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martedì 2 gennaio 2018

Replica a Roberto Brazzale: "L'euro ci ha fregati, vogliamo capirlo o no?"

Personalmente non ho più interesse a discutere perennemente di uscita o meno dell'Italia dall'eurozona in quanto sono stati fatti parecchi dibattiti attorno a questo tema ed è mia convinzione che questa eventuale scelta non avverrà mai, le cui ragioni le ho espresse in una replica su questo blog ad un articolo pubblicato tempo fa su un quotidiano di diffuzione nazionale a mo' di breve sketch dal titolo "50 Sfumature di Ignoranza" ipotizzando che al governo vada in un prossimo futuro un euroscettico come Matteo Salvini ed i cui argomenti si possono riassumere come una contrarietà, o quantomeno forte perplessità, circa tale ipotesi e che sarebbe espressa dalle rapppresentanze delle varie isituzioni economiche e finanziarie italiane (ABI, Confindustria, sindacati e, aggiungo, anche da parte della Banca d'Italia).
A mio avviso è oramai argomento che viene dibattuto a livello accademico da qualche economista - magari in cerca di visibilità - e da politici che preso atto che il tema è discusso da una certa parte della popolazione attraverso i social forum ne approfittano per cercare di raccogliere voti ben sapendo che, come scritto prima, nessuno si assumerebbe mai l'onere di una scelta del genere che potrebbe condurre l'economia del Paese ad una nuova fase di forte crisi dagli esiti del tutto imprevedibili.

In questi giorni però mi è capitato di vedere uno spezzone dell'intervento di Roberto Brazzale, imprenditore veneto a capo dell'omonimo gruppo nel settore caseario, alla trasmissione Tagadà del 22 ottobre scorso (se non erro), sulla rete La7, questo:


L'interevento ha raccolto la mia curiosità in quanto sono almeno due anni, forse tre, che nel mondo delle imprese non si parla più di eventuale uscita dall'eurozona, anzi se capita di farne menzione è facile che la reazione sia di ilarità dato che per la stragrande maggioranza delle imprese tra gli ostacoli alla propria attività non c'è quello della valuta comune:


Roberto Brazzale è a capo dell'omonimo gruppo con sede in provincia di Vicenza, a Zanè, per questo ho preso come riferimento questo articolo pubblicato da un quotidiano locale. In ogni caso al di là di quello che può riportare un organo di informazione, egli saprà bene l'opinione al riguardo degli altri imprenditori, soprattutto veneti o anche del triveneto, e saprà quindi altrettanto bene che egli è una - cosiddetta - voce fuori dal coro, una 'mosca bianca'. In ogni caso le sue argomentazioni meritano di essere ascoltate e prese in considerazione.

A dire la verità però, non me ne voglia il dott.Brazzale, da quanto ascoltato durante quella trasmissione mi sono apparse argomentazioni confuse, contraddittorie ed incoerenti, soprattutto una volta che preso dalla curiosità di sapere qualcosa di più sulle sue posizioni ho letto ed ascoltato altre sue testimonianze, ad esempio una seguente sua partecipazione alla stessa trasmissione condotta da Tiziana Panella il 21 dicembre scorso:

Clicca per andare alla registrazione
Contraddizione perché qui, ma non solo, egli parla di inesistenza del made in Italy. Anzi, afferma che sarebbe addirittura dannoso per l'Italia:


Curioso...perché nel primo video egli al minuto 2' e 30" dice che in Repubblica Ceca, dove ha fondato una nuova attività, egli commercializza prodotti italiani, precisando che trattasi di made in Italy. Non è forse che la sua posizione critica verso il made in Italy ha a che fare con il marchio che contraddistingue appunto la sua neo attività in terra Ceca (Moravia è una regione situata a nordest del Paese)?


Comunque sia, le sue argomentazioni risultano inconsistenti perché il made in Italy esiste come esiste il made in Germany, il made in USA etc... a prescindere se alcune materie prime o semilavorati sono di provenienza estera, ciò che conta infatti è la progettualità e la fabbricazione del prodotto finito.

Ma veniamo alle presunte accuse rivolte all'euro. Il campo di attività del suo gruppo è quello caseario e allora sono andato a guardare i dati relativi a export e import di formaggi e latticini, dati tratti dal sito clal.it che lui conoscerà bene dato che il logo della sua capogruppo è ben presente in quel sito.
In queste due tabelle a confronto sono riportati i valori in tonnellate di merce ed il corrispondente in valore delle importazioni ed esportazioni italiane di formaggi e latticini:


Si può rilevare come dal 2004 al 2016 compresi le esportazioni siano cresciute sensibilmente (+76% in tonnellate di merce ed oltre il doppio in valore) mentre le importazioni hanno visto un aumento decisamente più contenuto (rispettivamente +32% in tonnellate di merce e +29% in valore), tant'è che il saldo è oggi (2016 e forse anche 2017) positivo contro il deficit - sebbene lieve - di 12 anni prima.
Quel sito fornisce gli stessi dati risalenti al commercio con l'estero dal 1991, in tonnellate di merce:


ed in valore:


Se il dott.Brazzale ci spiega dove, almeno guardando qui, risulti che l'ingresso nell'eurozona abbia penalizzato il settore in cui lui opera sarebbe interessante. Semmai è la Germania, a guardare l'interscambio bilateriale con noi, che dovrebbe lamentarsi, almeno per quanto riguarda il latte sfuso intero:


Egli poi afferma che condividendo la stessa moneta con i tedeschi i loro prodotti risultano più convenienti rispetto al caso che ciascuno abbia la propria valuta com'era prima dell'euro. A me risulta che durante gli anni della lira l'export tedesco era sempre tre volte quello italiano e nonostante gli apprezzamenti del marco tedesco sulla lira la bilancia commerciale rimaneva comunque a loro favore, tranne che per un breve periodo post 1992 dovuto però ad una breve recessione in Italia che causò un calo delle importazioni. Tra l'altro il dott.Brazzale essendo veneto dovrebbe sapere che la sua regione (e mia di residenza) sta registrando ottime performance sotto tutti i punti di vista: PIL, mercato del lavoro, commercio estero.
Con la crisi iniziata nel 2008 si è assistito ad una rapida esclusione delle attività poco competitive e prima di allora il processo di 'deindustrializzazione' ha avuto come ragione più la concorrenza di produzioni in aree dal basso costo del lavoro che dalla Germania o da altri Paesi con economia avanzata. Nell'era della lira dobbiame tenere presente che esisteva un muro, anzi due: fisico a Berlino e quello ideologico con i regimi comunisti che separava sostanzialmente due macroaree geopolitiche, dove il nostro Paese risultava essere quello più vantaggioso in occidente sotto il profilo degli investimenti. Una volta abbattuti entrambi i muri le produzioni a basso valore aggiunto hanno sofferto la concorrenza di quelli provenienti da Cina, est Europa ed altri Paesi ad oriente. Da veneto dovrebbe conoscere la storia della Benetton e che la delocalizzazione di gran parte della produzione non è certo dovuta all'ingresso dell'Italia nell'eurozona. E lo stesso si può dire per diversi settori come quello calzatutriero, del mobile ma anche dell'automotive.
Che da un ritorno alla lira e conseguente suo aggiustamento con le altre valute si ottenga un 'reimpatrio' delle attività delocalizzate all'estero ci crede uno come Claudio Borghi (che ha interagito in studio con Brazzale), non certo chi conosce e vive il settore manifatturiero.

Tornando alla sua attività, non ci racconti che ha scelto la Repubblica Ceca piuttosto che la Germania (dato che l'euro l'avrebbe così avvantaggiata) perché non ha l'euro:


Aggiungiamo un 19% di corporate tax rate contro il 27,9% italiano ed un costo del lavoro pari ad un terzo del nostro e si capiscono le ragioni. Lei è un imprenditore dott.Brazzale e ha fatto l'imprenditore: ha sfruttato l'opportunità che quel Paese - come altri - ha offerto! E lo ha fatto ha prescindere dall'euro.
Concordo pienamente quando descrive le molteplici difficoltà del fare impresa in Italia, dovute a vari fattori che nel secondo video menziona, ma che c'azzeccano con l'euro?

Delocalizzazione e internazionalizzazione
Concordo anche con la distinzione che il dott.Brazzale fa dell'uso di questi due termini. Con il primo si descrive il trasferimento di attività produttive all'estero per mantenere o aumentare la competitività (o i profitti) sul mercato, mentre l'internazionalizzazione è l'apertura di attività - sempre all'estero -  per una presenza o incremento di essa a livello internazionale. Questa differenza Claudio Borghi ed altri non la colgono, le attività fondate all'estero a seguito di un processo di internazionalizzazione non rientrano in Patria perché si cambia valuta o a seguito di un deprezzamento del cambio e nemmeno gran parte di quelle delocalizzate, almeno finché persiste un gap di costi ben maggiore rispetto al fattore cambio. E questo Roberto Brazzale lo sa bene rispondendo alla domanda di Borghi sul possibile rientro in Italia del suo ramo di attività in Repubblica Ceca nel caso di ritorno alla lira (minuto 3 del primo video).

