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lunedì 14 marzo 2016

Gli USA adottarono davvero una politica 'keynesiana' per uscire dalla crisi?

Quante volte sentiamo che nella Unione Europea vige una politica di austerity e che a causa di questa non siamo ancora usciti dalla crisi? Quante volte abbiamo sentito che, diversamente, gli Stati Uniti con l'amministrazione Obama ne sarebbero invece usciti grazie proprio ad una politica di stampo 'keynesiano'? Ma è davvero così?
A prima vista leggendo i soli dati aggregati sembrerebbe in effetti che il governo federale statunitense abbia perseguito una politica fiscale decisamente espansiva dato che nel 2009 il deficit ha quasi toccato il 10% del PIL rimanendo ben al di sopra del 5% fino al 2013. Ma se scendiamo nei dettagli scopriamo che le cose non stanno esattamente così come sembrano.

Facciamo un passo indietro, ad inizio anno 2008, e cominciamo esaminando il bilancio preventivo per l'anno 2009 e successivi (approvato ad inizio 2008) redatto dall'Ufficio per la Gestione ed il Bilancio della Casa Bianca (Office of Management and Budget), in pratica l'ufficio di consulenza per il bilancio federale utilizzato dal Presidente degli Stati Uniti, quando ancora la crisi finanziaria che si era manifestata già nel 2007 non aveva ancora toccato il culmine. Firmatario quell'anno del bilancio fu il Presidente G.W.Bush (Repubblicano):

Osserviamo la tabella all'interno del documento che riassume i dati riguardanti il deficit federale consolidato (effettivo) degli ultimi anni, quello stimato per l'anno appena concluso (2008), quello in corso (2009) e quelli futuri:


Si possono notare due cose interessanti, in primo luogo il deficit federale, tranne qualche breve periodo, è sempre stato entro il 3% del PIL, guarda caso il parametro previsto nell'Unione Europea dal Trattato di Maastricht, ed in secondo luogo, per l'analisi attuale, che il deficit previsto dall'amministrazione Bush per l'anno 2009 (quello in corso all'epoca della firma del bilancio) era stimato al 2,7% del PIL, ovvero 0,2 punti percentuali in meno rispetto a quello previsto per l'anno appena trascorso, il 2008, conclusosi poi con un dato finale pari al 3,1% del PIL. Questo già ci dice che l'amministrazione Bush aveva in programma di ridurre un deficit che già molti considererebbero basso, soprattutto tra coloro che parlano di austerity guardando agli stessi dati dell'Unione Europea.
Quell'anno il deficit reale però giunse al 9,8% del PIL proprio a causa dell'esplodere della crisi finanziaria che si trasmise all'economia. Il PIL a prezzi correnti scese da 14.752 a 14.415 miliardi di USD (-2,3%) mentre l'occupazione scese da 144 milioni di persone a 138 milioni (fonte US Bureau of Labor Statistics), praticamente si persero almeno 6 milioni di posti di lavoro pari al 4%!

Il deficit quell'anno raggiunse quel livello non tanto a causa di politiche espansive del governo federale, come alcuni sostengono, ma come conseguenza in primo luogo del crollo delle entrate fiscali, poi di un aumento delle spese di welfare e solo in parte ad interventi a sostegno dell'economia!
Infatti il deficit del 2009 fu pari a 1.413 miliardi di dollari contro i 407 previsti e la differenza di circa 1.000 miliardi è rappresentata da 600 miliardi di minori entrate (2.100 miliardi effettivi contro i 2.700 previsti) e da un aumento della spesa per i restanti 400 miliardi (3.500 effettivi contro i 3.100 previsti).
Vediamo ora come si è giunti ad un aumento della spesa pari a 400 miliardi. Un rapporto del Congressional Budget Office ha stimato che 245 miliardi di maggiori spese sono legate al Troubled Asset Relief Program (TARP) approvato alla fine del 2008 dall'amministrazione Bush, un pacchetto di interventi del governo USA a sostegno delle attività finanziarie colpite dalla crisi causata dai famosi mutui subprime. Altri 200 miliardi sono conseguenti al programma American Recovery and Reinvestment Act (ARRA), un pacchetto di misure da stimolo all'economia deciso nel febbraio del 2009 dalla nuova amministrazione Obama. Questo programma è composto da investimenti e incentivi fiscali nel campo delle infrastrutture, dell'educazione, della salute e nelle energie rinnovabili. E' stata sicuramente una misura di sostegno all'economia, ma attenzione, la cifra stanziata per questo programma è stata complessivamente di 787 miliardi, poi diventati 831, nell'arco di un decennio: dal 2009 al 2019. Da un rapporto della stessa CBO si è stimato che metà di questo importo è stato raggiunto già nel 2010 e che il 90% è stato realizzato alla fine del 2011. In pratica stando a questi dati circa 740 miliardi di dollari sono stati stanziati nel triennio 2009÷2011, pari al 5% circa del PIL 2009. Sicuramente un pacchetto utile oltre che necessario ma dall'entità alquanto più contenuta rispetto a quello che si potrebbe desumere guardando i dati complessivi del deficit federale per lo stesso periodo. Stiamo insomma parlando di interventi che nel 2009 sono stati pari, stando al rapporto CBO, al 1,4% del PIL (200 miliardi di USD a fronte dei 14.715 del PIL), un intervento quindi dall'ammontare non tanto diverso da quello effettuato (o effettuabile) nei Paesi della Unione Europea.

