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giovedì 18 maggio 2017

Spesa pubblica, pressione fiscale e inflazione

E già...si stava meglio quando avevamo la lira, la sovranità monetaria e tutti vivevamo felici e contenti. Escludendo però terrorismo e anni di piombo, mafia, sequestri di persona, rivendicazioni sociali e sindacali ed emigrazione di massa. Fenomeni questi che hanno sì caratterizzato soprattutto un periodo lontano ma pur sempre durante e poco dopo il famoso Miracolo Economico. Una breve considerazione sull'argomento l'avevo già scritta 3 anni fa qui.
Che si stava meglio alcuni decenni or sono mi sa molto di nostalgico e poco di realistico. Così, di primo acchito, mi verrebbe da proporre a chi sostiene questo di sostenere il medesimo stile di vita che la maggior parte delle famiglie aveva durante gli anni '50, '60 e '70 e poi verifichiamo se costoro che oggi lamentano di non arrivare alla fine del mese continuano a dirlo. Pensiamo a quante famiglie avevano all'epoca un televisore in casa, una lavastoviglie, una lavatrice. Oppure con quale frequenza acquistavano abbigliamento, calzature o arredamento. Quante famiglie prendevano un volo aereo per trascorrere anche un solo weekend in una città straniera, che so...Parigi, Londra.
Insomma, prima di lamentarsi occorre fare un confronto tra la quantità di beni che oggi ci possiamo comunque permettere rispetto a quelli che si potevano permettere i nostri genitori o i nostri nonni con i compensi di allora.
Con questo non si vuole sostenere che oggi non vi sia una situazione di insoddisfazione da parte di molte famiglie, ma occorre però portare la questione su un piano realistico e soprattutto comprenderne le cause.

Oggi si punta (troppo) spesso il dito contro cause che però non vengono supportate da sufficienti elementi a sostegno di queste tesi. Questa settimana ad esempio l'ISTAT ha diffuso due dati macroeconomici riguardanti l'andamento della nostra economia: la crescita del Prodotto Interno Lordo nel primo trimestre di quest'anno e l'andamento - in crescita - delle nostre esportazioni. Nel dettaglio, il PIL, sebbene quale stima preliminare, è aumentato in tale periodo dello 0,2%(*) rispetto al precedente e dello 0,8% rispetto allo stesso trimestre del 2016 (dato tendenziale). La variazione acquisita per quest'anno è dello 0,6%, cioè significa che se i prossimi 3 trimestri vedessero una crescita in termini percentuali - rispetto al periodo precedente - uguale a quella avuta nel 2016 il PIL a fine 2017 vedrebbe una crescita appunto dello 0,6% rispetto al 2016, anno in cui però il PIL è cresciuto del 1% rispetto al 2015, quindi la crescita sarebbe inferiore a quella avuta l'anno scorso e questo comporta che ora serva una spinta alla nostra economia.

(*) Il dato, è bene ricordarlo, è quello corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato cioè è un dato più statistico che reale (grezzo). Intendo dire che la stima della ricchezza prodotta è stata rettificata in funzione ad esempio dei giorni lavorativi di calendario e depurata degli effetti stagionali (attraverso calcoli specifici). E' un po' come se ad una azienda che fattura 1 milione di euro in un trimestre, l'Istituto di Statistica facesse rilevare che quel trimestre ha avuto due giorni in più di calendario rispetto al trimestre precedente e che quindi stima che il fatturato, tenendo conto di questa differenza, fosse non di 1 milione bensì di 967.742 euro se quel trimestre anziché essere stato di 60 giorni lavorativi ne ha avuti 62. L'azienda ha fatturato comunque 1 milione, al di là di quello che la statistica poi rileva per ragioni che qui non è il caso di approfondire - sebbene facilmente intuibili - e su quella cifra paga le sue fatture ed in caso di utili le imposte previste, non sul fatturato 'rettificato'.
In ogni caso i dati che prendiamo in considerazione non sono quelli grezzi (il milione di euro fatturati dalla nostra azienda) ma quelli elaborati dai vari istituti nazionali di statistica (es.i 967.742 euro) ed è a quelli che dobbiamo fare riferimento.

Il secondo dato che l'ISTAT ha diffuso in settimana riguarda il nostro commercio estero, con le esportazioni cresciute nel primo trimestre di quest'anno del 3% rispetto al precedente, mentre le importazioni sono aumentate un po' di più: 3,3%.
Confrontando questi due dati viene da chiedersi: come mai a fronte di un aumento così sensibile delle esportazioni, il PIL vede invece un incremento così basso?
Una prima risposta è già contenuta nel dato riguardante il commercio internazionale: le esportazioni sono cresciute sì del 3% ma le importazioni del 3,3%, questo comporta che il contributo alla crescita del PIL sia negativo essendo dato dalle esportazioni nette: export - import.
Questo però non implica che le nostre imprese facciano fatica a vendere i loro prodotti oltre confine dato che l'andamento delle nostre esportazioni è sempre in crescita ed a tassi apprezzabili. Quindi chi punta il dito contro l'euro quale causa della bassa crescita economica, in quanto ostacolerebbe le esportazioni, afferma una cosa non sostenuta dai fatti.