In conclusione una intervista al dott.Brazzale: "L'euro ci ha fregati, vogliamo capirlo o no?". Condivido ben poco di quanto egli afferma, ma ciò non toglie che non si debba ascoltarlo.

martedì 21 marzo 2017

Le dimensioni contano...in economia

Già durante il periodo dei miei studi universitari (fine anni '80), contrariamente a quanto si andava affermando per la maggiore, io ero perplesso se non proprio scettico sul cosiddetto "modello Nord-Est", ovvero quella particolare struttura di buona parte della nostra economia basata su piccole e medie aziende capaci proprio grazie alle loro ridotte dimensioni di risultare più flessibili e di adeguarsi più velocemente alle mutate situazioni di mercato. Questo è sicuramente vero, rispetto ad una grande industria con una struttura rigida ed allargata quanto a management, una piccola realtà con al vertice l'imprenditore che decide su tutto risulta più reattiva nel prendere decisioni a fronte di particolari condizioni del mercato.

Ma è un vantaggio che non compensa gli aspetti che invece sono peggiorativi rispetto alle imprese di più grandi dimensioni, cioè per alcuni aspetti di breve termine quella piccola è in vantaggio ma nel medio-lungo periodo essa si trova inadeguata a competere con le maggiori. Intanto per una questione tipicamente strutturale: una azienda con pochi addetti, per quanto abbia un prodotto valido, non può essere presente però in tutti i mercati, in tutti i continenti. Si prenda ad esempio una realtà produttiva con 10, 20 o anche 30 dipendenti, farà fatica ad avere un organico che possa presenziare adeguatamente il territorio nazionale, quello continentale e quello extra continentale, cosa che può fare invece meglio quella con 100, 200 o 300 dipendenti.

Si obietterà (comprensibilmente) che questa è una osservazione banale e che anche le grandi aziende sono nate come piccole attività, che poi nel tempo sono cresciute e che lo stesso può avvenire per quelle che sono appunto piccole oggi. Si, vero, ma è questo il punto che voglio sottolineare: è proprio il modello Nord-Est che per sua logica si autolimita, cioè è caratterizzato da una cultura che pone dei limiti propri alla sua crescita. Questa tipologia di impresa ruota attorno alla figura del suo o dei suoi (solitamente pochi) fondatori ed a costui/costoro è legato lo sviluppo, sviluppo che difficilmente potrà risultare alla lunga vincente. Ricordo che già all'epoca (anni '80) era diffusa la questione ad esempio del passaggio generazionale, i cui dati statistici evidenziavano come se tra la prima e la seconda generazione l'azienda poteva non risentire del passaggio, già dalla seconda alla terza potevano verificarsi invece dei sensibili contraccolpi. Abbiamo avuto diversi esempi di aziende che fin quando il suo fondatore aveva le redini in mano della sua attività, questa risultava competitiva e poteva confrontarsi anche con realtà decisamente più grandi nello scenario internazionale. Si pensi ad esempio a ditte come la Zanussi (oggi gruppo Electrolux) e la sua controllata Selèco; la Mivar per il settore delle radio prima e dei televisori poi: buona qualità di prodotti ma non capace di stare al passo con l'evoluzione tecnologica. Anche questa è una caratteristica che vede penalizzata la piccola azienda: poca capacità di investimento in Ricerca & Sviluppo ed in una fase storica contrassegnata dalla tecnologia questo diventa un handicap non da poco. Se ne possono fare molti di riferimenti e tutti caratterizzati più o meno dallo stesso destino legato, come visto, da quello del suo fondatore ed eventualmente dalle prime generazioni successive.

La differenza con l'estero è che altrove i fondatori spesso si sono affidati prima o poi a manager ai quali hanno lasciato la direzione. Per citare casi noti, le tedesche Bosch e Siemens diventate entrambe multinazionali, con la prima che è diretta da manager ma il cui azionariato rimane comunque nelle mani della famiglia Bosch principalmente attraverso la loro fondazione e una parte di quote possedute direttamente.
La seconda invece ha una storia ancora più vecchia della Germania stessa (1871 l'anno dell'unificazione), fondata dall'ingegner Ernst Werner von Siemens e dai suoi fratelli nel 1847 a Berlino (allora capitale della Prussia) e oggi la più grande multinazionale d'Europa per fatturato e dipendenti e la cui famiglia Siemens detiene oggi circa il 6% dell'azionariato, del quale il 28% è nelle mani di residenti tedeschi ed il resto a stranieri con complessivamente un 64% circa rappresentato da investitori istituzionali, un 20% da privati a cui sommare il 6% della famiglia Siemens ed un rimanente 10% non definito (dati finanziari aggiornati all'agosto 2016).

La citazione di realtà tedesche è fatta a proposito perché anche in Germania vi è una notevole presenza di piccole e medie imprese ma con la differenza che per il mercato internazionale si distingue nettamente la tipologia di aziende coinvolte.


Come si vede dalla tabella tratta dall'Ufficio Federale di Statistica (ripartizione in percentuale del fatturato 2014 per dimensione delle aziende: KMU = piccole e medie; Großunternehmen = grandi aziende), in Germania vi è da una parte un elevato numero di piccole e medie imprese (KMU - kleine und mittlere Unternehmen), ma dall'altra se si guardano i diversi settori si nota come la presenza sia marcata in quello delle costruzioni (Baugewerbe), turistico (Gastgewerbe) e dei servizi (Dienstleistungen) mentre in quelli restanti prevalgono quelle di maggiori dimensioni.
Mentre quindi per la Germania il commercio estero coinvolge poco più del 80% aziende di grandi dimensioni e solo il rimanente piccole e medie imprese, per il caso italiano abbiamo una situazione ben diversa, citando i dati ISTAT 2014 all'interno del Rapporto sulla Competitività 2017:

"Se la partecipazione delle imprese italiane agli scambi internazionali è estesa in termini di attori, è molto più limitata in termini di concentrazione: nel 2014 in Italia i primi venti esportatori rappresentavano il 13 per cento delle esportazioni dell'industria, meno dei primi 5 esportatori di Francia o Germania. Inoltre, coerentemente con le caratteristiche di elevata frammentazione del sistema industriale italiano, le imprese esportatrici si caratterizzano per una dimensione relativamente ridotta: le micro (da 1 a 9 addetti) e le piccole (da 10 e 49 addetti) imprese rappresentavano rispettivamente circa il 65 e il 29 per cento del totale delle imprese esportatrici."

Chiaro? Le piccole e medie imprese italiane rappresentavano insieme nel 2014 ben l'84% delle imprese esportatrici, praticamente quasi l'esatto opposto della realtà tedesca! E la differenza si vede dai dati dell'export, con la Germania che nel 2016 ha toccato i 1.200 mld di euro mentre l'Italia registra poco più di un terzo.


I vantaggi competitivi di una grande azienda rispetto ad una media o addirittura ad una piccola sono molteplici, dalla capacità di raggiungere livelli di produttività maggiori grazie ad economie di scala, a quello di procurarsi finanziamenti a migliori condizioni, la possibilità di essere presenti prontamente e capillarmente in ogni mercato favorevole. Si pensi ad esempio ad una piccola realtà con le sue limitate capacità di poter passare da un continente all'altro rispetto a quella grande per cogliere così le opportunità di Paesi caratterizzati da fasi di elevato sviluppo economico.
Va comunque detto che le imprese italiane nonostante tutto si difendono comunque bene sullo scenario internazionale, infatti se si prendono in considerazione le quote di export per continente la differenza tra Germania e Italia non è rilevante. Ad esempio i tedeschi esportano in UE poco meno del 60% del totale contro il nostro 56% (dati 2016 per entrambi - Fonte Statistisches Bundesamt e Istat). La differenza quindi la fanno i numeri assoluti, più che le percentuali.

Oggi più che 30 anni fa è necessario che il nostro sistema produttivo sia caratterizzato da imprese dalle dimensioni decisamente più grandi, in grado quindi di potersi confrontare in ogni area geografica ed in ogni settore che con la globalizzazione diventa sempre più competitivo. E' ora insomma di incorniciare e di appendere alla parete dei ricordi la 'fabrichetta del sciur Brambilla'.

mercoledì 1 marzo 2017

Breve analisi dell'export tedesco dal 1990 al 2016

L'euro ha davvero facilitato l'export della Germania? La politica di contenimento dei salari ha generato una concorrenza sleale da parte della Germania nei confronti dei partner dell'eurozona?
Queste più che essere semplici domande sono diventate oramai delle affermazioni, talvolta presentate come veri atti di accusa verso la maggiore economia europea.
Ma è davvero così? O più semplicemente, quanto c'è di vero in queste affermazioni?
Ho preso i dati relativi al commercio estero della Germania dal 1990 al 2016 tratti dall'Ufficio Federale di Statistica (Statistisches Bundesamt), i risultati dell'analisi che ho condotto portano a pensare che non sia pienamente sostenibile la tesi che l'adesione alla moneta unica abbia favorito in misura particolare (o solo) il commercio estero della Germania, non come vorrebbero alcuni economisti come il Prof.Alberto Bagnai, che ne ha fatto una 'quasi' vocazione quella di puntare il dito accusatorio nei confronti dell'euro (a suo modo di vedere German-oriented) e della politica economica attuata in particolare dal governo Schröder durante il suo secondo mandato (2002÷2005) con la serie di riforme contenute nel pacchetto Agenda 2010. (Qui l'ultimo suo articolo in ordine di tempo).