In questa figura è rappresentata la spesa federale nelle sue componenti:


Passando ora agli anni successivi la tabella seguente riepiloga i dati previsti e quelli effettivi delle principali voci di bilancio:


Come si può osservare, il deficit effettivo a prezzi correnti si è aggirato attorno ai 3.500 miliardi di USD dal 2009 al 2014, per arrivare ai quasi 3.700 solo nel 2015 (dato preliminare), mentre il PIL è passato nel frattempo dai 14.415 miliardi del 2009 ai 17.800 del 2015 (dato preliminare), ovvero un incremento del 23%!
Si può davvero pensare che questo risultato di crescita del PIL sia ascrivibile alle misure di intervento del pacchetto A.R.R.A. per quanto questo abbia indubbiamente contribuito? Stiamo parlando di importi che in proporzione rispetto al PIL sono gli stessi che anche il governo italiano ha potuto disporre recentemente pur rispettando i vincoli europei di bilancio. Semmai sarebbe da analizzare come le risorse siano state impiegate da noi.

In conclusione, il governo federale statunitense sotto la presidenza Obama ha attuato sicuramente misure a sostegno dell'economia incentrate su investimenti e incentivi fiscali, ma dalle dimensioni sicuramente ben inferiori a quelle che molti credono (o vogliono far credere) se si limitano a prendere in considerazione in maniera superficiale i dati aggregati del deficit anno per anno. Un intervento non certo paragonabile al New Deal di Roosevelt del 1933 sebbene la crisi del 2008 sia stata per dimensioni molto simile a quella del 1929.
Quanto poi alla presunta politica definita di austerity della UE, se guardiamo le previsioni contenute nel bilancio federale statunitense approvato nel Febbraio 2015 per i prossimi anni, possiamo verificare che il deficit a cui si tende è un 2,5% del PIL:


Anche gli USA allora si starebbero orientando verso una politica di austerity? Deficit entro il 3% del PIL, tasso di inflazione stabilito dalla Federal Reserve come riferimento al 2% e singoli Stati Federali che, tranne il Vermont, hanno in qualche modo il vincolo del pareggio di bilancio (secondo il Balanced Budget Amendment) suggerisce qualcosa?
Per chiudere, questo è il deficit conseguito dal 2009 al 2014 (ultimo dato al momento disponibile) dai 28 Paesi della UE e di quelli appartenenti alla sola eurozona:


mercoledì 12 agosto 2015

Cambiamo i parametri di bilancio europei

Si parla spesso di mettere in discussione i parametri di bilancio europei ma poco si dice su come li si vuole modificare.
Senza ribadire la storia da Maaastricht in poi fino al Trattato sulla Stabilità, Coordinamento e Governance nell'Unione Economica e Monetaria, meglio noto come Patto di Bilancio o Fiscal Compact (si clicchi sopra per scaricare copia del trattato in lingua italiana dal sito della Commissione Europea) e dando per scontato che si sia a conoscenza degli attuali vincoli in essere, desidero esprimere alcune riflessioni circa la mia personale valutazione su come questi dovrebbero essere modificati, in primo luogo perché non più coerenti con la situazione economica attuale che è diversa dalla realtà vissuta durante gli anni '70 e '80, cioè del periodo su cui i parametri fissati nel trattato di Maastricht hanno fatto riferimento.

Debito
Il rapporto tra il debito complessivo di un Paese ed il suo prodotto Interno Lordo a prezzi di mercato è attualmente fissato al 60% e nel Fiscal Compact è previsto che le nazioni che si trovano oggi ad avere un valore superiore giungano a rientrare entro tale limite nell'arco di un ventennio. Questo valore è stato scelto a suo tempo semplicemente perché rappresentava la media del debito in essere (rapportato al PIL) dei Paesi che per primi si apprestavano a formare l'Unione Europea e ad adottare l'euro quale moneta unica, tranne qualche eccezione come l'Italia che già nel 1992, anno del Trattato di Maastricht, aveva già un debito maggiore. L'obiettivo era semplicemente quello di consolidare quel livello e non aveva quindi alcuna motivazione economica che lo riconducesse al 60% sebbene sia provato che all'aumentare del peso del debito, e quindi del suo costo in termini di interessi, venga penalizzata la crescita di quella economia.

Riguardo a questa variabile la mia valutazione è che debba essere portata ad un livello maggiore: 80%.