Se il commercio estero non rappresenta il problema, allora dovremo guardare alla domanda interna, cioè ai consumi dei residenti:


Già guardando a questo grafico, che l'ISTAT mette a disposizione assieme ad alcuni altri nella propria pagina internet iniziale, si vede come il commercio al dettaglio sia decisamente fiacco, per usare un eufemismo.
Insomma, se invece di chiamare in causa fattori esogeni provassimo ad ipotizzare che la ragione sia interna?

Riprendiamo la parte iniziale di questa analisi, benché controversa, ovvero che si stava meglio negli anni della lira e facciamo una breve analisi economica.
Prendendo le tabelle ISTAT a disposizione e riguardanti la contabilità nazionale a partire dal 1980 vediamo come le entrate fiscali fossero decisamente inferiori rispetto al PIL di quanto lo sono oggi:


Questa crescita, diversamente da quanto affermato spesso, non dipende né dall'ingresso nella moneta unica né dal divorzio tra Banca d'Italia e Ministero del Tesoro, divorzio che ha portato sì un incremento della spesa per interessi sul debito pubblico, ma la sua incidenza è stata relativa in quanto questa risiede prevalentemente nell'aumento della spesa pubblica. Infatti se prendiamo sempre i dati ISTAT di contabilità nazionale e guardiamo al rapporto tra spesa pubblica complessiva, al netto e non della spesa per interessi, vediamo come questa sia aumentata in rapporto al PIL:


Come si può notare dalla tabella la spesa per interessi è aumentata notevolmente ma in ogni modo la spesa pubblica è cresciuta anch'essa sensibilmente, da un 37% del PIL nel 1980 fino addirittura al 44% toccato nel 1993. Aggiungendo quella per interessi si può verificare come si superi il 50% della ricchezza prodotta (PIL) arrivando a toccare, proprio nel 1993, il 57%.

Un governo, si sa, si finanzia attraverso le entrate fiscali e quando queste non coprono interamente il fabbisogno, attraverso un prestito emettendo in cambio obbligazioni. Prima del divorzio Banca d'Italia - Ministero del Tesoro, il governo si rivolgeva ai risparmiatori emettendo titoli di breve durata, i Buoni Ordinari del Tesoro, che avevano scadenza a 3, 6 e 12 mesi, il cui rendimento era dato dalla differenza tra prezzo nominale e quello di aggiudicazione. Il governo poi stabiliva un prezzo minimo di collocamento, al disotto del quale non era disposto a vendere. Questo permetteva di fissare un tetto al costo, cioè al compenso concesso all'acquirente. I titoli invenduti erano acquistati dalla nostra banca centrale ad un prezzo prefissato. Questo meccanismo ha però comportato una crescita dei prezzi (inflazione) che penalizzava maggiormente i cosiddetti redditi vincolati o fissi, crescita che è andata a toccare anche le due cifre percentuali. La lira era sempre oggetto di deprezzamento sui mercati e questo comportava un aumento della spesa per l'acquisto delle materie prime generando altra inflazione. La nostra banca centrale faceva fatica a contenere il cambio entro margini di oscillazione accettabili e questo a prescindere dall'adesione allo SME o altro. Ad esempio si vedano i prestiti richiesti e concessi a livello internazionale negli anni '70 alla nostra banca centrale per sostenere la debolezza della lira, tra cui quello famoso del 1974 concesso dalla Deutsche Bundesbank di 2 miliardi di dollari di allora ipotecando da parte nostra oltre 500 tonnellate di oro:


Nel 1974 l'Italia ebbe, questo per i cosiddetti sovranisti, piena sovranità in quanto gli accordi di Bretton Woods erano cessati nel 1971 e nel 1973 l'Italia uscì dal Serpente Monetario iniziato appena un anno prima (lo SME vedrà poi la sua luce nel 1979). La causa principale fu la crisi petrolifera del 1973 che portò ad un notevole aumento dei prezzi del petrolio.
Questo per dire che una sovranità monetaria non garantisce da forti shock economici.

Dopo il divorzio del 1981 la Banca d'Italia non è più tenuta a comprare i titoli invenduti del governo e questo lo spinge ad accettare il costo di mercato, ovvero ad emettere titoli che abbiano rendimenti in linea con quelli di mercato. La spesa per interessi dal 1981 aumentò ma al tempo stesso la quantità di moneta non crebbe più come prima andando così a calmierare l'inflazione. Ma come visto prima non è questa la ragione primaria che ha fatto aumentare il nostro debito pubblico, bensì l'aumento della spesa pubblica e solo secondariamente quella per interessi. L'aumento del livello del debito ha toccato livelli di allarme per gli investitori che richiedevano tassi di rendimento sempre maggiori. Questo è stato poi evitato in gran parte grazie all'adesione alla moneta unica che offre agli investitori una garanzia circa la nostra solvibilità data dal rispetto alle regole di bilancio che l'Unione Europea si è data. Questo lo si può verificare confrontando i rendimenti dei titoli di Stato di quei governi il cui rating è simile a quello sui nostri, ad esempio l'India che nonostante una crescita più sostenuta (+1,6% nel 2016), un debito del 70% sul PIL ed un deficit del 3,5%, deve concedere un premio pari a 3 punti e mezzo percentuali in termini reali, cioè al netto dell'inflazione, sui titoli decennali contro il nostro 0,25% circa.