In questa mia analisi ho preso in considerazione gli 11 principali partner commerciali della Germania del 2016 dal punto di vista delle esportazioni, nell'ordine (in blu Paesi dell'eurozona, in rosso gli altri):

  1. Stati Uniti (€ 107 mld)
  2. Francia (€ 101 mld)
  3. Regno Unito (€ 86 mld)
  4. Paesi Bassi (€ 79 mld)
  5. Cina (€ 76 mld)
  6. Italia (€ 61 mld)
  7. Austria (€ 60 mld)
  8. Polonia (€ 55 mld)
  9. Svizzera € 50 mld)
  10. Belgio (€ 42 mld)*
  11. Spagna (€ 41 mld)
*Dal 1990 al 1998 include il Lussemburgo, dal 1999 solo Belgio)

Complessivamente rappresentano 758 mld sui circa 1.207 che la Germania ha realizzato nel 2016. In generale dal 1990 al 2016 essi hanno rappresentato circa 2/3 dell'export tedesco, nello specifico essi in questo periodo hanno pesato rispetto al valore complessivo:
  • Minimo 62%
  • Massimo 69%
  • Mediana 66%
Direi che questo ci da la possibilità di procedere ad una analisi dell'andamento nel tempo dell'export tedesco anche non considerando i dati relativi alla moltitudine di Paesi che insieme costituirebbero 'solo' poco più del 30%. Insomma, ci focalizzeremo sulla prima (o quasi) fascia dell'analisi paretiana.

I dati di ciascun Paese in valore assoluto nel periodo considerato sono rappresentati in questo grafico:


Non è proprio di facile lettura, o meglio di facile analisi. Per approfondire l'andamento mi sono affidato quindi agli indici, o meglio ad un indice pari a 100 per quanto riguarda il dato iniziale, ovvero quello del valore dell'export nell'anno 1990. Per semplificare la presentazione dei risultati ho considerato intervalli di 3 anni anziché di uno:


Osservando attentamente quest'ultima tabella si possono verificare dati interessanti come ad esempio i notevoli incrementi delle esportazioni verso la Cina e la Polonia, ma anche il raffronto tra Paesi dell'area euro e gli altri. Le performances migliori sono infatti risultate quelle verso i secondi, dove oltre al dato notevole ottenuto con la Cina, passato dai 2,15 mld del 1990 ai 76,11 mld del 2016, e con la Polonia, da 3,90 mld del 1990 a 54,80 mld del 2016, si registra quello con gli Stati Uniti, passato da 24 mld del 1990 ai 107 mld del 2016. In ambito eurozona invece il risultato migliore in termini di incremento percentuale lo si registra con la Spagna ed a seguire con l'Austria con un dato 2016 di oltre 3 volte quello del 1990 ma sempre inferiore a quelli visti precedentemente.
Tra queste nazioni il dato peggiore, sempre in termini percentuali, dopo il Belgio (che assieme ai Paesi Bassi merita una particolare considerazione) lo registra proprio l'Italia. Il dato relativo alle nostre esportazioni verso la Germania (o viceversa le importazioni tedesche dall'Italia) vede che dal 1990 il nostro Paese ha esportato in Germania beni per 26.674 milioni di euro e nel 2016 ben 51.774 milioni di euro, pari ad un incremento del 94%.
A onor del vero va comunque riconosciuto che durante il periodo che va dal rientro nello SME (1996) ed in particolare dall'adozione della moneta unica (1999) ad oggi la bilancia commerciale tra Italia e Germania è a loro favore ma questo dipende in buona parte anche dalla tipologia di prodotti scambiato:


Ho scritto che per Belgio e Paesi Bassi c'è una particolare considerazione da fare, infatti entrambi sono oggetto di dati alterati per il cosiddetto Rotterdam Effect:


In pratica una merce che è destinata in un Paese dell'Unione Europea (es.Germania) oppure in partenza da questi verso nazione extra UE ma che transita dal porto di un Paese terzo (appunto Paesi Bassi o Belgio), secondo le normative doganali nel primo caso la merce viene registrata come importata dal Paese che la riceve per primo presso il porto di sbarco anche se non il destinatario finale e viene registrata come esportazione dal medesimo verso il Paese effettivamente destinatario. Viceversa se dalla Germania ad esempio viene spedita una merce verso gli USA via porto di Rotterdam, i Paesi Bassi registreranno tale merce come importata dalla Germania ed esportata verso gli USA, non è quindi registrata come esportata direttamente dalla Germania verso gli USA. Per questa ragione i dati di commercio estero di questi Paesi intermediari vedono valori decisamente elevati rispetto alle dimensioni della propria economia.

Anche la Polonia merita una specifica osservazione. Le ragioni che risiedono nel notevole trend di crescita degli scambi con la Germania sono relativi alla consistente delocalizzazione di attività produttive di aziende tedesche in Polonia per beneficiare delle condizioni favorevoli che questo Paese ha offerto all'indomani del crollo della Cortina di Ferro. Infatti si noti l'incremento che vi è stato dal 1993 al 1996 e a seguire. Ad oggi la Polonia assieme alla Repubblica Ceca hanno nella Germania il partner principale, con i primi che con i tedeschi scambiano il 27% circa dell'ammontare complessivo di commercio estero ed i secondi il 32%.

Per il resto, se prendiamo l'andamento del cambio dollaro USA contro euro:


e lo usiamo per analizzare l'andamento dell'export con gli Stati Uniti, si può osservare che nel periodo 2001÷2008, ovvero quando il cambio è passato da 0,85 a 1,57 USD per 1 euro, le esportazioni tedesche verso oltreoceano sono cresciute del 5% appena, ma le importazione sono cresciute anche meno, solo 1%!
Insomma, il notevole apprezzamento della moneta unica europea (85%) ha sicuramente frenato l'incremento dell'export verso gli USA ma al tempo stesso non ha incrementato le importazioni. Meriterebbe quindi una analisi più approfondita visto che in questo caso il cambio non ha dato i risultati che molti economisti si sarebbero aspettati.

Se facciamo la stessa analisi con la Cina prendendo il cambio Yuan (o Renminbi) con l'euro (si noti l'andamento del tutto simile con quello precedente del dollaro):


possiamo notare come nel periodo 2001÷2004, quando l'euro si è apprezzato di oltre il 50%, le esportazioni tedesche verso la Cina sono comunque passate da 12.118 milioni di euro del 2001 a 20.992 milioni del 2004, ovvero un incremento del 73% mentre le importazioni sono cresciute del 64%: da 19.942 milioni a 32.791 milioni.

Il caso svizzero poi pone ulteriori dubbi circa l'effettiva influenza del cambio sul commercio estero, o comunque sulla sua entità:


Dal 1999 al 2007, quando il cambio dell'euro con il franco svizzero non ha visto variazioni di rilievo, le esportazioni tedesche verso la Svizzera hanno visto un incremento del 83% mentre le importazioni del 142%, poi dal 2008, quando la moneta svizzera si è deprezzata continuamente, l'export è cresciuto del 39% e l'import del 47%. Insomma il calo del 60% circa del franco svizzero ha visto da una parte un calo delle esportazioni tedesche ma dall'altra ha dato una spinta meno che proporzionale alle importazioni.

Terminando con la sterlina britannica:


vediamo che dal 2000 al 2009, a fronte di un apprezzamento dell'euro sulla sterlina di oltre il 50%, le esportazioni tedesche in UK sono comunque cresciute del 30% e le importazioni di appena il 13%.

In definitiva è certamente vero che il cambio svolga una certa influenza negli scambi commerciali ma questa è alla luce di analisi empiriche come queste meno di quanto molti economisti ritengono.

Per quanto riguarda la tanto citata moderazione salariale, è vero che nei primi anni 2000 vi è stato un accordo tra imprese e sindacati con lo scopo di ridurre l'incidenza del costo del lavoro attraverso un aumento dei salari in misura inferiore alla produttività, ma questa misura non ha influito sensibilmente sulla dinamica dei prezzi dei prodotti esportati, infatti se prendiamo sempre i dati dell'Ufficio Federale di Statistica ed in particolare l'indice dei prezzi dei prodotti esportati (Ausfuhrpreise) delle principali categorie merceologiche, si vede come l'andamento non registra una sensibile variazione sia durante l'attuazione delle riforme Hartz (2003÷2005) che in seguito:


L'unica categoria che segna un calo è quella dei prodotti di ingegneria meccanica, elettrotecnica e autoveicoli (Machinenbauerzeugnisse, elektrotechnische Erzeugnisse und Fahrzeuge), sicuramente una delle principali se non la principale, ma dal 2007 il trend è comunque tornato a crescere, seppur lentamente.
In ogni caso non è che negli anni che vanno dal 1989 al 1999 (gli anni ancora del Deutsche Mark) l'andamento fosse molto diverso. La cosiddetta moderazione salariale del 2003 ha quindi sì ridotto il costo del lavoro ma a beneficio più dei margini di profitto aziendali che sui prezzi finali dei prodotti, se non parzialmente evitandone un aumento maggiore. L'analisi storica dell'economia tedesca insegna che è un loro dogma il contenimento dei prezzi, non è una novità introdotta con la partecipazione alla moneta unica.
In ogni caso le ragioni del successo dell'export tedesco non possono essere licenziate con la sola motivazione dell'euro e della moderazione salariale, moderazione che recentemente non è più in corso dati i crescenti aumenti salariali conseguenti anche all'introduzione del salario minimo a € 8,50 dal 2015 e da quest'anno a € 8,84, che hanno avuto come conseguenza un sensibile aumento del costo del lavoro per unità di prodotto (CLUP, in tedesco Lohnstückkosten).