Perché 80% e non di più? La mia stima prende in considerazione il costo del debito in termini di interessi passivi da pagare, escludendo quindi a priori l'ipotesi di finanziare il deficit attraverso l'emissione di moneta da parte della banca centrale.
Se prendiamo come riferimento i tassi di interesse reali, ovvero la differenza tra quelli nominali e l'aumento dei prezzi (inflazione), e ipotizziamo che il tasso medio ponderato sui titoli del debito emessi a diversa scadenza sia indicativamente (e possibilmente non oltre) il 3%, possiamo giungere alla conclusione che il costo a fronte di un debito pari all'80% del PIL sia quindi del 2,4% del PIL stesso, un valore sostenibile e non penalizzante per l'economia in questione.

Ad oggi il costo del debito ammonta a circa il 4,6% del PIL, ma a fronte di un debito che nel 2014 ha raggiunto il 132% del PIl stesso:


ne consegue quindi che il 'peso' degli interessi sia circa il 3,4% in termini nominali sul totale. Il PIL nel 2014 è stato di circa 1.600 miliardi di euro a prezzi correnti, quindi se il costo degli interessi è ammontato al 4,6%, in euro è di circa 74 miliardi che rapportato al debito complessivo di 2.135 miliardi circa, esso rappresenta quindi il 3,4% (sia in termini nominali che reali visto che i prezzi sono cresciuti mediamente dello 0,2%). Un valore che potrebbe scendere ulteriormente proprio se parimenti scendesse il livello del debito così da aumentare la fiducia degli investitori e soprattutto dei rating assegnati dalle agenzie a cui gli investitori stessi si affidano.
Ad essere precisi non tutto il debito pubblico è rappresentato da titoli di Stato emessi dal governo, infatti al 31/12/2014 l'ammontare dei titoli in circolazione era pari a 1.782 miliardi di euro (fonte Dipartimento del Tesoro), quindi il costo sarebbe del 4,2% se rapportato a questo dato, ma rimane valido quanto scritto in precedenza circa la possibilità di far scendere questo valore abbassando il debito.


Personalmente prevederei una fascia di possibile espansione del debito nel caso l'economia dovesse affrontare una situazione di recessione o di lunga stagnazione e necessitasse di stimoli attraverso investimenti in conto capitale. Questo punto è solo parzialmente considerato oggi con il conteggio del PIL potenziale mentre servirebbe una maggiore flessibilità per permettere ad un governo di adottare misure atte a stimolare l'economia. Dovendo servire inizialmente risorse finanziarie a fronte di un PIL in calo e che mostrerà i suoi effetti più tardi è quindi logico aspettarsi che il debito salga sensibilmente, per questo ritengo che si debba dare respiro all'economia in crisi e questo respiro si potrebbe concretizzare fino a raggiungere lo stesso ammontare del PIL, ovvero un rapporto debito/PIL del 100%.

Solo oltre quel livello il governo dovrebbe adottare misure orientate a contenere la spesa corrente senza però penalizzare gli investimenti strutturali.

Deficit
Per questa voce ritornerei al parametro fissato a suo tempo nel trattato di Maastricht e cioè al 3% sul PIL. Inutile precisare che sono completamente in disaccordo con il pareggio di bilancio.

Perché 3%? Se prendiamo la relazione tra deficit, variazione del PIL e debito raffigurata dalla formula seguente:


dove:
d = deficit
D = debito
delta-P = la variazione del PIL in percentuale

ne deriva che per mantenere inalterato il rapporto "debito/PIL" al 80% con un deficit al 3% occorre che il PIL cresca del 3,9% in termini nominali, quindi con l'inflazione inclusa. Se consideriamo che il tasso di crescita dei prezzi fissato come obiettivo dalla Banca Centrale Europea è prossimo al 2% ne consegue che il tasso di crescita reale deve essere intorno al 2%, valore che deve essere raggiunto affinché sia garantita una crescita adeguata e permettere una sufficiente creazione di posti di lavoro.

Nel caso l'economia dovesse affrontare un periodo di crisi dovrebbe essere permesso, come prima anticipato, di superare temporaneamente il limite a patto che la maggiore spesa sia effettuata a fronte di investimenti concreti che abbiano l'obiettivo di stimolare l'economia e migliorare la produttività, non per spese correnti ad eccezione degli interventi a sostegno della disoccupazione e del sociale in generale (welfare).

Quanto all'ammontare di un extra deficit per contrastare una situazione di crisi si dovrebbe considerare, come avviene oggi, il fattore output gap (*) ma anche consentire una quota ulteriore per gli investimenti citati poc'anzi e che potrebbe corrispondere ad un paio di punti percentuali di PIL per un primo biennio per poi essere eventualmente ridotto ad un 1% per gli anni successivi se l'andamento dell'economia non avesse ancora registrato cambiamenti in positivo. Questo fino a quando il debito del Paese in questione non giunga allo stesso valore del PIL, superato questo ammontare quanto appena stimato dovrebbe essere ridotto della metà, rispettivamente un extra 1% per un biennio e uno 0,5% a seguire.