Pressione fiscale e inflazione
Come visto l'aumento della pressione fiscale è stato causato in primo luogo da quello della spesa pubblica e secondariamente, contribuendo comunque sensibilmente, a quello per interessi dato che il governo non è in grado di coprire l'intera spesa con le sole entrate fiscali e né può pensare di far pagare agli investitori una porzione rilevante di essa (a prescindere dai vincoli dei trattati europei).
L'aumento della spesa pubblica complessiva comporta quindi un aumento della pressione fiscale ed un aumento di questa genera inflazione semplicemente perché imprese e lavoratori autonomi, più liberi di modificare i prezzi di vendita di beni e servizi, riversano su questi l'incremento di oneri fiscali. I lavoratori dipendenti hanno per definizione una maggiore rigidità, soprattutto in presenza di una situazione non positiva di crescita economica, in questo caso infatti le imprese tra riduzione dei profitti netti e aumento dei costi causati da quello dei listini dei fornitori saranno meno disponibili a concedere aumenti salariali ai propri collaboratori.

Prendendo i dati ISTAT sui prezzi per famiglie di impiegati ed operai nel periodo considerato sopra (1980-2000) si può osservare come questi siano aumentati proporzionalmente in coincidenza dell'incremento di spesa pubblica e pressione fiscale:


Questo effetto porta ad un ulteriore impoverimento del potere di acquisto delle famiglie, già penalizzate da una maggiore pressione fiscale conseguente una maggiore spesa pubblica. Nel corso del tempo si giunge così ad una crescita sempre minore dei consumi interni, i quali non vengono compensati dalle vendite all'estero (esportazioni), il che comporta una riduzione degli investimenti privati da parte delle aziende dato che non c'è ragione di incrementare la capacità produttiva, la produttività così non migliora e l'intera economia non cresce più a livelli tali da assorbire la nuova forza lavoro (giovani).

Si tenga poi conto che nella stima del Prodotto Interno Lordo viene inclusa anche la cosiddetta economia sommersa, ovvero quella che da un certo punto di vista produce reddito ma che essendo sconosciuto al fisco non viene tassato e quindi non contribuisce alla spesa, la quale grava così sui contribuenti onesti. L'incidenza di questa non è irrilevante, ad esempio nell'anno 2014 è stata del 13% del PIL:


Questo significa che la stima della pressione fiscale risulta per definizione alterata in quanto essa dovrebbe essere rapportata al PIL conseguito regolarmente. Se ad oggi questa risulta essere del 43% sul PIL 'viziato' da un 13% di sommerso, ne deriva che realmente, ovvero su chi le imposte le versa, questa risulta essere praticamente del 50%. Con un livello tale e qualità dei servizi ottenuti in cambio inferiore a quelli che Paesi con spesa inferiore o uguale hanno, ne deriva che essa rappresenta una zavorra dalla quale occorre liberarci, diversamente l'economia non potrà vedere crescite adeguate nonostante i risultati a livello internazionale.

venerdì 17 febbraio 2017

Target2 e euroexit

"Ma che ce 'mporta, 'a bicciè, noi nun te pagamo!"
Ad un mese dalla lettera (qui il testo in italiano) con cui Mario Draghi, presidente della Banca Centrale Europea, ha risposto ad una interrogazione presentata da due europarlamentari italiani del Movimento 5 Stelle, Marco Valli e Marco Zanni (il quale recentemente ha lasciato il M5S per passare alla Lega di Salvini), ne ho lette e sentite di fesserie su questo tanto citato Target2. Il punto, oggetto di tanta polemica, riguarda per la precisione la frase finale della lettera in cui è scritto:
"Se un paese lasciasse l’Eurosistema, i crediti e le passività della sua BCN nei confronti della BCE dovrebbero essere regolati integralmente."
Apriti cielo! A questa dichiarazione del tutto ovvia, sono seguiti (e seguono) dibattiti circa la veridicità o meno di tale affermazione e quello che da un lato ho trovato anche divertente per le polemiche attorno ad una questione di pura lana caprina oltre che scarsamente rilevante (più avanti spiego il perché di questa considerazione), dall'altra avverto una certa dose di amarezza quando le fesserie inesattezze provengono non dall'uomo della strada ma da giornalisti economici o da qualcheduno che si definisce economista o comunque soggetti che dovrebbero essere a conoscenza di cosa si sta parlando.