venerdì 3 febbraio 2017

Se l'Italia uscisse dall'euro, parlando di auto

Nella oramai quotidiana ed infinita discussione circa i presunti svantaggi che l'appartenenza alla moneta unica, l'euro, ci avrebbe provocato, la cui soluzione consisterebbe nel suo abbandono per tornare alla lira, i suoi sostenitori denunciano che chi non è d'accordo tenda a non voler considerare la questione del dopo e di focalizzarsi eccessivamente sull'aspetto del pericolo finanziario del durante per terrorizzare i cittadini affinché non condividano questa scelta. La tesi, se ci riflettiamo, è davvero singolare: le aziende rinuncerebbero a risollevarsi da una situazione di criticità, o nel migliore dei casi di incrementare le vendite, rifiutando questa scelta per una qualche sconosciuta motivazione.
Se fate caso, a questo confronto vengono coinvolti quasi esclusivamente politici, economisti e giornalisti. Che ci sta, ma le imprese, i manager? Perché in fondo è su di loro che ruoterebbe tutto. Se avessero ragione i fautori di tale soluzione, non sarebbero certo i politici a creare lavoro una volta che le vantaggiose conseguenze avessero effetto, o gli economisti, o i giornalisti. Sarebbero le imprese, imprese che aumentando le vendite a partire da quelle verso l'estero assumerebbero personale, il quale aumenterebbe sia il gettito fiscale che i propri consumi e di conseguenza la domanda aggregata interna, e allora le aziende assumerebbero altre persone e via così fino a raggiungere la piena occupazione!

Ma le imprese non la pensano così, anzi è dal 2012 che hanno espresso una posizione molto chiara e motivandola:


(Chi desiderasse leggere il documento, per quanto sintetico, clicchi qui)

Insomma o le aziende non sono in grado di comprendere quali vantaggi avrebbero dal seguire questa scelta o preferiscono operare in una realtà asfittica come quella in cui ci troviamo.
Oppure semplicemente hanno ragione e tale soluzione non è percorribile perché, come scritto nella analisi sintetica, molte cose sono cambiate dal secolo scorso a partire dalla fine degli anni '80 e certi meccanismi non funzionano più e optano invece per altre soluzioni, prima tra tutte la pressione fiscale che da noi si porta via due terzi del profitto lordo: 62% il Totale Tax Rate dell'Italia contro il 48,9% della Germania, 30,9% del Regno Unito, 44% degli Stati Uniti, 48,9% del Giappone, il 40,4% della Polonia e il 38,4% della Romania (dati della Banca Mondiale).
Ora spiego perché ho aggiunto gli ultimi due Paesi, Polonia e Romania.
Immaginate di avere una impresa con 50 dipendenti in produzione e che il costo annuale medio di ciascuno sia di 35.000 euro (un media bassa). Questo comporta una spesa di 1.750.000 euro l'anno per il personale. Delocalizzando l'attività in Polonia o in Romania avrete la possibilità di risparmiare annualmente rispettivamente circa 1,2 milioni e 1,4 milioni di euro. Questo stando al costo medio orario stimato da Eurostat e che ho preso dal sito dell'Istituto Federale di Statistica di Wiesbaden:


E' (purtroppo per chi non lo conosce) in tedesco perché per pigrizia - confesso - avendo disponibile questa tabella ho fatto a meno di cercarla in altra lingua, comunque in sostanza mostra il "costo del lavoro nel settore privato per ora lavorata".
Se aggiungiamo il fatto che il costo della vita e quindi anche relativo a opere edili è proporzionale, ne deriva che se in Italia per un fabbricato si dovrà spendere ad esempio 1 milione di euro, in ambedue questi Paesi il costo sarà notevolmente inferiore. Magari non un quarto o meno ma non credo di ipotizzare male se stimo un terzo. Questo significa che con 1,2÷1,4 milioni di risparmio annuo sul costo del personale avrete capacità di spendere questa cifra per un fabbricato e/o altro con un potere di acquisto 3 volte (se non di più) un corrispondente in Italia . Il resto negli anni successivi è tutto profitto.
Condiamo il tutto con il vantaggio fiscale (Total Tax Rate inferiore) ed ecco che si può comprendere come non sia sufficiente un 20, 30 o anche 40% di vantaggio conseguito una tantum sul cambio della neo valuta (la lira) per invogliare le imprese italiane a far rientrare la produzione. Trascuro l'ipotesi di dazi punitivi alla Trump perché la considero una emerita fesseria che l'attuale neo presidente USA avrà modo di verificare se deciderà di introdurli.

Ma ora desidero mostrare l'aspetto da un altro punto di vista, con l'intento di spiegare che il tema è più complesso di quello che viene rappresentato semplicisticamente da alcuni economisti pro Euroexit ed in particolare a quelli che ritengono che la Germania abbia conseguito un vantaggio proprio grazie alla moneta unica.
La prendo alla lontana, esattamente dalla Cina guardando al settore automobilistico.

Nel 2016 il mercato cinese ha visto un aumento notevole delle vetture immatricolate  superando i 28 milioni di unità (+14% rispetto al 2015). Il primo produttore è risultatato la Volkwagen con ben 3.006.408 auto immatricolate, davanti a Buick (1.229.808) e Honda (1.196.664). La FCA? Il Gruppo Fiat Chrysler Automobiles ha drasticamente ridotto le auto prodotte e vendute in Cina a marchio Fiat a beneficio dei modelli a marchio Jeep. Fiat è infatti calata ancora nel 2016 del 58,6% a sole 13.048 immatricolazioni (la fonte è questa qui).
Insomma da una parte abbiamo Volkswagen con 3 milioni di auto e dall'altra Fiat con 13.000. 

Colpa dell'euro che è sottovalutato per il made in Germany e viceversa per il made in Italy?

Assolutamente NO!

Perché i 3 milioni di auto immatricolate la Volkswagen le produce in loco attraverso la Joint Venture FAW-VW e la Shanghai Automotive Industry Corporation. La prima produce i modelli Bora, C-Trek, Golf GTI, Golfsportsvan, Jetta e altri, la seconda Lamando, Lavida, Sedan e altri.
Dati e immagini dei modelli li trovate cliccando qui.
Fiat fa lo stesso con la Joint Venture GAC-Fiat producendo i modelli Ottimo, Viaggio, Palio, Siena, Perla.
Dati e immagini dei modelli li trovate cliccando qui.

I dati dell'Istituto Federale di Statistica di Wiesbaden (l'ISTAT tedesco) ci dice che nel 2015 dalla Germania sono andate in China autoveicoli privati e commerciali (Kraftfahrzeuge e Landfahrzeuge) per un controvalore di 17.660 milioni di euro, poco più di 17 miliardi e mezzo. Se ipotizziamo un prezzo medio - per difetto - di 15 mila euro per modello (Lavida, che è la più venduta con 478.699 unità immatricolate, ha un prezzo base di 18.000 euro circa) otteniamo che ai 3 milioni di auto vendute corrisponde un volume d'affari di almeno 45 miliardi di euro!

Se ci trasferiamo dall'altra parte, negli Stati Uniti, vediamo come se da una parte le vendite di marchi tedeschi non è da primato come in Cina, dall'altra il gruppo FCA e Fiat in particolare sono anche qui molto indietro. I primi tre grandi produttori negli USA nel 2016 sono stati Chevrolet, Toyota e Honda. I tedeschi di Volkwagen sono arrivati al 13° posto con 37.229 unità immatricolate, seguiti da Mercedes-Benz (15° con 35.871 unità), BMW (16° con 32.835 unità), Audi (18° con 23.195 unità). Crysler la troviamo al 23° posto con 16.776 vetture, Fiat al 32° con 2.606 unità e Alfa Romeo al 39° con 52 unità.
Insomma Fiat è superata da marchi ben più costosi come Mercedes, BMW e Audi. Anche in questo caso una parte considerevole di vetture è prodotta o negli USA stessi o presso stabilimenti comunque nel continente (es.Messico).
I dati li trovate da questa fonte qui.
Sempre dai dati dell'Istituto Federale di Statistica tedesco si ha che nel 2015 dalla Germania sono stati prodotti e venduti negli USA veicoli per un controvalore di circa 32,4 miliardi di euro.

Ora passiamo alle considerazioni:

1) Si può ipotizzare che un abbandono dell'euro e ritorno alla lira possa influire sensibilmente su questo immenso divario? Un divario che come si può comprendere non è (solo) una questione di prezzo, ma è dovuto (anche) ad altre cause. Chi come me ha esperienza commerciale pluriennale sa bene che il prezzo è una sola delle diverse componenti che fanno il successo di un prodotto.