(*) Per un'idea di come viene stimato il PIL potenziale ed il saldo di bilancio corretto per il ciclo cliccare sul seguente link che permette di scaricare un documento del 2013 direttamente dal sito del Dipartimento del Tesoro:

domenica 12 aprile 2015

Correlazione tra PIL, deficit e debito pubblico

All'indomani della presentazione del Documento di Economia e Finanza (DEF) molti sono coloro (compreso il sottoscritto) che ne sono rimasti delusi. La maggior parte perché auspicava una riduzione della pressione fiscale, altri (tra cui il sottoscritto) una riduzione sia della pressione fiscale che della spesa pubblica. Questo perché il livello, o la qualità se si preferisce, dei servizi resi dalle amministrazioni pubbliche, ad iniziare dallo Stato, non valgono il loro costo, ovvero quanto si paga per ottenerli. Dal mio punto di vista occorre necessariamente riformare la spesa delle amministrazioni pubbliche a tutti i livelli riducendone il costo, in seguito si potrà decidere se introdurre nuovi servizi oggi assenti (ad esempio un sussidio per i disoccupati), migliorare quelli esistenti oppure ridurre la pressione fiscale, pressione che anch' essa dovrà essere rivista e redistribuita perché oggi è eccessivamente concentrata sulle fasce di reddito medio basse e che pesano in particolare verso coloro che le tasse le pagano interamente.

Tra coloro che invocano un abbassamento della pressione fiscale c'è chi afferma che la spesa dovrebbe rimanere comunque costante per non penalizzare il PIL. Essi sostengono che una riduzione della spesa pubblica penalizzerebbe sensibilmente la quota di Prodotto Interno Lordo da essa generata ed il cui ammontare è legato al moltiplicatore fiscale.
In linea di principio ciò è vero, però rimane il fatto che occorre trovare chi paga la differenza tra uscite ed entrate del bilancio pubblico. Normalmente sono gli investitori che acquistano i titoli del debito (o obbligazioni) ma lo fanno se sono sicuri che l'emittente sarà in grado di ripagare sia il capitale che gli interessi previsti dalle cedole. Se il debito complessivo di chi emette titoli aumenta di anno in anno si arriverà prima o poi ad un atteggiamento crescente di diffidenza e di sfiducia da parte degli investitori sulla capacità di ripagarlo.
E' quindi importante che l'ammontare del debito complessivo rimanga costante oppure oscilli di poco in proporzione alla ricchezza prodotta. Niente di diverso da quando si chiede un fido o un mutuo ad una banca oppure ad una finanziaria, queste acconsentiranno fintanto che il debito consolidato del richiedente non arrivi a superare una certa parte del reddito prodotto.

I limiti di bilancio fissati dai trattati dell'Unione Europea oramai li sappiamo:
  • Rapporto debito/PIL entro il 60%
  • Rapporto deficit/PIL entro il 3%
Vediamo ora di conoscere la correlazione che esiste tra queste tre variabili, correlazione che ci da anche modo di comprendere come ad esempio la regola del 3% del rapporto deficit/PIL, contrariamente ad alcuni luoghi comuni diffusi, ha una sua logica.

La correlazione esistente la si può rappresentare con una semplice equazione matematica:
dove:
d = deficit
D= debito


Quindi se supponiamo di avere un debito pari al 130% del PIL e una crescita di quest'ultimo del 2,5%, per mantenere costante il rapporto debito/PIL occorre che il deficit sia il risultato dell'equazione, ovvero 3,17%. Se quello reale conseguito sarà inferiore il debito si ridurrà rispetto al PIL, viceversa aumenterà.
Da tenere presente che i dati sono espressi tutti a prezzi correnti quindi l'inflazione in questo contesto faciliterà l'obiettivo di riduzione del debito.

In alternativa si può anche ricorrere ad un foglio elettronico per fare le simulazioni con varie combinazioni di variazione di PIL, deficit e debito:

1) Si impostano le formule

2) Si decide l'ampiezza del periodo da considerare e si fissano i parametri scelti. A questo punto si otterranno i risultati

3) Si può anche raffigurare il risultato inserendo un grafico

A questo punto se ci si esercita un po' si avrà la possibilità di osservare un fatto che nel risolvere matematicamente potrebbe sfuggire: per ciascuna combinazione con valori costanti di crescita del PIL e di deficit, il rapporto debito/PIL si andrà a stabilizzare ad un determinato valore:


Il rapporto crescerà o decrescerà spostandosi dal valore iniziale sempre meno fino a raggiungere un punto di equilibrio. Questo fatto è interessante perché ci permette di determinare quale crescita media del PIL di lungo periodo sarà necessaria per stabilizzare il rapporto debito/PIL a fronte di un determinato rapporto deficit/PIL. Oppure in alternativa quale deficit è ammesso a fronte di una crescita media di lungo periodo del PIL per mantenere costante il rapporto debito/PIL.
Ad esempio a fronte dei parametri previsti dal trattato di Maastricht (debito/PIL=60% e deficit/PIL=3%) il PIL nominale di lungo periodo dovrà essere almeno del 5,26%:


Questo risultato, considerando che l'inflazione prevista non dovrebbe superare il 2%, comporta che il PIL di lungo periodo in termini reali dovrebbe crescere mediamente del 3,26%, un valore che poteva essere possibile negli anni precedenti il trattato di Maastricht, ma oggi è decisamente anacronistico e pertanto i parametri andrebbero rivisti. E' mia opinione lasciare pure il rapporto deficit/PIL al 3% ma il debito rispetto al PIL andrebbe portato al 80 o anche al 90%. Questo comporterebbe una crescita media del PIL nominale del 3,4÷3,8% (rispettivamente 1,4 e 1,8% in termini reali con inflazione al 2%), valori oggigiorno raggiungibili (anche se non facilmente).

sabato 7 marzo 2015

€urexit - La Grande Illusione

E' trascorso quasi un anno dalle elezioni europee, in occasione delle quali si è dibattuto a lungo circa la possibilità di una uscita dall'euro ed un ritorno alla lira da parte dell'Italia individuando presunti vantaggi derivanti da questa soluzione. Nonostante la maggioranza degli elettori abbia mostrato scarso interesse verso questa tesi preferendo dare la fiducia a partiti che apertamente si sono schierati dalla parte del mantenimento della moneta unica europea, oppure, nel caso di quei partiti che come la Lega Nord al contrario hanno basato la propria campagna sull'uscita hanno preferito mandare a Bruxelles candidati di lunga militanza come Borghezio piuttosto che ad esempio Claudio Borghi, dicevo nonostante questo si discute ancora animatamente di questo argomento e l'andamento negativo della nostra economia durante il 2014 non ha fatto altro che mantenere alto l'interesse.

Ma quali sono le argomentazioni di chi invoca il ritorno ad una moneta tutta "made in Italy"? Sostanzialmente i vantaggi invocati sono due:

- La possibilità di finanziare i deficit pubblici da parte di una banca centrale alle dipendenze del governo e che funga in tal modo da suo 'bancomat'.
- Un recupero di competitività internazionale dei prodotti italiani dovuto al deprezzamento (o svalutazione) della nostra moneta verso quelle più forti: dollaro, sterlina ed euro (o nel caso di una sua completa dissoluzione rispetto al marco tedesco ed al franco francese - o comunque alle monete che questi due Paesi tornerebbero ad adottare).

Ma sono realistici questi presunti vantaggi? Se ne è discusso molto tra chi li ritiene fondati e chi, come il sottoscritto, assolutamente no. Se ne parla proprio in questi giorni di fronte alla situazione critica in Grecia anche se il governo Tsipras ha apertamente escluso la possibilità di una loro uscita dall'eurozona.
In ogni caso mi interessa spiegare perché non credo sostenibile la tesi che vuole una uscita dalla crisi ed una ripresa economica (solo) uscendo dall'euro.

Finanza pubblica
Analizziamo il primo argomento sostenuto da coloro favorevoli ad un ritorno alla lira: il finanziamento attraverso monetizzazione da parte della Banca d'Italia di tutto o di parte del deficit delle amministrazioni pubbliche.
Quando un governo spende più di quanto incassa dalle entrate fiscali, ha due possibilità per coprire il disavanzo: chiedere denaro in prestito emettendo obbligazioni oppure chiedere alla propria banca centrale di finanziare il corrispondente accreditando l'importo sul conto che il Tesoro detiene presso di essa.
Prima del divorzio tra la Banca d'Italia ed il Ministero del Tesoro del 1981 accadeva che quest'ultimo emetteva titoli del debito (perlopiù a breve o media scadenza) ad un determinato tasso di interesse e assegnava un prezzo minimo di collocamento al di sotto del quale non potevano essere venduti all'asta. I titoli che non venivano collocati li doveva acquistare obbligatoriamente la Banca d'Italia ad un prezzo prestabilito accreditando l'importo sul conto del Ministero del Tesoro. Insomma è come se noi potessimo pretendere dalla nostra banca la concessione di un prestito ad un tasso massimo da noi stabilito. All'apparenza sembra essere una soluzione alquanto valida e rispondente alle necessità di spesa pubblica, però occorre prendere in considerazione anche gli aspetti che stanno "dall'altro lato della medaglia", ovvero le conseguenze sui prezzi. Più moneta comporta una maggiore inflazione e anche se non c'è una formula matematica che possa stabilire l'esatta corrispondenza, il concetto rimane valido e dimostrato empiricamente. Se infatti guardiamo al caso italiano lo possiamo verificare chiaramente