Cosa è il Target
Il sistema Target (acronimo di Trans-European Automated Real-Time Gross Settlement Express Transfer) è una piattaforma europea per regolare (in inglese settlement) pagamenti di importo rilevante in euro in tempo reale (Real-Time) e al lordo (Gross). Insomma, sebbene per far capire il funzionamento si ricorre spesso all'esempio dell'acquirente privato che acquista un bene di importo non elevato all'estero all'interno di un Paese dell'eurosistema, in realtà il sistema Target è usato per i pagamenti di importi rilevanti effettuati da istituzioni creditizie tra loro.
Quando eseguiamo un bonifico, a noi può sembrare una operazione semplice sia che venga fatta allo sportello oppure on-line, ma in realtà questa è relativamente complessa soprattutto quando occorre effettuare un pagamento all'estero. Se l'esecutore ed il beneficiario hanno il conto presso la stessa banca l'operazione risulta semplice ed il tutto viene svolto dalla stessa che addebita la somma al primo e la accredita al secondo.
Un po' più complicato quando i due soggetti coinvolti hanno conti presso banche differenti. In questo caso se le operazioni fossero una o poche si potrebbe anche pensare a semplici passaggi di denaro, ma come si può immaginare le operazioni finanziarie sono numerose e riguardano una moltitudine di banche coinvolte, figuriamoci poi se prendiamo in considerazione le banche di tutto il mondo.
Ecco quindi che occorre affidarsi a strumenti che siano in grado di eseguire il tutto in (relativamente) semplicità e sicurezza. In queste procedure occorre considerare la fase di compensazione (in inglese clearing), che è quel processo in  cui le banche ed altre istituzioni finanziarie regolano tra loro i rapporti di dare e avere in un determinato momento. Segue poi la fase di regolamento (in inglese settlement), che è il processo in cui viene data esecuzione delle operazioni di dare e avere.
Per comprendere il meccanismo si immagini di trascorrere una giornata con un collega e che durante la stessa ciascuno a turno paghi per entrambi una qualsiasi voce di spesa. A fine giornata ci si sieda poi in una stanza (in finanza è chiamata tecnicamente camera di compensazione - in inglese clearing house) per fare i conti di chi si trova a credito e chi a debito. Questa è la fase appunto di clearing. Poi una volta stabilite le posizioni, chi si trova a debito effettua il pagamento dell'importo conseguente. Questa fase - tecnicamente di regolamento - è quella di settlement.
In questo caso è descritta la procedura di regolamento netto (net settlement), cioè confrontando tra loro una serie di operazioni di dare e avere per giungere ad una posizione finale, netta. Se invece ad ogni spesa effettuata da noi o dal collega si fosse proceduto di volta in volta ad un pagamento da parte del debitore verso il creditore, allora saremmo di fronte ad un regolamento lordo (gross settlement).
Il sistema Target è un sistema di regolamento lordo in tempo reale (Real Time Gross Settlement - RTGS).

Pagare o no il passivo sul Target2?
Quando si effettua un trasferimento di denaro da una banca di un Paese ad un'altra a seguito di un pagamento (es. bonifico), l'operazione non avviene direttamente tra i due istituti ma interviene un soggetto intermedio, in questo caso le banche centrali. Se una banca italiana deve pagare una somma per conto di un proprio cliente ad un soggetto residente in Brasile e che ha il conto presso una banca brasiliana, l'operazione transiterà attraverso le banche centrali dei due Paesi i quali non agiranno direttamente tra loro, ma si affideranno ad un soggetto terzo: la Banca dei Regolamenti Internazionali (Bank of International Settlements - BIS) con sede a Basilea.
Nel caso dell'eurozona, il regolamento all'interno della stessa tra banche centrali avviene attraverso la piattaforma Target che da luogo ad una posizione creditizia e una debitoria, che però sono registrate solo contabilmente senza dare luogo ad un pagamento effettivo. E' come il caso in cui una banca concede un fido ad un cliente, costui può effettuare un pagamento utilizzandolo e nel caso dell'eurozona questo fido è illimitato, ovvero non ci sono limiti alla posizione creditoria o debitoria raggiunta. Però, come nel caso in cui il cliente che decidesse di chiudere il conto per aprirlo presso altro istituto sarebbe chiamato a saldare una posizione debitoria, ovvero di fido utilizzato, anche in quello dell'eurozona la banca centrale del Paese che decidesse di uscirne sarebbe chiamata a saldare tale posizione e, nel caso sia debitoria, a pagare alla banca Centrale Europea il 'fido ottenuto'.

Perché il saldo Target2 è un non problema
La posizione sul Target2 di ciascun Paese membro è registrata contabilmente nello stato patrimoniale della sua banca centrale, tra le passività se negativa, tra le attività se positiva. Prendendo ad esempio gli ultimi bilanci della Banca d'Italia e della Deutsche Bundesbank rileviamo:

Banca d'Italia (dal bilancio 2015 - passivo)


Deutsche Bundesbank (dal bilancio 2015 - attivo)

Come si può verificare, sia nel caso della Banca d'Italia che in quello della Deutsche Bundesbank, le diverse posizioni a bilancio nello stato patrimoniale, rispettivamente debitoria e creditoria, sono quelle registrate nel saldo Target2 a fine 2015 e diffuse dalla BCE:


Questo ci dice due cose fondamentali:
  1. La posizione a credito o a debito è della sola banca centrale, quindi in caso di situazione a debito lo stesso non riguarda il governo, i cittadini o altri, ma solo la banca centrale.
  2. Essendo una voce a bilancio occorre guardare al medesimo per comprendere se una situazione debitoria comporti una posizione a rischio oppure no. Nel caso della Banca d'Italia è vero che ad oggi questa voce ha raggiunto i 359 mld di euro ma fino a quando il bilancio, come è stato per il 2015, è in attivo, ovvero le attività sono maggiori delle passività - incluso la posizione all'interno dell'eurosistema - questo non rappresenta un problema!
Nel 2015 avevamo una passività all'interno dell'eurozona di 248 mld di euro ma complessivamente il bilancio si è concluso con un attivo di 6 mld di euro. Se a fine 2016 si conseguisse un risultato positivo questo significherebbe che nonostante una posizione debitoria verso l'eurosistema di 359 mld la banca d'Italia avrebbe comunque all'attivo voci in grado di compensarla. Il problema sorgerebbe se una o più voci in attivo dovessero subire un deprezzamento riducendo così la situazione nello stato patrimoniale portando ad una perdita, quindi non in grado di coprire parte della voce in questione.