2) Questo esempio mostra come le vendite ed il fatturato complessivo delle aziende di una nazione non sono rappresentate dai soli dati dell'export, infatti i 3 milioni di vetture prodotte e vendute in Cina da Volkswagen non figurano (e non possono) nei dati dell'export tedesco.

3) E' conveniente per una azienda far rientrare la produzione in Italia affrontando costi maggiori di manodopera e infrastrutturali oltre a sopportare una maggiore tassazione?

Forse si replicherà trasferendoci all'interno dell'Europa e con altri prodotti, ad esempio su prodotti più tipici come quelli alimentari. Sappiamo che noi italiani facciamo ottimi salumi e formaggi ma buona parte della carne e del latte sono di importazione. Certamente un cambio che dovesse rendere più competitiva la nostra produzione farebbe diminuire l'importazione dei due prodotti ed incentivare i nostri allevamento. In parte è sicuramente così, ma attenzione che aprire e rendere conveniente un allevamento non è così facile come ipotizzarlo su carta o alla lavagna. I costi sono ingenti. Inoltre occorre tenere presente anche i limiti strutturali, nei decenni dal dopoguerra la nostra economia ha subito una profonda trasformazione con una drastica riduzione del peso del settore agricolo a favore di quello industriale il quale comunque sta subendo anch'esso da diversi anni un calo a discapito del settore dei servizi. Pensare che si possa tornare indietro anche solo in parte, ma una parte comunque rilevante, è ipotesi assai ardua. E' invece più verosimile che si possa assistere ad un limitato recupero (o incremento) della produzione autoctona e che invece si prosegua ad importare - a prezzi maggiori - gran parte del fabbisogno.

Allora che fare? Come uscire da questa difficile situazione nella quale ci troviamo? Le risposte vedremo di trovarle prossimamente. Certamente non puntando sul cambio-logo delle nostre banconote.

domenica 22 gennaio 2017

Se la Germania tornasse al marco...

Alcune settimane fa, durante una cena tra amici, tra un tema e l'altro parlammo un po' di economia. Solitamente non lo facciamo, non parliamo quasi mai né di politica né di economia, fatto salvo temi che ci riguardano personalmente. Quella sera comunque toccammo il tema della situazione dell'economia, dell'Europa (specificatamente dell'Unione Europea che è un po' la stessa cosa dato che ad essa vi partecipano ben 28 Paesi, Gran Bretagna - ad oggi - inclusa) e moneta comune, ovvero l'euro.
Per non dilungarmi troppo vado al dunque. Ad un certo punto nell'affrontare quest'ultimo argomento uno dei miei amici mi si rivolge direttamente con questa affermazione:
"Dai Maurizio, ammetterai che se la Germania tornasse al marco lasciando l'eurozona o se quest'ultima si dovesse sciogliere, il loro export si ridimensionerebbe!".
Io ho atteso qualche attimo, osservando nel frattempo gli altri che concordavano tutti con il mio amico, poi ho replicato:
"Certo, se ciò dovesse accadere, anche se io non credo che l'euro cesserà di esistere o che la Germania lascerà volontariamente la sua appartenenza, è alquanto verosimile che il volume delle loro esportazioni ne risentirà."
Ho poi ho aggiunto:
"Voi però commettete un inconsapevole errore di valutazione o per meglio dire di dissonanza tra un dato statistico, come l'export, e il fatturato o comunque il volume di vendite effettuate all'estero da una o dall'insieme di aziende di una determinata nazione."
Notando una comprensibile perplessità sottolineata dal "Cioè?" espressa dall'amico che mi aveva mosso l'osservazione, ho cercato di spiegarmi.
"Voi in pratica pensate che tornando al marco, e questo rivalutandosi rispetto alle altre valute, l'export delle aziende tedesche subirà un calo dovuto alla minore competitività in fatto di prezzo dei loro beni. Ebbene, questo è vero, difficile confutarlo. Quello che però non considerate è che la quantità di beni venduti all'estero da una azienda, e per conseguenza da un insieme di aziende di un'intera nazione, non corrisponde al dato ufficiale relativo ai beni esportati, i quali si riferiscono esclusivamente a quelli prodotti all'interno del proprio Paese e venduti poi all'estero. Quindi voi, come alcuni economisti, soprattutto macroeconomisti, commettete la leggerezza di considerare i due fattori uguali e quindi pensate che se la Germania tornasse al marco e subisse un calo delle esportazioni, a questo deriverebbe un calo anche delle vendite complessive delle aziende tedesche all'estero dei loro prodotti e per contro un aumento delle vendite da parte dei loro concorrenti."

Per spiegarmi ulteriormente su quello che ho fatto presente in quella occasione, nel caso non fosse già chiaro ciò che intendo dire, parto da un semplice esempio. Supponiamo che io produca in uno stabilimento qui da noi in Italia un bene qualsiasi, ad esempio frigoriferi. E che ne vendo per 1 milione di euro negli Stati Uniti. In questo caso le mie vendite verrebbero registrate come esportazione e quindi l'Italia - in assenza di altri prodotti - vedrebbe un valore di export pari ad 1 milione di euro.

Se in un secondo tempo dovessi decidere di delocalizzare, cioè di trasferire altrove la produzione, ad esempio in Messico per ridurre i costi sia di produzione che di trasporto, aggiungendo magari anche un risparmio dal punto di vista fiscale, e vendessi ancora un volume pari a 1 milione di euro, cosa cambierebbe? Per me nulla, fatturerei sempre 1 milione di euro con gli USA, ma le statistiche nazionali dell'Italia per quanto riguarda l'export registrerebbero una riduzione di 1 milione di euro, quello cioè che fatturavo prima producendo qui in Italia vendendo negli Stati Uniti e che ora vendo sempre ma facendolo altrove (in Messico).
Il Messico viceversa vedrebbe un aumento del proprio export di 1 milione di euro, tradotto ovviamente in moneta locale - in peso messicano - e gli USA parimenti sempre un import di 1 milione di euro, anche qui tradotto in valuta locale, cioè in dollari, anche se prima dall'Italia ed ora dal Messico.

Potrebbe poi accadere che negli USA diventi presidente un personaggio che per ridurre il disavanzo commerciale e per aumentare l'occupazione nel proprio Paese decida di introdurre (o di aumentare) i dazi doganali dei beni di importazione e che a me non convenga continuare a produrre i frigoriferi in Messico, così decido di trasferire ancora la produzione questa volta negli Stati Uniti.
Supponiamo per semplicità che io continui a vendere la stessa quantità di frigoriferi al medesimo prezzo, ora prodotti direttamente negli USA, cosa cambierebbe? Per me ancora nulla, sempre lo stesso milione - in euro - di fatturato, ma per Messico e USA statisticamente avremmo rispettivamente un calo pari ad un milione di euro (in controvalore in peso) delle esportazioni del Messico e lo stesso livello (in controvalore in dollari) di riduzione delle importazioni da parte degli USA.

Insomma, come si vede dall'inizio alla fine sono cambiati solo i dati statistici relativi a import ed export dei Paesi coinvolti, ma a me come azienda produttrice di beni, in questo caso di frigoriferi, non è cambiato nulla!
Arrivando al caso Germania che dovesse tornare al marco, è verosimile che i dati sulle esportazioni potranno subire ridimensionamenti, ma questo non comporta una pari riduzione del volume di vendite conseguite all'estero da parte delle stesse aziende tedesche. Potrebbe ridursi anch'esso, certo, ma difficilmente per lo stesso ammontare.
Oggi infatti molti beni venduti all'estero sono prodotti fuori dal territorio nazionale e questo non riguarda solo la Germania. Basti considerare un parametro macroeconomico: il PNL, ovvero il Prodotto Nazionale Lordo (GNP - Gross National Product - in inglese o BNE - Bruttonationaleinkommen - in tedesco), che differisce dal noto PIL (Prodotto Interno Lordo) in quanto stima l'ammontare di quanto prodotto globalmente dalle aziende di una determinata nazione anziché la produzione realizzata in un determinato Paese da aziende di qualsiasi nazionalità.
Recentemente l'Istituto Federale di Statistica di Wiesbaden (l'omologo della nostra ISTAT) ha diffuso i dati aggiornati al 2016 della stima sia del PIL che del PNL della Germania a prezzi correnti:


Traduzione dei termini dal tedesco:
  • Bruttoinlandsprodukt = Prodotto Interno Lordo
  • Bruttonationaleinkommen = Prodotto Nazionale Lordo
  • Volkseinkommen = Reddito lordo nazionale
  • Preisbereinigt = a prezzi costanti
  • In jeweiligen Preisen (je Einwohner)  = a prezzi correnti (pro capite)
  • Maßeinheit = Indice (in questo caso - per la prima colonna - 2010 = 100)
Come si può notare dalle tre colonne centrali ed in particolare dal raffronto del PIL (Bruttoinlandsprodukt) con il PNL (Bruttonationaleinkommen), il secondo supera in valore il primo a cominciare dai primi anni di questo millennio quando una parte sempre maggiore di produzione delle aziende tedesche venne trasferita all'estero, o aprendo nuovi stabilimenti o soprattutto acquisendo aziende straniere. Questi dati confrontati tra loro ci dicono che se le aziende non tedesche lasciassero la Germania e quelle tedesche invece viceversa trasferissero la produzione internamente, a parità di vendite il PIL della Germania aumenterebbe, ad esempio passando, secondo i dati stimati per il 2016, da 3.133,860 miliardi a 3.199,899 miliardi di euro. Considerando che non sono poche le produzioni realizzate in Germania da aziende non tedesche, ci fa capire quanto sia rilevante allo stesso tempo il volume di produzione realizzato all'estero da aziende invece tedesche e riallacciandoci a quanto visto inizialmente come questo fenomeno incida sulle statistiche del commercio estero. Ad esempio le vendite realizzate in Cina dalla joint venture FAW-Volkswagen in campo automobilistico, che sfugge alle statistiche dell'export tedesco, rappresenta comunque un fatturato che rientra - anche se parzialmente - nel gruppo Volkswagen.