La figura seguente, che spero sia chiaramente leggibile una volta che se ne seleziona la dimensione originale cliccandoci sopra, è tratta da una relazione del Direttore Generale del Ministero del Tesoro in occasione di una audizione parlamentare del 20/12/1999 e mostra il peso della spesa pubblica corrente, delle entrate fiscali ed i relativi saldi in rapporto al Prodotto Interno Lordo:



Come si può osservare, mentre negli anni '60 si registra un avanzo dovuto alla maggiore entità delle entrate rispetto alle uscite, a partire dal 1971 si registra un deficit che va via via aumentando fino ad arrivare al 7,1% del PIL nel 1975. In questo decennio (1971-1981) lo Stato quindi deve finanziare il deficit emettendo titoli del debito e obbligando la Banca d'Italia ad acquistare quelli invenduti. Le conseguenze sui prezzi si possono vedere chiaramente dal grafico seguente che riporta l'andamento in termini di variazione percentuale annua dei prezzi del paniere di prodotti per le famiglie di impiegati ed operai nel periodo 1962-1999:



Si noti come prima del 1971, anno in cui lo Stato registra una spesa pubblica corrente superiore alle entrate, l'inflazione sia sicuramente alta rispetto ai valori a cui siamo abituati oggi, ma che proprio a decorrere da quell'anno questa si incrementi notevolmente e raggiunga valori a due cifre fino al già menzionato divorzio tra la nostra banca centrale ed il Tesoro. Dal 1981 infatti la Banca d'Italia non è più costretta ad acquistare i titoli del debito invenduti emessi dal Ministero del Tesoro e quest'ultimo dovrà quindi affrontare le leggi di mercato variando i tassi di interesse per adeguarsi alla domanda. In pratica durante fasi di crisi o sfiducia dovrà offrire agli investitori un premio maggiore aumentando l'importo della cedola e viceversa ridurlo in fasi favorevoli.

Ad onor di verità va ricordato che a spingere i prezzi negli anni '70 ha contribuito anche lo shock petrolifero e la politica monetaria statunitense, che verso la fine del 1979 diventando restrittiva sulla base delle teorie monetariste ha fatto crescere i tassi di interesse coinvolgendo così anche gli altri Paesi. Ma qui non è il caso di approfondire ulteriormente le cause e si rimanda eventualmente ad analisi specifiche sull'argomento, rimane il fatto che 'stampare moneta' per far fronte a deficit sensibili (oltre il 2÷3%) comporta quasi sicuramente un aumento altrettanto sensibile dei prezzi con effetti negativi soprattutto per i redditi fissi e (relativamente) bassi.
Si pensi all'abbinamento prezzi-tassi di interesse e la loro influenza sui redditi da lavoro dipendente e quindi fissi o perlomeno relativamente rigidi. Una famiglia si troverebbe ad affrontare due problematiche: l'incremento dei prezzi e quello dei tassi di interesse sui prestiti e nella fattispecie in particolare dei mutui con conseguente incremento della rata dovuta per contratti a tasso variabile.

Recupero competitività
Il secondo argomento cardine portato avanti dai sostenitori del ritorno alla lira consiste nel presunto recupero di competitività internazionale dei nostri prodotti una volta che la nuova moneta (la lira) si svalutasse rispetto alle principali valute (dollaro, euro o singole valute nazionali se l'eurozona si dissolvesse completamente) rendendo così più appetibili le nostre merci e al contrario più onerose quelle straniere, migliorando così la bilancia commerciale.
Questo è un aspetto che va analizzato adeguatamente perché è alquanto importante. Secondo i fautori dell'euroexit il meccanismo benefico di trasmissione consisterebbe in questo:



Da un primo punto di vista logico non fa una piega. All'estero vedrebbero più convenienti i nostri prodotti che verrebbero così preferiti. All'aumento delle vendite all'estero corrisponde più produzione e quindi più occupazione. Chiaro, semplice, lineare. Ma è davvero così?
Vediamo cosa ci dicono i dati storici reali. Nella figura seguente sono riportati i cambi della lira rispetto al dollaro USA ed al marco tedesco nel periodo 1970÷1999:




Come si vede il cambio con il marco tedesco (DEM) vede una crescita di quest'ultimo in gran parte lineare fino al 1992 mentre il dollaro statunitense registra una crescita sostenuta nel periodo 1981÷1985 per poi tornare a scendere sensibilmente dal 1985 al 1992. Mentre gli effetti sulla bilancia commerciale sono stati quelli che i sostenitori dell'euroexit amano rappresentare, in particolare a seguito dell'uscita temporanea della lira dallo SME nel 1992, le conseguenze sull'occupazione sono state tutt'altro come si può vedere dalla figura seguente e che i sostenitori (del ritorno alla lira) evitano accuratamente di mostrare:



Come si vede chiaramente, nel periodo 1982÷1985, cioè quando la lira si è deprezzata molto rispetto al dollaro (84%) e sensibilmente rispetto al marco tedesco (27%), l'occupazione è cresciuta di poco e a tassi non particolarmente rilevanti. Nel periodo seguente, quando è stato il dollaro a deprezzarsi rispetto alla nostra lira (-35% nel quinquennio 1986÷1991) e il marco tedesco è cresciuto appena di un 11% nello stesso periodo, l'occupazione ha registrato incrementi maggiori.
La mancata correlazione è ancora più evidente dal 1992, quando la lira uscì dallo SME e si deprezzò rispetto a tutte le valute più importanti. L'occupazione, nonostante l'aumento delle esportazioni e la riduzione delle importazioni con conseguente miglioramento del saldo commerciale, ha registrato un calo rilevante pari a circa 750.000 posti dal 1992 al 1995.
Poi dal 1996, ovvero dall'anno in cui la lira rientrò nello SME, l'occupazione riprese a crescere recuperando l'emorragia del triennio prima menzionato e aggiungendo nuovi posti proprio quando il cambio della lira rimane rigido ed in seguito quando viene adottato l'euro.

Prima di spiegarne le ragioni desidero mostrare una 'chicca'. Si osservi il grafico seguente che rappresenta il peso in percentuale sul PIL di esportazioni ed importazioni e prima di proseguire a leggere si faccia caso se si rileva qualcosa di curioso:



Durante il periodo della lira e della sua possibilità di correggere la parità di cambio con le altre valute, il livello delle esportazioni si è mantenuto pressoché costante attorno al 20% del PIL, poi sale sensibilmente proprio all'approssimarsi dell'adozione dell'euro e cioè quando il cambio è per forza di cose fisso con chi ha adottato la stessa valuta, inoltre tali esportazioni crescono in seguito nel periodo in cui l'euro si apprezza nei confronti del dollaro USA.
Insomma fin qui i dati reali smentiscono del tutto le argomentazioni avanzate dai sostenitori del ritorno alla lira. La bilancia commerciale migliorerà pure, ma a che serve se allo stesso tempo non ho gli stessi risultati sull'occupazione e anzi al contrario si perdono posti di lavoro?

E veniamo al perché a fronte di una svalutazione non si conseguono sempre vantaggi. La ragione è semplice: perché non si vive di solo export. I conti, e questo le imprese lo sanno, si fanno considerando tutti i mercati, quello estero ma anche (e soprattutto) quello interno. Se immaginiamo l'Italia come una unica impresa che fattura il 70% internamente ed il restante 30% all'estero, cosa mi porta di vantaggioso vedere crescere ad esempio del 20% l'export se poi sul mercato interno perdo per uno stesso 20%, oppure di una percentuale che compensa il primo incremento?
La figura seguente riporta i dati relativi ai consumi nazionali e osservandola attentamente si può notare la corrispondenza con l'andamento dell'occupazione, segno che questa è maggiormente legata alla domanda interna piuttosto che alle esportazioni, che comunque rivestono anch'esse un peso rilevante:



Come si può facilmente osservare a seguito della svalutazione della lira nel 1992 la domanda interna è crollata ed ha avuto effetti negativi sull'occupazione nonostante l'aumento sensibile delle esportazioni.

Ma allora cosa servirebbe per far ripartire l'economia se la strada dell'uscita dall'euro non fosse quella giusta? Per rispondere è necessaria un'analisi specifica, intanto un anteprima di quella che dal mio punto di vista è la via da seguire è individuabile nella prima figura, quella tabella che mostra il peso sia della spesa pubblica che delle entrate sul PIL dal 1960 al 1987. Si confrontino i valori con quelli odierni o comunque quelli a partire dagli anni '80.

domenica 2 marzo 2014

3%, il rapporto deficit/Pil tra verità e leggenda

Si parla spesso di questo vincolo di bilancio previsto dai trattati europei, ma altrettanto spesso vengono fatte delle affermazioni prive di fondamento se non addirittura errate circa la sua origine e la presunta tesi che il valore prefissato (3%) non abbia alcun riscontro economico.
Iniziamo con chiarirne l'origine.

Alla fine del 1991 i ministri competenti della UE si riunirono per fissare i parametri di bilancio a cui i Paesi aderenti, in particolare coloro che avrebbero adottato l'euro, si sarebbero dovuti attenere al fine di avere una omogeneità e che sarebbero stati inseriti nel Trattato di Maastricht.
Ci sono diverse tesi riguardo la scelta del 3% in merito al rapporto deficit/Pil, ma quella più diffusa vuole l'allora direttore del Dipartimento del Tesoro francese e futuro governatore della BCE Jean-Claude Trichet, economista, proporla alla commissione.
Non si sa se le cose andarono realmente così ma anche fosse non è rilevante perchè in ogni caso, qualunque fossero le proposte, i 'tecnici' dei governi e delle varie banche centrali europee sicuramente fecero le loro accurate valutazioni in merito, non si sarebbero certo affidati ad una qualsiasi proposta dalle conseguenze così rilevanti buttata li a caso e senza una adeguata analisi tecnica.