In conclusione Mario Draghi ha affermato una cosa ovvia nel dire che un Paese che intende lasciare l'eurozona deve regolare la posizione verso l'eurosistema e nello specifico verso la Banca Centrale Europea, sebbene le modalità non sono al momento contemplate e quindi occorrerebbe definirle nel caso si presentasse questa eventualità.
Poi che questa operazione riguarda solamente la banca centrale e non i cittadini o il governo, operazione che non rappresenta di per sé alcun dramma fin quando il bilancio è in attivo come allo stato attuale o anche in pareggio. Infine serve rammentare che questa compensazione è stata svolta quotidianamente in passato tra le banche centrali dell'attuale eurosistema ed avviene tutt'oggi con quelle che non ne fanno parte, una cosa quindi di normale amministrazione, insomma nulla di cui sorprenderci.

giovedì 11 agosto 2016

Il tanto biasimato surplus della Germania

Se ne parla spesso, se ne parla male = se ne parla spesso male. E' il surplus delle partite correnti o current account in inglese. In tedesco Leistungsbilanz. Il saldo (o conto) delle partite correnti comprende quattro altri saldi (tra parentesi il nome in tedesco):
  1. Saldo merci (Warenhandel)
  2. Saldo servizi (Dienstleistungen)
  3. Il saldo redditi (Primäreinkommen)
  4. Saldo trasferimenti correnti (Sekundäreinkommen)
(Per la descrizione delle diverse voci consiglio di leggere un articolo più ampio riguardante la Bilancia dei Pagamenti scritto dal Prof. Alberto Bagnai, un economista e docente presso l'Università di Chieti-Pescara del quale non condivido gran parte delle sue critiche all'euro, all'Europa e soprattutto alla Germania ed ai motivi per cui le loro aziende oggi esportano così tanto, però devo riconoscere che nelle spiegazioni degli argomenti che insegna è molto chiaro ed efficace.)

La Germania sta conseguendo da alcuni anni un record in termini di surplus delle partite correnti rispetto al PIL e questo viene contestato da molti economisti anche per il fatto che viola un parametro europeo.
Lo scopo di questo articolo è esaminare ora come stanno le cose e anche osservare la questione da un diverso punto di vista da quello fornito dalla maggior parte dei commentatori, smentendo inoltre alcune imprecisioni che vengono dette oltre che descrivere cosa rappresenta in pratica questo surplus e le sue implicazioni.
Vediamo il saldo (o conto) delle partite correnti degli ultimi tre anni:


Il dato dell'anno scorso è decisamente elevato, sia in valore assoluto che in termini percentuali sul Prodotto Interno Lordo che nel 2015 è stato di 3.025,9 mld di euro da cui risulta un rapporto Current account/PIL del 8,5%, ben oltre il limite superiore stabilito dalla Commissione Europea che è del 6%.
Come si può notare la componente maggiore è rappresentata dal saldo merci, mentre i servizi registrano un valore negativo così come il saldo trasferimenti. Ma anche il saldo redditi merita una annotazione in quanto, per quello che rappresenta, un dato di oltre 60 mld è decisamente elevato, pari a poco più del 2% del PIL. Il saldo redditi infatti esprime la differenza tra i redditi da lavoro e da capitale conseguiti all'estero da soggetti residenti in Germania e quelli conseguiti in Germania da residenti stranieri. Va precisato che la quasi totalità di questo ammontare è costituito da redditi vari da investimento (Vermögenseinkommen). La somma del PIL con i redditi netti dall'estero (o RNE), in questo caso con i 60 ed oltre mld di euro della Germania, costituisce il Prodotto Nazionale Lordo (PNL = PIL + RNE). Nel 2015 il PNL è risultato quindi ben maggiore del PIL, infatti il PIL è stato di 3.025,9 mld di euro ed il PNL di 3.091,3 mld, segno di un Paese altamente in salute.
Considerando che i servizi ed i trasferimenti netti dall'estero compensano questo importo, possiamo quindi concentrarci sulla componente determinante, ovvero il saldo merci.

Credo sia intuitivo comprendere che un Paese che consegue un alto livello di surplus si arricchisca, al contrario di uno che vede invece un forte deficit e questo all'interno di un'area economica che condivide la stessa valuta può rappresentare, o anzi rappresenta davvero una disfunzione. Ecco perché la Commissione Europea ha stabilito dei limiti in termini di surplus e di deficit delle partite correnti in rapporto al PIL, rispettivamente +6% e -4%.
Questo parametro, va precisato, rientra in un elenco di ben 14 parametri che la Commissione stessa ha stabilito all'interno del più ampio Patto di Stabilità e Crescita con lo scopo di consentire una crescita il più possibile uniforme (o se si preferisce il meno difforme) tra le economie dei Paesi aderenti all'Unione Europea.
L'elenco originale in lingua inglese tratto dal sito della Commissione Europea è il seguente:


Sono sottolineati i parametri che Germania (in blu) e l'Italia (in verde) non stanno rispettando. In dettaglio la situazione che la Commissione Europea ha rilevato a fine 2015 per i due Paesi è la seguente: 



I parametri che vengono contestati in quanto non rispettano o non rientrano  nei limiti previsti sono quelli evidenziati nella tonalità più scura. Come si può vedere ambedue i Paesi hanno più parametri in contestazione, non da ultimo il debito eccessivo.