In definitiva, un calo dei dati relativi all'export non comporta necessariamente un calo corrispondente delle vendite dell'insieme di aziende di quel Paese e/o un aumento sempre delle vendite da parte della concorrenza straniera!

In conclusione occorre tenere presente che se la Germania tornasse al marco lasciando l'euro, o se l'euro scomparisse del tutto, non è detto che la competitività e quindi il volume di vendite globale delle aziende tedesche ne verrebbe per forza sensibilmente penalizzato come si potrebbe essere indotti a pensare. Assisteremmo con molta probabilità ad un adeguamento da parte delle stesse aziende alla nuova situazione economica che si esprimerebbe con una serie di trasferimenti della produzione da una nazione all'altra. E non è detto che alla fine il PIL della Germania ne risentirebbe, o comunque non in misura rilevante. Un esempio lo abbiamo visto dalla crisi del 2008, dove il made in Germany ha visto un calo degli scambi all'interno dell'eurozona, calo però più che compensati con i Paesi extra europei.

giovedì 11 agosto 2016

Il tanto biasimato surplus della Germania

Se ne parla spesso, se ne parla male = se ne parla spesso male. E' il surplus delle partite correnti o current account in inglese. In tedesco Leistungsbilanz. Il saldo (o conto) delle partite correnti comprende quattro altri saldi (tra parentesi il nome in tedesco):
  1. Saldo merci (Warenhandel)
  2. Saldo servizi (Dienstleistungen)
  3. Il saldo redditi (Primäreinkommen)
  4. Saldo trasferimenti correnti (Sekundäreinkommen)
(Per la descrizione delle diverse voci consiglio di leggere un articolo più ampio riguardante la Bilancia dei Pagamenti scritto dal Prof. Alberto Bagnai, un economista e docente presso l'Università di Chieti-Pescara del quale non condivido gran parte delle sue critiche all'euro, all'Europa e soprattutto alla Germania ed ai motivi per cui le loro aziende oggi esportano così tanto, però devo riconoscere che nelle spiegazioni degli argomenti che insegna è molto chiaro ed efficace.)

La Germania sta conseguendo da alcuni anni un record in termini di surplus delle partite correnti rispetto al PIL e questo viene contestato da molti economisti anche per il fatto che viola un parametro europeo.
Lo scopo di questo articolo è esaminare ora come stanno le cose e anche osservare la questione da un diverso punto di vista da quello fornito dalla maggior parte dei commentatori, smentendo inoltre alcune imprecisioni che vengono dette oltre che descrivere cosa rappresenta in pratica questo surplus e le sue implicazioni.
Vediamo il saldo (o conto) delle partite correnti degli ultimi tre anni:


Il dato dell'anno scorso è decisamente elevato, sia in valore assoluto che in termini percentuali sul Prodotto Interno Lordo che nel 2015 è stato di 3.025,9 mld di euro da cui risulta un rapporto Current account/PIL del 8,5%, ben oltre il limite superiore stabilito dalla Commissione Europea che è del 6%.
Come si può notare la componente maggiore è rappresentata dal saldo merci, mentre i servizi registrano un valore negativo così come il saldo trasferimenti. Ma anche il saldo redditi merita una annotazione in quanto, per quello che rappresenta, un dato di oltre 60 mld è decisamente elevato, pari a poco più del 2% del PIL. Il saldo redditi infatti esprime la differenza tra i redditi da lavoro e da capitale conseguiti all'estero da soggetti residenti in Germania e quelli conseguiti in Germania da residenti stranieri. Va precisato che la quasi totalità di questo ammontare è costituito da redditi vari da investimento (Vermögenseinkommen). La somma del PIL con i redditi netti dall'estero (o RNE), in questo caso con i 60 ed oltre mld di euro della Germania, costituisce il Prodotto Nazionale Lordo (PNL = PIL + RNE). Nel 2015 il PNL è risultato quindi ben maggiore del PIL, infatti il PIL è stato di 3.025,9 mld di euro ed il PNL di 3.091,3 mld, segno di un Paese altamente in salute.
Considerando che i servizi ed i trasferimenti netti dall'estero compensano questo importo, possiamo quindi concentrarci sulla componente determinante, ovvero il saldo merci.

Credo sia intuitivo comprendere che un Paese che consegue un alto livello di surplus si arricchisca, al contrario di uno che vede invece un forte deficit e questo all'interno di un'area economica che condivide la stessa valuta può rappresentare, o anzi rappresenta davvero una disfunzione. Ecco perché la Commissione Europea ha stabilito dei limiti in termini di surplus e di deficit delle partite correnti in rapporto al PIL, rispettivamente +6% e -4%.
Questo parametro, va precisato, rientra in un elenco di ben 14 parametri che la Commissione stessa ha stabilito all'interno del più ampio Patto di Stabilità e Crescita con lo scopo di consentire una crescita il più possibile uniforme (o se si preferisce il meno difforme) tra le economie dei Paesi aderenti all'Unione Europea.
L'elenco originale in lingua inglese tratto dal sito della Commissione Europea è il seguente:


Sono sottolineati i parametri che Germania (in blu) e l'Italia (in verde) non stanno rispettando. In dettaglio la situazione che la Commissione Europea ha rilevato a fine 2015 per i due Paesi è la seguente: 



I parametri che vengono contestati in quanto non rispettano o non rientrano  nei limiti previsti sono quelli evidenziati nella tonalità più scura. Come si può vedere ambedue i Paesi hanno più parametri in contestazione, non da ultimo il debito eccessivo.

Perché la Germania non viene mai sanzionata?
Questa è una accusa che viene spesso ripetuta, però è priva di motivazione per il semplice fatto che una sanzione non è prevista! Per essere precisi è prevista sì una sanzione, ma solo se il Paese in oggetto non accetta o non rispetta le indicazioni che giungono dalla Commissione Europea per uscire dalla procedura di infrazione e queste indicazioni sono spesso delle azioni concordate insieme ai governi. Nel caso della Germania ad esempio, per quanto riguarda l'eccessivo surplus, il governo tedesco ha concordato delle misure atte a ridurlo però non è così semplice come può apparire. Ma prima di vedere questo aspetto completiamo l'informazione relativa all'iter che viene adottato dalla Commissione Europea.
Quando un Paese è in infrazione perché disattende uno o più parametri di quelli previsti, la Commissione Europea avvia una fase cosiddetta di "allerta" e mette sotto esame il Paese questione. Per ciascun parametro la Commissione assegna una categoria in base alla situazione di gravità in cui si trova:
  1. No imbalance (nessuno squilibrio)
  2. Imbalances (squilibrio)
  3. Excessive imbalances (squilibrio eccessivo)
  4. Excessive imbalances with corrective action (Excessive Imbalance Procedure, EIP) (Squilibrio eccessivo con azione correttiva)
Ogni anno nel mese di Novembre la Commissione Europea predispone una situazione (un report) per ciascuno Stato membro che si trovi a disattendere uno o più parametri, questo report poi viene messo al vaglio dei ministri finanziari che lo discutono, danno un loro parere e discutono le azioni che intendono intraprendere per uscire dalla situazione:


Se le azioni non avessero successo se ne vagliano altre che vengono sempre discusse insieme.
Per coloro che invocano una sanzione nei confronti della Germania perché la vogliono punita per essere troppo competitiva, suggerirei di stare tranquilli perché nell'ordine di gravità noi siamo più esposti, ovvero più vicini a ricevere una sanzione, sanzione che come scritto precedentemente non viene applicata perché il nostro governo discute costantemente con la Commissione Europea misure atte a rientrare dagli squilibri. Chiudo questa parte facendo presente che un po' tutti i Paesi ad oggi si trovano ad avere squilibri macroeconomici:


Come si vede dallo schema l'Italia si trova in una posizione di non deficit eccessivo (al momento stiamo rispettando i limiti concessi dalla Commissione Europea), ma di eccessivo squilibrio per alcuni parametri, primo fra tutti il rapporto Debito/PIL.
La Germania invece si trova in una posizione di squilibrio in merito ad alcuni parametri ma ancora non giudicati eccessivi (Excessive imbalances). Croazia, Francia e Portogallo si trovano addirittura nella condizione sia di squilibrio di alcuni parametri macroeconomici che di deficit eccessivi.

