapposizione è semmai tra favorevoli all'adozione (o ritorno) di una moneta nazionale e contrari.

Personalmente non sono, o meglio non sarei, contrario in linea di principio a lasciare l'euro per la lira (o comunque la si vorrà chiamare) se mi venisse dimostrato che questo passaggio avrà conseguenze migliori del rimanere con l'euro.
E non basta che qualcuno mi dica che oggi con l'euro non abbiamo una crescita accettabile e più genericamente una situazione economica e sociale negativa. Mi si deve dimostrare che con una moneta nazionale avremo effetti migliori!
Finora ho sentito solo critiche all'euro e all'Unione Europea, ma ben poco di come si avrebbero benefici nell'abbandonare uno o entrambi. Le repliche più frequenti sono i ricorsi agli anni passati in cui avevamo la lira, ma costoro non tengono conto in primo luogo che i tempi erano ben diversi ed in secondo luogo che la situazione non era poi così migliore. Si cresceva a tassi più elevati, ma si usciva da una situazione di guerra. Il mondo era diviso in macroaree geoeconomiche non molto differenziate al loro interno.
Una azienda italiana aveva come competitor produzioni realizzate in occidente e quindi non si trovava in condizioni particolarmente svantaggiate. Oggi non solo molte di esse sono costrette a delocalizzare per ragioni di competitività ma anche di convenienza grazie ai minori costi che nessun deprezzamento potrà mai compensare
.
Durante il periodo in cui non avevamo vincoli, ovvero da quando cessò di esistere Bretton Woods (1971) a quando iniziò lo SME (1979), non è vero che la situazione finanziaria del Paese fosse così solida. Nel 1974 il governo Rumor chiese un prestito alla Bundesbank (!) per ben 2 mila miliardi di lire di allora dando in pegno 500 tonnellate di oro conservate dalla Banca d'Italia. Alla faccia di coloro che oggi sotto la tanto proclamata 'sovranità monetaria' decantano la facoltà di stampare moneta. Questi fatti gli economisti pro-exit si guardano bene dal rammentarlo.

Si sentono ribadire frequentemente i vantaggi conseguiti in occasione dell'uscita dallo SME nel 1992 e alla seguente svalutazione della lira sul fronte del commercio internazionale, con un aumento delle esportazioni e un calo delle importazioni che hanno migliorato sensibilmente la bilancia commerciale. Vero, ma gli economisti che rievocano questi esiti positivi non menzionano però anche la contropartita, in questo caso alquanto negativa, ovvero l'andamento dell'occupazione:


Dall'uscita dallo SME (fine 1992) al 1995 si persero oltre 850 mila posti di lavoro e qualcuno ricorderà che nella campagna elettorale del 1994 Silvio Berlusconi promise un milione di posti di lavoro, promessa che era appunto legata al fatto che è relativamente più semplice riassorbire un recente calo di occupati che una creazione di nuovi posti di lavoro che necessita di nuove aziende. Insomma l'uscita dallo SME non ebbe ripercussioni solo positive. Questi posti furono riassorbiti (o creati) dal 1996, ovvero quando rientrammo nello SME mentre il surplus della bilancia commerciale nel contempo si ridusse, segno che non c'è una diretta corrispondenza tra i due fattori. E questo perché da noi la quota di export era del 20% circa del PIL negli anni della lira, passata recentemente al 25% (durante l'euro), quindi conta molto di più l'andamento della domanda aggregata interna che il commercio internazionale. I sostenitori del ritorno alla lira si affannano a occuparsi del commercio estero mentre il nostro vero problema è la domanda interna.

Altro fronte da tenere in considerazione è quello dei tassi di interesse sul debito pubblico. Grazie all'appartenenza all'eurozona e alle politiche monetarie della Banca Centrale Europea l'Italia paga oggi un tasso di interesse medio del 1,5% sui titoli decennali nonostante abbiamo un basso rating. L'India, che ha un debito del 67% sul PIL, una inflazione del 5,8% e un tasso di crescita del PIL del 1,7%, paga un prezzo del 7,7% sui bond sovrani decennali e ha un rating simile a quello dell'Italia. Paga quindi il 2% in termini reali contro il nostro 1,5%.
La Gran Bretagna sul decennale paga poco più del 1% a fronte di una inflazione dello 0,3% e gli USA del 1,5% a fronte di una inflazione dello 0,8% ed entrambi godono di un rating ai massimi livelli.
Cosa ne deriva da questi dati? Che i rendimenti sono oggi alquanto allineati a dispetto dei diversi rating e che abbandonando l'euro per tornare alla lira possiamo solo correre il serio rischio di pagare di più, anche se di poco. Finora quindi non si vedono quali vantaggi si possano avere dall'abbandonare l'euro.