Perché la Germania non viene mai sanzionata?
Questa è una accusa che viene spesso ripetuta, però è priva di motivazione per il semplice fatto che una sanzione non è prevista! Per essere precisi è prevista sì una sanzione, ma solo se il Paese in oggetto non accetta o non rispetta le indicazioni che giungono dalla Commissione Europea per uscire dalla procedura di infrazione e queste indicazioni sono spesso delle azioni concordate insieme ai governi. Nel caso della Germania ad esempio, per quanto riguarda l'eccessivo surplus, il governo tedesco ha concordato delle misure atte a ridurlo però non è così semplice come può apparire. Ma prima di vedere questo aspetto completiamo l'informazione relativa all'iter che viene adottato dalla Commissione Europea.
Quando un Paese è in infrazione perché disattende uno o più parametri di quelli previsti, la Commissione Europea avvia una fase cosiddetta di "allerta" e mette sotto esame il Paese questione. Per ciascun parametro la Commissione assegna una categoria in base alla situazione di gravità in cui si trova:
  1. No imbalance (nessuno squilibrio)
  2. Imbalances (squilibrio)
  3. Excessive imbalances (squilibrio eccessivo)
  4. Excessive imbalances with corrective action (Excessive Imbalance Procedure, EIP) (Squilibrio eccessivo con azione correttiva)
Ogni anno nel mese di Novembre la Commissione Europea predispone una situazione (un report) per ciascuno Stato membro che si trovi a disattendere uno o più parametri, questo report poi viene messo al vaglio dei ministri finanziari che lo discutono, danno un loro parere e discutono le azioni che intendono intraprendere per uscire dalla situazione:


Se le azioni non avessero successo se ne vagliano altre che vengono sempre discusse insieme.
Per coloro che invocano una sanzione nei confronti della Germania perché la vogliono punita per essere troppo competitiva, suggerirei di stare tranquilli perché nell'ordine di gravità noi siamo più esposti, ovvero più vicini a ricevere una sanzione, sanzione che come scritto precedentemente non viene applicata perché il nostro governo discute costantemente con la Commissione Europea misure atte a rientrare dagli squilibri. Chiudo questa parte facendo presente che un po' tutti i Paesi ad oggi si trovano ad avere squilibri macroeconomici:


Come si vede dallo schema l'Italia si trova in una posizione di non deficit eccessivo (al momento stiamo rispettando i limiti concessi dalla Commissione Europea), ma di eccessivo squilibrio per alcuni parametri, primo fra tutti il rapporto Debito/PIL.
La Germania invece si trova in una posizione di squilibrio in merito ad alcuni parametri ma ancora non giudicati eccessivi (Excessive imbalances). Croazia, Francia e Portogallo si trovano addirittura nella condizione sia di squilibrio di alcuni parametri macroeconomici che di deficit eccessivi.

Ma la Germania cosa fa per ridurre il surplus?
Il surplus commerciale non è come un avanzo di bilancio pubblico, è semplicemente un valore contabile che è dato dalla differenza tra quanto migliaia di attività vendono all'estero e quanto altrettante migliaia importano, attività che non sono le medesime infatti ci possono essere aziende che importano o che esportano solamente. Questo in risposta a chi propone che una parte di questo surplus la Germania lo distribuisca agli altri Paesi. Ammesso di voler distribuire ad esempio i 75 mld di euro di eccessivo surplus (quello oltre il 6% del PIL stabilito) dove si vanno a prendere? Si tassano le aziende che esportano? Si tassano un po' tutti? Di sicuro non nelle casse nel governo perché non è li che finisce il surplus.
Più coerentemente la Commissione Europea ha chiesto al governo di Berlino di incrementare gli investimenti ed ha auspicato che anche i redditi aumentino, in maniera da avere un conseguente incremento della domanda aggregata, in questo modo da più consumi si avrebbe un aumento anche delle importazioni. Il governo Merkel, nonostante non allenti di molto i cordoni della borsa in quanto non intende andare a deficit, ha comunque predisposto un piano finanziario che prevede un incremento della spesa pubblica:


Occorre però precisare che recentemente i consumi delle famiglie hanno registrato un tasso di incremento più marcato rispetto al passato, passando dai 2.001 mld di euro del 2011 ai 2.222 del 2015, pari ad un incremento medio del 2,7% annuo. Ha inoltre dato un contributo la decisione di fissare un livello minimo di retribuzione oraria di 8,50 euro dal 01.01.2015 che passeranno a 8,84 euro dal 2017.
Però il governo non ha influenza sulle retribuzioni del settore privato, quella è una questione che riguarda strettamente le parti sociali.

Perché il surplus non si riduce e dove è conseguito?
Qui veniamo probabilmente ad affrontare le domande che più vengono poste e più interessano. La Germania ha recentemente visto variare la sorgente dalla quale trae il suo surplus commerciale (di beni). Se prima era prevalentemente dai Paesi dell'area euro, da un quinquennio le cose si sono invertite, il surplus dall'eurozona è progressivamente calato (anche se rimane elevato) mentre è cresciuto progressivamente quello dai Paesi extra eurozona:


(EWU-Länder sono i Paesi dell'eurozona e sono rappresentati dal colore blu, mentre gli altri da quello grigio. Warenausfuhr e Wareneinfuhr sono rispettivamente le esportazioni e le importazioni mentre Außenhandelssaldo è il saldo commerciale).