Ma la Germania cosa fa per ridurre il surplus?
Il surplus commerciale non è come un avanzo di bilancio pubblico, è semplicemente un valore contabile che è dato dalla differenza tra quanto migliaia di attività vendono all'estero e quanto altrettante migliaia importano, attività che non sono le medesime infatti ci possono essere aziende che importano o che esportano solamente. Questo in risposta a chi propone che una parte di questo surplus la Germania lo distribuisca agli altri Paesi. Ammesso di voler distribuire ad esempio i 75 mld di euro di eccessivo surplus (quello oltre il 6% del PIL stabilito) dove si vanno a prendere? Si tassano le aziende che esportano? Si tassano un po' tutti? Di sicuro non nelle casse nel governo perché non è li che finisce il surplus.
Più coerentemente la Commissione Europea ha chiesto al governo di Berlino di incrementare gli investimenti ed ha auspicato che anche i redditi aumentino, in maniera da avere un conseguente incremento della domanda aggregata, in questo modo da più consumi si avrebbe un aumento anche delle importazioni. Il governo Merkel, nonostante non allenti di molto i cordoni della borsa in quanto non intende andare a deficit, ha comunque predisposto un piano finanziario che prevede un incremento della spesa pubblica:


Occorre però precisare che recentemente i consumi delle famiglie hanno registrato un tasso di incremento più marcato rispetto al passato, passando dai 2.001 mld di euro del 2011 ai 2.222 del 2015, pari ad un incremento medio del 2,7% annuo. Ha inoltre dato un contributo la decisione di fissare un livello minimo di retribuzione oraria di 8,50 euro dal 01.01.2015 che passeranno a 8,84 euro dal 2017.
Però il governo non ha influenza sulle retribuzioni del settore privato, quella è una questione che riguarda strettamente le parti sociali.

Perché il surplus non si riduce e dove è conseguito?
Qui veniamo probabilmente ad affrontare le domande che più vengono poste e più interessano. La Germania ha recentemente visto variare la sorgente dalla quale trae il suo surplus commerciale (di beni). Se prima era prevalentemente dai Paesi dell'area euro, da un quinquennio le cose si sono invertite, il surplus dall'eurozona è progressivamente calato (anche se rimane elevato) mentre è cresciuto progressivamente quello dai Paesi extra eurozona:


(EWU-Länder sono i Paesi dell'eurozona e sono rappresentati dal colore blu, mentre gli altri da quello grigio. Warenausfuhr e Wareneinfuhr sono rispettivamente le esportazioni e le importazioni mentre Außenhandelssaldo è il saldo commerciale).

C'è una osservazione importante da fare riguardo l'andamento delle esportazioni e delle importazioni. Se guardiamo al dato del 2015 della crescita delle esportazioni e delle importazioni ai prezzi correnti, rileviamo che sono aumentate rispettivamente del 6,4% e del 4%, mentre se li rileviamo in volume, ovvero a prezzi costanti e concatenati, l'andamento registrato è l'inverso con una crescita rispettivamente del 5,4% e del 5,7%. Questo significa che le merci entrate sono aumentate più di quelle uscite in termini di quantità (in volume) ma essendo i prezzi delle seconde diminuite di molto (in particolare le materie prime con il petrolio in testa), in valore l'incremento risulta essere minore e addirittura inferiore a quello delle esportazioni rispetto al periodo precedente.


L'incidenza dell'andamento dei prezzi ed in particolare del calo di quello dei prezzi importati è ben visibile da questo grafico che mostra l'andamento dell'indice dei prezzi dei prodotti sia importati che esportati con base indice 2010:


Come si può notare, dalla metà del 2014 si è via via accentuata una forbice tra i prezzi dei prodotti esportati (linea tratteggiata) e quella dei prezzi importati (linea continua).
E' chiaro che con una spesa inferiore per le importazioni dovuta ad un crollo delle materie prime ed una riduzione, sebbene inferiore, del prezzo anche degli altri beni importati mentre nel contempo quello dei prodotti esportati vede un calo inferiore, la riduzione del surplus si fa più difficile. Se poi aggiungiamo che il calo dell'euro, grazie alle politiche monetarie della Banca Centrale Europea, hanno reso i prodotti made in Germany più competitivi, ne deriva che è un obiettivo alquanto arduo da ottenere.

Un altro fattore che incide sul valore delle importazioni è dato dal notevole incremento di prodotti importati dall'oriente, che sono notoriamente più convenienti in termini di prezzo rispetto a quelli ad esempio europei. Basti pensare che nel 2001 le importazioni dalla Cina ammontavano a soli 20 miliardi di euro, nel 2009 sono arrivate a 56,7 mld e nel 2015 hanno raggiunto i 91,5 mld. Per avere un ordine di paragone, le importazioni dall'Italia nel 2015 sono state di 49 mld. E' evidente come gli oltre 90 miliardi di beni importati dalla Repubblica Cinese hanno sostituito potenziali acquisti da altri Paesi ed in particolare da quelli europei e facilmente hanno contribuito a ridurre l'ammontare di spesa dei beni importati.
In definitiva se non ci fosse stato il calo delle materie prime e quello degli altri beni importati, se non ci fosse stato l'effetto sostituzione dei prodotti (probabilmente) europei con quelli cinesi e se l'euro non fosse calato rispetto alle altre valute incentivando l'export, facilmente il surplus della Germania sarebbe inferiore.

Una considerazione finale
Sebbene io mi rendo conto che un surplus eccessivo può comportare disfunzioni soprattutto all'interno della stessa area valutaria, dall'altro non posso certo concepire che un governo, in questo caso quello tedesco, per ridurre tale eccesso possa adottare misure atte a frenare le esportazioni delle aziende o viceversa favorire le importazioni dall'estero. Questo falsificherebbe il principio del libero mercato ed anziché incentivare gli altri Paesi a migliorare la propria competitività danneggerebbe quelli che lo sono di più.
E' accettabile pensare di favorire investimenti o adottare misure che puntino ad un aumento dei consumi nel Paese più competitivo, così da avere ripercussioni positive anche sulle sue importazioni, ma non certo una qualsiasi azione volta a frenare le vendite delle aziende più performanti.

giovedì 19 maggio 2016

"Made in Germany" - Perché la Germania esporta...molto!

La Germania è da molti anni uno dei maggiori esportatori al mondo. Si può dire che lo è da sempre o quantomeno da inizio secolo scorso. Dai primi anni del 1900 fino allo scoppio della I Guerra Mondiale la Germania aveva una quota del 11% circa sul totale del commercio mondiale e del 20% per i prodotti manifatturieri (fonte United Nations Statistics Division - Divisione Statistica delle Nazioni Unite). I maggiori esportatori erano all'epoca Regno Unito con rispettivamente (e mediamente) il 13% e 28%; gli Stati Uniti, rispettivamente con il 13% e 11% circa (una quota quindi inferiore alla Germania per i prodotti manifatturieri) e la Francia con il 7% e 11%. Avevano una quota di tutto rispetto i Paesi Bassi (considerate le dimensioni del Paese) con il 6% e il 5% rispettivamente, ma mancava allora rispetto ad oggi il Giappone nel ruolo di protagonista avendo meno del 2% sia per il totale che per i prodotti manifatturieri. L'Italia anch'essa non aveva una quota rilevante: mediamente il 2,5% del totale e poco meno del 3% per i prodotti manifatturieri.
Da notare infine la quota dell'Austria, all'epoca Impero Austro-Ungarico, con il 3,5% in entrambe le categorie.

Tra le due Guerre Mondiali la Germania si risollevò dall'esito del precedente conflitto, con le conseguenti pesanti sanzioni che le furono imposte, ed alla vigilia di quello successivo deteneva il 9% del totale del commercio mondiale ed il 18% sui prodotti manifatturieri. L'Italia deteneva praticamente le stesse quote del periodo precedente. I leader erano sempre Stati Uniti (rispettivamente 13% e 15%) e Regno Unito (11% e 18%).

Dopo il disastroso secondo conflitto mondiale la Germania ripartì letteralmente da zero, ma già negli anni '60 l'export tedesco valeva tre volte quello italiano e tale proporzione è rimasta sino ad oggi. Nel 2015 infatti la Germania ha raggiunto 1.196 miliardi di euro di beni e servizi esportati contro i circa 414 dell'Italia. Ad oggi i maggiori esportatori, stando ai dati del 2014 del W.T.O., sono: Cina (12,3%), Stati Uniti (8,5%), Germania (7,9%) e Giappone (3,6%). L'Italia è ottava con una quota del 2,8% ma dai primi dati disponibili nel 2015 sarebbe stata superata sia dal Regno Unito che da Hong Kong.