Rimane la politica fiscale, ovvero la prospettiva di spendere a deficit pagandolo o con l'emissione di titoli da collocare sul mercato o 'stampando moneta'. Ma se tornassimo alla lira non avrebbe senso un bilancio a deficit simile a quello odierno, cioè di pochi punti percentuali sul PIL, ma ne avrebbe se questo fosse almeno del 5%.
Davvero si pensa che la spesa a deficit genera crescita? Se così fosse dovremmo essere noi a trovarci in condizioni migliori rispetto alla media sia europea che mondiale e non sotto. Se osserviamo le nazioni che hanno conseguito una crescita sostenuta in un lungo periodo si vede come queste hanno quasi tutte un basso rapporto debito/PIL:


I dati non sono aggiornati, l'Irlanda ad esempio nel 2015 ha ridotto il debito al 94% del PIL, ma già da questa tabella emerge che generalmente i Paesi con un peso maggiore di debito, o meglio di variazioni elevate dello stesso nel tempo (conseguente a politiche di alti deficit), hanno registrato bassi livelli di crescita e viceversa.
Ed è questo il punto principale in questione dal mio punto di vista: è da millantatori far credere ai cittadini che con una, così chiamata, sovranità monetaria si ha la possibilità di poter far fronte a qualsiasi spesa in quanto così non è mai stato da parte di qualsiasi nazione nella storia. Un conto sono interventi temporanei al fine di far ripartire l'economia al momento in cui questa sta attraversando una fase di crisi incrementando gli investimenti (non la spesa corrente), altro è che anche in presenza di crescita sia possibile far pagare poche tasse ai cittadini e avere allo stesso tempo un elevato livello di servizi grazie al fatto che la differenza tra entrate ed uscite verrà compensata da emissione di base monetaria da parte della banca centrale.

Tornare alla lira non farà poi rientrare in Italia la produzione di aziende come ad esempio Benetton, oggi quasi interamente all'estero, e allo stesso tempo non impedirà alle aziende di delocalizzare la produzione di basso valore aggiunto fuori confine in Paesi con un costo del lavoro ineguagliabile da qualsiasi moneta sia adottata e a qualsiasi svalutazione questa possa subire. Il mondo con la globalizzazione è cambiato profondamente rispetto a quello che si è conosciuto dal dopoguerra fino alla fine dello scorso millennio. Le barriere ideologiche sono crollate, i Paesi che prima erano basati su una economia pianificata, oggi si sono convertiti (anche se non completamente) all'economia di mercato. I costi della logistica per portare una qualsiasi merce da una zona ad un'altra si sono ridotti considerevolmente. Oggi anche una realtà di medie dimensioni può trasferire la produzione a migliaia di chilometri di distanza senza dover investire ingenti cifre e senza eccessivi rischi. Oppure importare prodotti dall'altra parte del globo.
Oggi non c'è più convenienza come in precedenza da parte di una multinazionale straniera, ad esempio statunitense, di investire in Europa (e in Italia in particolare) piuttosto che in Cina o comunque in un Paese nel continente asiatico dove i costi sono decisamente inferiori.

Occorre quindi prendere atto della nuova era che si è avviata da diversi anni anni e guardare avanti, non pensare che la moneta possa rappresentare una sorta di macchina del tempo.

martedì 3 maggio 2016

L'illusione della svalutazione monetaria

Supponete di avere una azienda con 50 dipendenti. Ipotizzate che il costo del lavoro annuo medio di ciascuno di essi sia di 40 mila euro (un po' basso ma per questo esempio può andare bene) quindi annualmente la vostra azienda sosterrà un costo complessivo di 2 milioni di euro per il fattore lavoro.

Nel settore manifatturiero l'incidenza del costo del lavoro sul fatturato varia da settore a settore e da azienda a azienda, ma mediamente questo oscilla tra il 12 ed il 18%, per il nostro esempio prendiamo il dato medio secondo le statistiche, ovvero il 15%. Questo significa che nel caso della azienda in questione il fatturato annuo per dipendente sarà di circa 267 mila euro e quello complessivo di poco più di 13 milioni di euro.

Si ipotizzi ora che io vi venga a trovare e vi suggerisca di delocalizzare la vostra attività in un Paese dove:

costo del lavoro + tassazione + livello dei prezzi in generale

siano tutti favorevoli. Un Paese a caso:


ad esempio in Polonia, o ancora meglio in Romania o anche in Bulgaria dove il costo medio orario del lavoro è rispettivamente di 5 e 4 euro (8,60 in Polonia) contro i 28 in Italia (fonte Eurostat).
Se sceglieste la Bulgaria il costo annuo per il personale passerebbe dagli attuali 2 milioni a circa 286 mila euro con un risparmio quindi di poco più di 1,7 milioni di euro!
Con questo importo risparmiato è possibile poi pagarsi il capannone (sia esso da costruire o già pronto da acquistare) considerando che il livello dei prezzi è proporzionalmente inferiore, magari non 1/7 come il costo del lavoro ma comunque non molto diverso. Di conseguenza se in Italia la realizzazione di un fabbricato costerebbe 1 milione, in Bulgaria potreste cavarvela con 150 mila o 200 mila euro. E ogni anno successivo conseguireste maggiori profitti per 1,7 milioni di euro grazie al risparmio sul costo del lavoro, pari al 13% del fatturato.

Se poi aggiungiamo che la tassazione sugli utili in Bulgaria è decisamente inferiore, credo che la cosa si faccia davvero interessante (tratto da una recente pubblicazione Eurostat):


Insomma, risparmiereste 1,7 milioni di euro all'anno (13% del fatturato), paghereste complessivamente molte meno tasse e ogni spesa effettuata in quel Paese (vedi fabbricato) costerebbe molto meno che qui in Italia. Siete convinti?

Probabilmente chi avrà letto qualche libro (o blog) di economisti che propongono soluzioni avventate come quella "dell'uscita dall'euro e conseguente svalutazione" vi lascerà perplessi sull'accettare la mia proposta. In tal caso queste che seguono sarebbero le considerazioni che vi formulerei.

Ritornare ad una valuta nazionale che subisca un deprezzamento iniziale (o chiamiamola anche svalutazione) consistente, diciamo un 30% rispetto a quelle di riferimento (in primis dollaro USA), vi consentirebbe di aumentare la competitività sui mercati internazionali. Un generico prodotto che vendete a 100 euro, all'indomani di questa svalutazione per un cliente straniero è come se costasse 70 euro (o neo-lire supponendo che il cambio sia alla pari tra la nuova lira e l'euro) o comunque il 30% in meno rispetto a prima. Sicuramente avrete un incremento nelle vendite all'estero, magari non del 30% ma comunque si può ipotizzare un incremento apprezzabile.
Ma allora perché le imprese italiane guardano con scarso interesse a questa soluzione?
Intanto per quanto esposto prima è facile intuire quanto sia conveniente delocalizzare rispetto a questa soluzione che consentirebbe sì, di divenire più competitivi sul mercato internazionale aumentando le vendite, ma pur sempre in una realtà dove i profitti sarebbero tassati sempre in egual misura. Si è visto nell'esempio iniziale che solo grazie al differenziale sul costo del lavoro i profitti potrebbero aumentare del 13%, cosa che non sarebbe raggiungibile nella seconda situazione: aumenterebbe il fatturato (estero!) ma i margini crescerebbero di poco.

In secondo luogo c'è da considerare il fatto che ad ogni impresa interessa relativamente poco il fatturato in una zona specifica (in questo caso all'estero), specialmente se la quota di questo sul totale è meno della metà.
Per un imprenditore è determinante stabilire le ripercussioni sull'intero mercato di vendita (nazionale ed estero)!
Chi vi ha mostrato centinaia di volte i grafici del saldo commerciale italiano a seguito dell'ultima svalutazione della lira nel 1992, non vi ha però mostrato quello sull'andamento dell'occupazione in Italia nel triennio successivo, dove si sono persi circa 850 mila posti di lavoro sebbene le vendite all'estero si siano incrementate.

Ma un altro aspetto che lascia perplessi gli imprenditori sulla soluzione uscire dall'euro è che i vantaggi di questa sarebbero temporanei, dopo qualche anno verrebbero meno.
Io ho cercato di rappresentare la dinamica degli eventi post-svalutazione con questo esempio che ho chiamato "La settimana della svalutazione". Supponete di essere l'amministratore delegato di una azienda:

Domenica: Governo e Banca Centrale annunciano l'uscita dall'euro.

Lunedì: la neo-lira viene scambiata subito al 30% meno della parità nominale iniziale con le altre maggiori valute ed il vostro direttore commerciale vi comunica esultando che le vendite sul mercato estero sono cresciute sensibilmente.

Martedì: il vostro buyer vi comunica che i vostri fornitori di beni e servizi hanno aumentato i listini. Questo perché i prodotti di importazione sono aumentati così come il costo dell'energia.

Mercoledì: il vostro direttore finanziario vi comunica che le banche hanno aumentato i tassi di interesse debitore con conseguente aggravio degli oneri finanziari.

Giovedì: i sindacati chiedono un aumento delle retribuzioni per compensare quello dei prezzi in generale causato dalla svalutazione, aumento (si legga inflazione) che non sarà del 30% ma in ogni caso tale da far perdere sensibilmente il potere di acquisto.

Venerdì: vostro malgrado vi troverete costretti ad aumentare i listini di vendita (nazionale ed estero) dei vostri prodotti iniziando così ad annullare parte del vantaggio competitivo conseguito, processo questo che proseguirà per qualche tempo fino a ritrovarvi nella medesima situazione di partenza.

Questo molto schematicamente e senza considerare quale effetto avrà la svalutazione sulle vendite interne, che solitamente portano ad un crollo e quindi complessivamente a conseguenze più negative che positive essendo il mercato interno quello prevalente. Come avvenuto nel 1992.