C'è una osservazione importante da fare riguardo l'andamento delle esportazioni e delle importazioni. Se guardiamo al dato del 2015 della crescita delle esportazioni e delle importazioni ai prezzi correnti, rileviamo che sono aumentate rispettivamente del 6,4% e del 4%, mentre se li rileviamo in volume, ovvero a prezzi costanti e concatenati, l'andamento registrato è l'inverso con una crescita rispettivamente del 5,4% e del 5,7%. Questo significa che le merci entrate sono aumentate più di quelle uscite in termini di quantità (in volume) ma essendo i prezzi delle seconde diminuite di molto (in particolare le materie prime con il petrolio in testa), in valore l'incremento risulta essere minore e addirittura inferiore a quello delle esportazioni rispetto al periodo precedente.


L'incidenza dell'andamento dei prezzi ed in particolare del calo di quello dei prezzi importati è ben visibile da questo grafico che mostra l'andamento dell'indice dei prezzi dei prodotti sia importati che esportati con base indice 2010:


Come si può notare, dalla metà del 2014 si è via via accentuata una forbice tra i prezzi dei prodotti esportati (linea tratteggiata) e quella dei prezzi importati (linea continua).
E' chiaro che con una spesa inferiore per le importazioni dovuta ad un crollo delle materie prime ed una riduzione, sebbene inferiore, del prezzo anche degli altri beni importati mentre nel contempo quello dei prodotti esportati vede un calo inferiore, la riduzione del surplus si fa più difficile. Se poi aggiungiamo che il calo dell'euro, grazie alle politiche monetarie della Banca Centrale Europea, hanno reso i prodotti made in Germany più competitivi, ne deriva che è un obiettivo alquanto arduo da ottenere.

Un altro fattore che incide sul valore delle importazioni è dato dal notevole incremento di prodotti importati dall'oriente, che sono notoriamente più convenienti in termini di prezzo rispetto a quelli ad esempio europei. Basti pensare che nel 2001 le importazioni dalla Cina ammontavano a soli 20 miliardi di euro, nel 2009 sono arrivate a 56,7 mld e nel 2015 hanno raggiunto i 91,5 mld. Per avere un ordine di paragone, le importazioni dall'Italia nel 2015 sono state di 49 mld. E' evidente come gli oltre 90 miliardi di beni importati dalla Repubblica Cinese hanno sostituito potenziali acquisti da altri Paesi ed in particolare da quelli europei e facilmente hanno contribuito a ridurre l'ammontare di spesa dei beni importati.
In definitiva se non ci fosse stato il calo delle materie prime e quello degli altri beni importati, se non ci fosse stato l'effetto sostituzione dei prodotti (probabilmente) europei con quelli cinesi e se l'euro non fosse calato rispetto alle altre valute incentivando l'export, facilmente il surplus della Germania sarebbe inferiore.

Una considerazione finale
Sebbene io mi rendo conto che un surplus eccessivo può comportare disfunzioni soprattutto all'interno della stessa area valutaria, dall'altro non posso certo concepire che un governo, in questo caso quello tedesco, per ridurre tale eccesso possa adottare misure atte a frenare le esportazioni delle aziende o viceversa favorire le importazioni dall'estero. Questo falsificherebbe il principio del libero mercato ed anziché incentivare gli altri Paesi a migliorare la propria competitività danneggerebbe quelli che lo sono di più.
E' accettabile pensare di favorire investimenti o adottare misure che puntino ad un aumento dei consumi nel Paese più competitivo, così da avere ripercussioni positive anche sulle sue importazioni, ma non certo una qualsiasi azione volta a frenare le vendite delle aziende più performanti.

mercoledì 12 agosto 2015

Cambiamo i parametri di bilancio europei

Si parla spesso di mettere in discussione i parametri di bilancio europei ma poco si dice su come li si vuole modificare.
Senza ribadire la storia da Maaastricht in poi fino al Trattato sulla Stabilità, Coordinamento e Governance nell'Unione Economica e Monetaria, meglio noto come Patto di Bilancio o Fiscal Compact (si clicchi sopra per scaricare copia del trattato in lingua italiana dal sito della Commissione Europea) e dando per scontato che si sia a conoscenza degli attuali vincoli in essere, desidero esprimere alcune riflessioni circa la mia personale valutazione su come questi dovrebbero essere modificati, in primo luogo perché non più coerenti con la situazione economica attuale che è diversa dalla realtà vissuta durante gli anni '70 e '80, cioè del periodo su cui i parametri fissati nel trattato di Maastricht hanno fatto riferimento.

Debito
Il rapporto tra il debito complessivo di un Paese ed il suo prodotto Interno Lordo a prezzi di mercato è attualmente fissato al 60% e nel Fiscal Compact è previsto che le nazioni che si trovano oggi ad avere un valore superiore giungano a rientrare entro tale limite nell'arco di un ventennio. Questo valore è stato scelto a suo tempo semplicemente perché rappresentava la media del debito in essere (rapportato al PIL) dei Paesi che per primi si apprestavano a formare l'Unione Europea e ad adottare l'euro quale moneta unica, tranne qualche eccezione come l'Italia che già nel 1992, anno del Trattato di Maastricht, aveva già un debito maggiore. L'obiettivo era semplicemente quello di consolidare quel livello e non aveva quindi alcuna motivazione economica che lo riconducesse al 60% sebbene sia provato che all'aumentare del peso del debito, e quindi del suo costo in termini di interessi, venga penalizzata la crescita di quella economia.