Questo per fornire un quadro generale nonché una panoramica storica nel quale collocare le performances dell'economia tedesca nel commercio internazionale. Ma ad oggi cosa esporta maggiormente la Germania? I settori principali sono:


  • Veicoli...........................................226 mld
  • Macchinari ed attrezzature n.d.c.....170 mld
  • Prodotti chimici..............................108 mld
  • Computer, beni elettronici ed ottici..  97 mld
  • Apparecchiature elettriche............... 72 mld
  • Prodotti farmaceutici....................... 70 mld
L'export rappresenta una quota elevata del Prodotto Interno Lordo, pari al 39,5% (1.196 mld su 3.026), e le aree di destinazione per gli anni 2005, 2008 e 2014 sono (fonte Ufficio Federale di Statistica di Wiesbaden):

                                        2014                2008                2005
  • Eurozona................ 37%                41%                 41%
  • UE (non euro).........  20%                21%                 21%
  • Europa (non UE)..... 12%                 12%                 12%
  • Asia........................16%                 13%                 14%
  • America..................12%                 10%                   9%
  • Africa......................  2%                   2%                   2%
  • Australia/Oceania....  1%                    1%                   1%
Da questi dati si evince come l'incremento di questo ultimo decennio riguarda i Paesi non facenti parte della zona euro, smentendo così in parte la teoria che vuole l'unione monetaria quale fattore che avrebbe favorito il notevole aumento delle esportazioni tedesche nel suo complesso, passate dai 510 mld di euro del 1999 (anno in cui sono state fissate le parità tra le prime 11 valute che sono state sostituite dall'euro nel 2002) ai 1.196 mld del 2015.
Nello stesso periodo le esportazioni italiane sono passate da 221 mld del 1999 ai 414 mld del 2015.

Insomma la Germania è da sempre protagonista del commercio mondiale, sia prima con una sua valuta che poi con quella dell'Unione Europea, i suoi prodotti trovano successo dappertutto infatti l'incremento interessa 'a ventaglio' tutti i continenti, in particolare di recente le nazioni emergenti (esempio i Paesi BRICS).
Un dato che dimostra come i prodotti tedeschi siano apprezzati per la loro qualità è quello riferito all'andamento delle vendite in Cina, dove l'export della Germania è passato dai 15 mld del 2002 ai 71 mld dell'anno scorso. L'Italia nel 2015 ha esportato circa 11 mld in Cina.

Una parte della competitività deriva anche dal fatto che i prezzi alla produzione siano cresciuti recentemente in Germania meno che nei maggiori Paesi suoi concorrenti come si può osservare da questo grafico che prende in considerazione una selezione di questi:


Questo basso incremento è stato in parte legato ad una politica di moderazione salariale attuata nei primi anni 2000 a seguito di accordi tra le parti sociali con lo scopo di frenare la delocalizzazione delle attività di produzione all'estero che molte imprese tedesche avevano avviato per ridurre i costi, soprattutto quello del lavoro che in Germania è sempre stato tra i più alti. Questa moderazione salariale ha legato gli aumenti a quello dei prezzi e non più alla produttività che incrementando più delle retribuzioni ha permesso al costo del lavoro per unità di prodotto (CLUP) di scendere sensibilmente. In questo grafico è riportato l'andamento dell'indice delle retribuzioni in termini reali, ovvero al netto dell'inflazione:


Va comunque precisato che i bassi aumenti salariali erano legati anche, se non soprattutto, all'elevato tasso di disoccupazione presente in quel periodo:


Come si osserva confrontando i due grafici, durante il periodo di aumento o comunque di alto livello di disoccupazione l'indice delle retribuzioni rimane costante (aumento delle retribuzioni in termini nominali alla pari di quello generale dei prezzi) oppure scende e viceversa negli ultimi anni in cui la disoccupazione è progressivamente calata.

E' però un errore pensare che la competitività dei prodotti made in Germany sia legata al basso incremento delle retribuzioni, considerando anche che i salari nel manifatturiero hanno un 'peso' del 15% in media sul costo totale di prodotto, quindi un aumento (o una diminuzione) del 10% di queste comporta un aumento del costo del 1,5% appena (o una diminuzione di pari valore) del costo complessivo di prodotto. La loro competitività va ricercata in altri fattori quali la qualità, il contenuto tecnologico, l'organizzazione commerciale aziendale e per quanto riguarda i costi su fattori che permettono alle imprese di avere un elevato valore aggiunto, ad esempio la dimensione delle imprese, l'affidamento alla tecnologia incluse quelle informatiche e includerei anche l'adozione di economie di scopo (in tedesco Verbundeffekte ed in inglese economie of scope) da parte di molte imprese. Sul tema è possibile leggere (in tedesco) una breve analisi effettuata dall'Istituto di Economia Tedesca di Colonia dal titolo Industrielle Arbeitskosten im internationalen Vergleich dal quale è tratto questo grafico che mostra come in Germania le imprese che hanno adottato efficacemente i principi dell'economia di scopo abbiano un minore costo del lavoro:


Vediamo ora di fare qualche esempio che analizzi le performance di un paio di categorie merceologiche.
Uno dei settori di punta della produzione tedesca nonché delle loro esportazioni (108 mld di euro nel 2015) è quello della chimica, la cui categoria è contraddistinta statisticamente con la sigla GP09-20. Come si può osservare da questa tabella pubblicata da Eurostat a proposito di questa categoria, la Germania è il principale produttore, seguita da Francia e Italia:


I dati al momento si riferiscono al 2010 (tranne che per la Turchia che risalgono al 2009) ma si può osservare comunque un aspetto importante, ovvero il valore aggiunto (value added) conseguito quell'anno dall'intera produzione tedesca è stato di 36,65 miliardi di euro contro i 9,19 circa dell'Italia. Se rapportiamo questo valore al numero di occupati indicato nella seconda colonna (rispettivamente 324.400 e 113.500) otteniamo che il valore aggiunto per occupato è per la Germania di quasi 113.000 euro e per l'Italia di quasi 81.000 euro, il 40% in più a favore dei tedeschi!
Anche la Francia non fa molto meglio, con un valore aggiunto di 15,2 miliardi di euro e 157.500 occupati ne deriva un valore aggiunto per occupato di 96.500 euro, praticamente si colloca a metà tra Germania e Italia.
I Paesi Bassi raggiungono risultati elevati con 182 mila euro circa di valore aggiunto per occupato.
Tutto dipende da fattori diversi tra cui la tipologia di produzione, per gli olandesi molta parte riguarda la raffinazione di prodotti petroliferi, processo che è contraddistinto da una elevata produttività.

Possiamo fare una analisi del genere prendendo un altro settore in cui i tedeschi sono forti, quello dei macchinari ed attrezzature n.c.a. (non classificati altrove) in cui l'export nel 2015 è stato di quasi 170 mld di euro:


Il valore aggiunto per occupato della Germania in questo settore, del quale è leader, è stato nel 2010 di 67.800 euro, poco superiore all'Italia (10%) che occupa il secondo posto per fatturato con poco più di 61.000 di valore aggiunto per occupato. Da notare comunque il fatturato della Germania, di poco più del doppio di quello italiano.

(*)Va ricordato che il valore aggiunto comprende le retribuzioni quindi non viene influenzato dal livello delle stesse. Ad ogni modo occorre tenere presente che ad un maggiore valore aggiunto possono corrispondere retribuzioni anch'esse superiori.

In pratica queste analisi suggeriscono che per fattori diversi la competitività della produzione tedesca è molto alta e questo consente anche salari e costo del lavoro altrettanto alti. Nella seguente tabella sono riportati i costi orari nei vari settori, sia nella produzione di beni che in quello dei servizi, per l'anno 2015:


Valori che se confrontati con quelli degli altri Paesi risultano tra i più elevati:


Insomma produrre in Germania comporta un onere per la manodopera maggiore rispetto alla maggior parte dei Paesi esportatori, sicuramente più che in Cina e negli Stati Uniti, che rappresentano i maggiori concorrenti del made in Germany, e poi anche più che in Italia nonostante l'aumento dei salari in Germania sia stato inferiore in questi ultimi anni come può essere verificato prendendo i dati Istat.

Un altro fattore che contribuisce alla competitività del sistema economico di un Paese è sicuramente il livello di pressione fiscale sugli utili, il cosiddetto Total Tax Rate. La Banca Mondiale (World Bank) ha calcolato e riporta i seguenti valori per il periodo 2011-2014 di questi Paesi (valori in percentuale sui profitti):

  • Germania...........48,8%
  • Italia..................64,8%
  • Francia..............62,7%
  • Regno Unito......32,0%
  • Stati Uniti..........43,9%
  • Giappone..........51,3%
  • Spagna..............50,0%
E' evidente come noi italiani siamo penalizzati (e molto!) da questo fattore.

Si potrebbe procedere ancora analizzando ulteriormente i vari settori ma credo che si possa giungere già ad una conclusione in base alla quale si può affermare che la Germania esporta molto in quanto ha da sempre una elevata vocazione e basa buona parte della produzione su prodotti a maggiore valore aggiunto e dall'alto contenuto tecnologico grazie alla ricerca testimoniata dal numero di brevetti registrati. Nella seguente tabella è riportata la classifica dei 10 Paesi che maggiormente ha fatto uso di applicazioni che derivano dai brevetti registrati:


ed in questa tabella è riportata la selezione dei Paesi che hanno registrato il maggior numero di brevetti negli Stati Uniti nel corso degli anni:


Significativa la posizione della Germania e, ahimè, dell'Italia (alquanto inferiore rispetto ai primi).
A tutto questo vanno aggiunti altri fattori quali la capacità di partecipare e di organizzare fiere di primario livello mondiale e quelle peculiarità che contraddistinguono la singola azienda quale ad esempio l'attenzione al cliente. Ritenere che la competitività della Germania derivi dal fatto che per qualche anno i salari sono cresciuti meno che altrove, come sta facendo recentemente qualche economista, è riduttivo e superficiale.