In ogni caso va sfatata l'idea che il valore del 3% sia frutto di una stima priva di fondamento, c'è difatti una spiegazione del tutto analitica.
Innanzi tutto occorre rievocare quale fu l'obiettivo di partenza: la stabilità dei bilanci pubblici ed in primo luogo del rapporto del debito pubblico di ciascuno Stato rispetto alla ricchezza prodotta (PIL).
Si arrivò a proporre di fissare questo valore al 60%, livello superiore alla media dei debiti degli Stati in quel periodo (fine anni '80) che fu nel 1990 all'incirca tra il 35 ed il 40% anche se, va detto, riguardava più gli Stati virtuosi come Francia (35%), Germania (44%) e Gran Bretagna (35%) piuttosto che l'Italia che nel 1990 registrò un rapporto debito/Pil al 98%.



Occorreva stimare un tasso medio di crescita del Pil nominale di lungo periodo di riferimento e questo fu stabilito al 5%, comprensivo di un 3% di crescita media reale e di una inflazione pari al 2%.
A quel punto era semplice ricavare il conseguente valore di deficit possibile al fine di mantenere costante il rapporto debito/Pil nel corso del tempo applicando la seguente equazione:


dove:
- d = deficit
- D = debito
- n = tasso di crescita annuo del Pil nominale

Se sostituiamo all'equazione i seguenti valori:
- D = 0,6 (60%)
- n = 0,05 (5%)

otterremo 0,029, ovvero 2,9% che si può quindi arrotondare a 3%!

Ecco quindi che a prescindere dalla modalità in cui è stato proposto sicuramente la sua stima ha una base del tutto razionale contraddicendo così uno dei luoghi comuni più diffusi.

Notiamo ora un aspetto interessante. Supponiamo di avere due Paesi che abbiano diversi valori di rapporto debito/Pil, ad esempio il primo pari al 40% ed il secondo al 100% e vediamo con l'ausilio del grafico sottostante l'andamento nel tempo del rapporto debito/Pil partendo da un ipotetico anno zero supponendo che entrambi rispettino il tasso di crescita annua media di lungo periodo del Pil nominale al 5% e un deficit al 3% del Pil stesso:



come si può vedere l'andamento del rapporto debito/Pil di entrambi i Paesi convergerà verso il 60%, per l'esattezza 63% e questo perchè dalla formula vista prima il deficit dovrebbe essere poco inferiore il 2,9% per ottenere esattamente un rapporto debito/Pil del 60%.
Questo perchè chi si trova in una situazione al di sopra del livello di equilibrio di lungo periodo (63% nell'ipotesi in questione) vedrà una crescita del Pil proporzionalmente maggiore di quella del debito mentre sarà il contrario per chi avrà una percentuale inferiore (crescita del debito maggiore in termini percentuali rispetto a quella del Pil).

Conclusioni
Oggi è in discussione il parametro del 3% deficit/Pil, ma a mio avviso dovrebbe esserlo piuttosto il rapporto debito/Pil, il cui vincolo al 60% è troppo impegnativo.
Personalmente dovrebbe essere portato al 80% se non addirittura al 100%. Parimenti anche il tasso di crescita del Pil nominale di lungo periodo dovrebbe essere rivisto in considerazione del fatto che i livelli di crescita degli anni '70 e '80 non sono più ripetibili, almeno nel breve e medio periodo.
Ritengo che un tasso attendibile possa essere del 4%, composto da un 2% reale e un altrettanto 2% dovuto all'inflazione (che corrisponde all'obiettivo di stabilità dei prezzi assegnato alla BCE), in questo modo usando l'equazione sopra scritta si otterrebbe sempre un rapporto deficit/Pil del 3% ma dalle implicazioni diverse per quanto riguarda ad esempio i vincoli stabiliti dal recente Patto di Bilancio Europeo o Fiscal Compact perchè a questo punto verrebbe alleggerito l'impegno finanziario per rientrare nei limiti previsti nei prossimi 20 anni rispetto alla condizione attuale.

Un vincolo del 80% del rapporto debito/Pil sarebbe comunque sostenibile in quanto oggi il livello del servizio del debito, ovvero del peso della spesa per interessi sul debito pubblico, è pari al 5,5% del Pil a fronte di un debito pubblico pari al 130% dello stesso e facendo una semplice proporzione si può ipotizzare che se avessimo invece un debito per l'appunto pari al 80%, la spesa per interessi potrebbe stimarsi all'incirca al 3÷3,5% del Pil, il che sarebbe sostenibile considerando che oggi l'avanzo primario è circa il 4% del Pil, ovvero lo Stato spende meno di quanto incassa per ben quattro punti percentuali rispetto alla ricchezza prodotta.

Riassumendo, se si procedesse in tal senso ad una revisione dei parametri di bilancio costerebbe meno l'impegno finanziario per raggiungerli e osservarli rispetto alla condizione attuale stabilita dai trattati che trovo decisamente onerosa e di ostacolo alla crescita.