Riguardo a questa variabile la mia valutazione è che debba essere portata ad un livello maggiore: 80%.

Perché 80% e non di più? La mia stima prende in considerazione il costo del debito in termini di interessi passivi da pagare, escludendo quindi a priori l'ipotesi di finanziare il deficit attraverso l'emissione di moneta da parte della banca centrale.
Se prendiamo come riferimento i tassi di interesse reali, ovvero la differenza tra quelli nominali e l'aumento dei prezzi (inflazione), e ipotizziamo che il tasso medio ponderato sui titoli del debito emessi a diversa scadenza sia indicativamente (e possibilmente non oltre) il 3%, possiamo giungere alla conclusione che il costo a fronte di un debito pari all'80% del PIL sia quindi del 2,4% del PIL stesso, un valore sostenibile e non penalizzante per l'economia in questione.

Ad oggi il costo del debito ammonta a circa il 4,6% del PIL, ma a fronte di un debito che nel 2014 ha raggiunto il 132% del PIl stesso:


ne consegue quindi che il 'peso' degli interessi sia circa il 3,4% in termini nominali sul totale. Il PIL nel 2014 è stato di circa 1.600 miliardi di euro a prezzi correnti, quindi se il costo degli interessi è ammontato al 4,6%, in euro è di circa 74 miliardi che rapportato al debito complessivo di 2.135 miliardi circa, esso rappresenta quindi il 3,4% (sia in termini nominali che reali visto che i prezzi sono cresciuti mediamente dello 0,2%). Un valore che potrebbe scendere ulteriormente proprio se parimenti scendesse il livello del debito così da aumentare la fiducia degli investitori e soprattutto dei rating assegnati dalle agenzie a cui gli investitori stessi si affidano.
Ad essere precisi non tutto il debito pubblico è rappresentato da titoli di Stato emessi dal governo, infatti al 31/12/2014 l'ammontare dei titoli in circolazione era pari a 1.782 miliardi di euro (fonte Dipartimento del Tesoro), quindi il costo sarebbe del 4,2% se rapportato a questo dato, ma rimane valido quanto scritto in precedenza circa la possibilità di far scendere questo valore abbassando il debito.


Personalmente prevederei una fascia di possibile espansione del debito nel caso l'economia dovesse affrontare una situazione di recessione o di lunga stagnazione e necessitasse di stimoli attraverso investimenti in conto capitale. Questo punto è solo parzialmente considerato oggi con il conteggio del PIL potenziale mentre servirebbe una maggiore flessibilità per permettere ad un governo di adottare misure atte a stimolare l'economia. Dovendo servire inizialmente risorse finanziarie a fronte di un PIL in calo e che mostrerà i suoi effetti più tardi è quindi logico aspettarsi che il debito salga sensibilmente, per questo ritengo che si debba dare respiro all'economia in crisi e questo respiro si potrebbe concretizzare fino a raggiungere lo stesso ammontare del PIL, ovvero un rapporto debito/PIL del 100%.

Solo oltre quel livello il governo dovrebbe adottare misure orientate a contenere la spesa corrente senza però penalizzare gli investimenti strutturali.

Deficit
Per questa voce ritornerei al parametro fissato a suo tempo nel trattato di Maastricht e cioè al 3% sul PIL. Inutile precisare che sono completamente in disaccordo con il pareggio di bilancio.

Perché 3%? Se prendiamo la relazione tra deficit, variazione del PIL e debito raffigurata dalla formula seguente:


dove:
d = deficit
D = debito
delta-P = la variazione del PIL in percentuale

ne deriva che per mantenere inalterato il rapporto "debito/PIL" al 80% con un deficit al 3% occorre che il PIL cresca del 3,9% in termini nominali, quindi con l'inflazione inclusa. Se consideriamo che il tasso di crescita dei prezzi fissato come obiettivo dalla Banca Centrale Europea è prossimo al 2% ne consegue che il tasso di crescita reale deve essere intorno al 2%, valore che deve essere raggiunto affinché sia garantita una crescita adeguata e permettere una sufficiente creazione di posti di lavoro.

Nel caso l'economia dovesse affrontare un periodo di crisi dovrebbe essere permesso, come prima anticipato, di superare temporaneamente il limite a patto che la maggiore spesa sia effettuata a fronte di investimenti concreti che abbiano l'obiettivo di stimolare l'economia e migliorare la produttività, non per spese correnti ad eccezione degli interventi a sostegno della disoccupazione e del sociale in generale (welfare).

Quanto all'ammontare di un extra deficit per contrastare una situazione di crisi si dovrebbe considerare, come avviene oggi, il fattore output gap (*) ma anche consentire una quota ulteriore per gli investimenti citati poc'anzi e che potrebbe corrispondere ad un paio di punti percentuali di PIL per un primo biennio per poi essere eventualmente ridotto ad un 1% per gli anni successivi se l'andamento dell'economia non avesse ancora registrato cambiamenti in positivo. Questo fino a quando il debito del Paese in questione non giunga allo stesso valore del PIL, superato questo ammontare quanto appena stimato dovrebbe essere ridotto della metà, rispettivamente un extra 1% per un biennio e uno 0,5% a seguire.

(*) Per un'idea di come viene stimato il PIL potenziale ed il saldo di bilancio corretto per il ciclo cliccare sul seguente link che permette di scaricare un documento del 2013 direttamente dal sito del Dipartimento del Tesoro: